giugno 2010 Periodico del Rotary Club Cagliari
Distretto 2080
• Un anno ricco di iniziative • Via Roma, una piazza sul mare • Le barche di pietra di Sciola • Il Rotary contro la droga
Sommario EDITORIALE L’albero e la foresta – Lucio Artizzu
Rotary Club Cagliari Periodico del Rotary Club Cagliari Distretto 2080 Anno di fondazione 1949
n. 3/4 giugno 2010 Pubblicazione riservata ai soci Rotariani
Direttore responsabile: Lucio Artizzu Comitato di redazione: Salvatore Fozzi, Mauro Manunza, Marcello Marchi, Giovanni Sanjust Segretaria di redazione: Anna Maria Muru Autorizzazione del Tribunale di Cagliari n. 171 del 18 agosto 1965
Progetto grafico e impaginazione Bruno Pittau – www.brokenart.org fotografie: Archivio Rotary e soci del Club Stampa e allestimento: Grafica del Parteolla, Dolianova (CA) _____________________________ Le opinioni espresse negli articoli firmati impegnano esclusivamente i loro autori.
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IN PRIMO PIANO Un anno speciale ricco di iniziative – Marinella Ferrai Cocco Ortu Gli obiettivi del nuovo anno – Antonio Cabras Il piano strategico del Rotary – Angelo Cherchi L’effettivo: qualità nella quantità – Salvatore Fozzi Via Roma, una piazza sul mare – Gianni Campus Sarà potenziato il porto di Cagliari – Paolo Fadda Il turismo che viene dal mare – Vincenzo Cincotta La vela terapia – Giuseppe Masnata Alziator visto da vicino – Rafaele Corona Il viaggio del Presidente – Marcello Marchi Il parco delle pietre – Giovanni Sanjust Il Rotary con i giovani – Marcello Marchi Incontro con Pietro Soggiu – Maria Pia Lai Guaita Gli Erbari Universitari – Antonio Scrugli Il paesaggio e la sua tutela – Angelo Aru L’ambiente e le acque costiere – Giovanni Barrocu Il “Lamarmora” a Giacomo Tachis – Angelo Aru Sardegna e malaria di Ugo Carcassi – Salvatore Fozzi Fede e solennità nell’architettura religiosa – Michele Pintus Scopri il Rotary e gli strumenti informatici – Michele Rossetti Una serata da fuoriclasse – Maria Grazia Vescuso La stelletta della vita – Paolo Ritossa Benvenuto ai nuovi soci – In visita al nostro Club il RC “Moscou Pokrovka” – Giovanni Barrocu Ricordo di Giovanni Pusceddu – Marcello Marchi Luigi Cimino, grande ingegnere e vero rotariano – Giovanni Barrocu LE RIUNIONI Le presenze
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Hanno collaborato a questo numero: Lucio Artizzu • Angelo Aru • Giovanni Barrocu • Antonio Cabras • Gianni Campus • Angelo Cherchi • Vincenzo Cincotta • Marinella Ferrai Cocco Ortu • Rafaele Corona • Paolo Fadda • Salvatore Fozzi • Maria Pia Lai Guaita • Marcello Marchi • Giuseppe Masnata • Michele Pintus • Paolo Ritossa • Michele Rossetti • Giovanni Sanjust • Antonio Scrugli • Maria Grazia Vescuso • in copertina: Cagliari, “Marina Piccola” e la “Sella del diavolo”.
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EDITORIALE
L’albero e la foresta Lucio Artizzu
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na saggia metafora ci avverte che il grosso albero secolare che crolla e si abbatte improvvisamente al suolo nel mezzo della foresta, produce un grande rumore. Al contrario, tutta la foresta nel cui seno è nato, cresce e si sviluppa ogni giorno nel silenzio più assoluto. Il Rotary potrebbe paragonarsi ad una foresta, che alleva tanti alberi senza clamore, ma li fa irrobustire e li rende utili alla natura. Oggi un altro anno rotariano si è dunque concluso e i risultati positivi, anche se silenziosi, si manifestano nelle molteplici attività che sono state svolte, senza il clamore dell’albero che cade, ma nel silenzio costruttivo di una foresta che si sviluppa senza rumore. Sembra appena ieri che un anno intero sia trascorso; un anno aperto con una novità che, diciamocelo oggi, aveva destato agli inizi qualche perplessità. Il nostro Club, infatti, dopo 60 anni di attività interrompeva la Sua tradizione affidando la presidenza ad una donna, Marinella Ferrai Cocco Ortu; la cosa, forse, avrebbe destato meraviglia agli occhi dei padri fondatori che nel novembre del 1949 avevano posto le basi del nostro sodalizio. Il Club – come ha avuto modo di mettere in risalto in altra occasione la presidente Cocco Ortu – nel corso della sua lunga vita ha saputo guardarsi attorno raccogliendo le sfide imposte dai cambiamenti ed è stato capace – sono ancora sue parole – di interpretare i bisogni e le aspettative della città quasi identificandosi in essa.
Un anno di intensa attività è trascorso molto velocemente e il giudizio che su di esso può esprimersi è obiettivamente ed ampiamente positivo. Certamente esso non è segnato da fatti eclatanti ma nel discreto silenzio la “foresta” è cresciuta con la consapevolezza dell’impegno morale rotariano che si sublima soprattutto nello spirito del servizio in favore dei meno fortunati e soprattutto dell’amicizia che accomuna anche i popoli. Diceva, infatti, Paul Harris che l’efficienza del Rotary è dovuta proprio alla sua peculiarità, nell’amicizia, e che i rotariani sono stati agevolati dal fatto che la loro amicizia non è mai stata circoscritta ai soci del club né ad una sola nazione. L’anno rotariano che si conclude ha tenuto fede agli impegni prioritari che connotano il nostro sodalizio per cui possiamo esprimere una legittima soddisfazione per il lavoro svolto ed esternare alla presidente Marinella l’apprezzamento del Club per il suo impegno costante che, col suo gradevole tratto umano caratterizzato dal sorriso, ha costantemente profuso. La familiare campanella che segna inizio e termine di ogni tappa dei giovedì dell’anno rotariano, che sancisce “the change of powers”, lo scambio dei poteri, ora passa nelle mani dei un nuovo presidente, un “vecchio” rotariano qual è Antonio Cabras. Di lui conosciamo la dedizione e l’amore per il Rotary, in particolare l’impe-
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gno per i giovani; conosciamo il suo culto per l’amicizia e per l’attivismo. Antonio Cabras (più comunemente per tutti “Ninni”) saprà senz’altro proseguire nella strada iniziata dal Rotary al suo sorgere con l’impegno di rispondere alle esigenze dei tempi nuovi. Occorre far tesoro del passato, soprattutto studiandolo perché non c’è avvenire se non se ne conosco-
no le radici. Solo così non sarà difficile onorare il monito che il nuovo Presidente Internazionale Klingsman ha proposto come priorità per il nuovo anno: «impegnarsi nella comunità»; un impegno che il nostro Club – sotto la guida di “Ninni” – non mancherà di esaltare. ■
olmaci della Tua luce e della Tua forza affinché ciascuno di noi, impegnato nel Rotary al servizio dell’uomo, possa trovare in ogni momento della sua giornata l’occasione di soccorrere chi invoca amore, carità e comprensione». Questa è una delle invocazioni a Dio della splendida preghiera del Rotariano che così conclude: «Rendici partecipi della Tua grazia unitamente a tutte le persone care, ai poveri, ai tribolati, agli sbandati, agli oppressi». La recitiamo riuniti quando partecipiamo a cerimonie religiose in occasione di particolari eventi, lieti o tristi, del Club, ma ciascuno dovrebbe ripeterla in ogni tempo e lo spirito che la anima e l’invito che rivolge coinvolgono anche il singolo socio, se pur non credente, sollecitando l’offerta di un aiuto a chi povero, tribolato, sbandato, oppresso ne ha urgente bisogno. Il Club cerca di tradurre nella pratica questi alti principi, svolgendo, in più occasioni, interventi a parziale sostegno dell’assistenza svolta dai “Vincenziani” nell’Oasi San Vincenzo di Terra Mala. Un gruppo diretto da Padre Sergio Visca e da una infaticabile e capace Suor Anna e da altri, fra cui lodevoli volontari, ospita con ammirevole carità e intenso affetto molte persone che hanno in comune l’appartenenza alle cosi dette “fasce deboli” della società. Sono per lo più bambini e giovani affidati da Enti o Istituzioni che si occupano di trovar loro cibo, alloggio, educazione, istruzione (molti giovani frequentano istituti scolastici pubblici ai quali vengono avviati ogni giorno), formazione lavorativa anche con attività diretta nell’ambito della zona occupata dall’oasi. Da ultimo soci del Club con i loro familiari hanno visitato l’oasi d’accoglienza portando dolci, capi di vestiario e giocattoli, accolti con commossa gioia e grande cordialità. Al di là del sostegno materiale che ogni volta può recarsi, l’incontro suscita in quanti sono assistiti la sensazione che anche al di fuori degli addetti alla struttura che li ospita vi è chi ha comprensione per le loro situazioni di disagio: è un sentimento di solidarietà che investe anche il nostro animo e che ci ripaga ampiamente del frammento di tempo che abbiamo impiegato. È auspicabile, quindi, che l’intervento continui ed, anzi, si accentui e richiami altri soci per accrescere il gruppo dei soliti noti.
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Consuntivo del Presidente uscente
Un anno speciale ricco di iniziative Marinella Ferrai Cocco Ortu
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uando Lucio Artizzu a fine aprile mi ha ricordato che dovevo preparare il consueto articolo di commiato del presidente uscente, in quanto si accingeva a chiudere il numero della Rivista del Club che scandisce la fine dell’anno rotariano, ho pensato: come? Di già? Allora ho realizzato che il mio anno sta ormai volgendo velocemente al termine. E mentalmente sono tornata alla relazione di insediamento nella quale avevo tracciato le linee programmatiche di un anno che doveva essere speciale perché era l’anno del 60° del Rotary Club Cagliari. Ho fatto così una sorta di esame di coscienza, che rendo pubblico ai soci, ripensando a tutto quello che mi ero proposta di attuare e analizzando cosa invece credo di aver concretamente realizzato al fine di tenere sempre alto il prestigio del club e contribuire alla sua crescita. Aggiungo, a mia scusante che, mancando comunque ancora due mesi al termine del mandato, ancora ho da fare. Ad esempio il viaggio del presidente, che lo è nel senso letterale del termine, perché sarò accompagnata da uno scarso manipolo di soci. La scelta condivisa è caduta su una crociera fluviale sul Volga, che toccherà San Pietroburgo e Mosca: sarà non solo un viaggio di piacere ma finalizzato ad accrescere i vincoli di amicizia nello spirito della fratellanza rotariana. A Mosca infatti ci aspettano i rotariani dei principali club della città e avremo occasione di restituire la visita agli amici del R.C. Moscou – Pokrovka, che abbiamo avuto graditi ospiti in una memorabile serata allietata da un intermezzo musicale al piano dell’incredibile piccolo Georgy
Krizhnenko; mi piacerebbe in questa occasione creare l’opportunità di un accordo di gemellaggio con il loro Rotary Club. Non intendo annoiarvi con un elenco che ripercorra cronologicamente gli avvenimenti, gli argomenti e le personalità che hanno reso più gradevoli i nostri incontri: mi limiterò quindi a tratteggiare ciò che di più efficace si è riusciti a fare. D’altra parte il presidente è sì il propulsore della vita del club, ma le attività sono svolte grazie alla collaborazione di quei soci che, o membri del Direttivo, o Presidenti e componenti delle Commissioni, hanno messo al servizio del club tempo, competenza ed entusiasmo e che ringrazio con affetto; sento perciò il dovere di lasciare testimonianza nella rivista del loro operato, a futura memoria. Cari amici è grazie a voi che ho potuto portare avanti un anno che per me, per motivi familiari, è stato parecchio complicato, ma molto significativo nel mio percorso di vita, in cui l’essere rotariana ha il suo peso. Mi tornano in mente, come dei flash, le occasioni più coinvolgenti. La cena di affiatamento, che riveste nel calendario degli impegni un ruolo rilevante, ha visto un’alta percentuale di intervenuti, segno che la serata era stata giustamente percepita come un momento importante per rinnovare e vivificare i sentimenti di amicizia e di affiatamento fra i soci, che sono il nutrimento del club. Affiatamento, amicizia, assiduità: ho richiamato questi valori perché li ritenevo l’elemento propulsore per l’anno di lavoro che per me iniziava. Nella cornice suggestiva di villa Vivaldi, un bel giardino sotto le
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stelle, siamo riusciti a creare un’atmosfera particolare: sentimentale e poetica; la poesia è stata chiamata a contribuire al clima di gioia e di condivisione anch’esso parte integrante dello spirito del Rotary e degli ideali che questo incarna. Grazie alla disponibilità e alla preparazione dotta e umanistica del caro socio Marcello Marchi, che ha curato la regia della serata, abbiamo ascoltato alcune poesie scritte, da poeti più o meno illustri, su Cagliari. Non posso non ricordare poi la conviviale del 10 settembre 2009 dedicata al grande ideale rotariano del servire per promuovere la pace, quando abbiamo avuto ospite la Brigata Sassari che si accingeva a partire in missione in Afghanistan. Come membri della grande famiglia del Rotary, ci eravamo da tempo attivati per dare un contributo concreto, non solo ideale e teorico, là dove era utile fare sentire la nostra solidarietà, alleviando le situazioni di disagio del popolo afgano. La mia presidenza ha portato così a conclusione un progetto iniziato due anni prima e la Brigata si è fatta carico di consegnare, a nome del Rotary Club Cagliari, le attrezzature elettromedicali all’ospedale di Herat. Che emozione è stato vedere, nel servizio fotografico mandato dal Comandante del CIMIC Center del Provincial Reconstruction Team di Herat, la targa col nome del nostro Rotary Club collocata nell’ospedale afgano. I progetti di servizio, quasi tutti nel segno della continuità, hanno dato concretezza alle quattro vie di azione rotariana. La Commissione sviluppo comunitario – aspetti sociali, presieduta da Maria Pia Lai Guaita, ha realizzato la terza mattinata dedicata al più grande flagello dei nostri tempi, la droga. Nella maestosa cornice dell’aula consiliare del palazzo vice-regio si è parlato di “Mass Media e Prevenzione del fenomeno droga. Consapevolezza e responsabilità”. La Commissione sugli aspetti sanitari – grazie all’impegno di Giuseppe Masnata, presidente di Vela solidale Sardegna – ha organizzato col nostro Rotary club la consueta veleggiata nel golfo di Cagliari riser-
vata alle imbarcazioni aventi a bordo almeno una persona diversamente abile. Successivamente, in collaborazione con la Fondazione Nave Italia Onlus, la stessa Commissione ha predisposto un progetto di riabilitazione dedicato a minori in situazione di disagio, ed abbiamo anche avuto ospite il comandante della Nave, Capitano di Fregata Giovanni Tedeschini, il quale ha così potuto illustrarci l’attività di alto valore sociale di questo veliero della solidarietà. Le due commissioni sulla protezione dell’ambiente – l’una presieduta e coordinata in inter-club da Mario Figus sull’Ecoparco, e l’altra da Giovanni Barrocu sulla gestione delle acque costiere – sono state molto attive e anch’esse proficue. La prima, infatti, ha portato a termine il Concorso internazionale di idee dal titolo “Serbariu: dalla discarica all’Ecoparco Minerario”, al quale hanno partecipato nove concorrenti. Nella serata del 3 giugno presenteremo ai soci gli elaborati primi classificati. La seconda ha organizzato un Convegno sulla gestione del sistema delle acque costiere, ospitato nella sala dell’Archivio di stato di Cagliari. Si tratta di un tema di grande attualità, perché l’acqua costituisce una risorsa ambientale essenziale ma può anche essere causa di distruzione, danni e lutti laddove non correttamente governata. Un posto di primo piano merita la Commissione partner nel servire, grazie all’infaticabile opera di Maria Luigia Muroni, per le azioni di servizio a favore dei giovani e per il coinvolgimento del mondo della scuola. Il RYLA, ideato e progettato da Maria Luigia, si è focalizzato su un tema di grande attualità, quale la “Sicurezza nel lavoro: il ruolo del leader. Formazione e informazione del personale”; poi il Concorso Giovani, giunto alla sua 2a edizione, intitolato al grande nostro socio scomparso “Salvatore Campus”, ed improntato sul tema “L’acqua risorsa fondamentale per la vita e fonte di ispirazione per artisti, filosofi, narratori e poeti, è un diritto naturale dell’umanità” è in pieno svolgimento. La consegna dei premi avverrà il 29 maggio presso l’Aula Magna del Liceo scientifico Alberti.
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Cerimonia celebrativa per i sessant’anni del club.
Infine la Commissione Giovani vede in Franco Staffa un sicuro punto di riferimento per i giovani stranieri dello scambio-giovani, che trascorrono un anno di studio nelle nostre scuole. In quest’anno rotariano il nostro Club ha avuto la soddisfazione di vedere assegnata ad una candidata, segnalata per la prima volta da noi del Rotary Club Cagliari, la borsa di studio degli ambasciatori. Alice Molino sta frequentando presso l’Università di Edimburgo un master in Diritto dell’Unione Europea. Non abbiamo dimenticato il sostegno alla campagna internazionale per la Polio Plus, che ha visto il Club contribuire ancora una volta con generosità. Il Club non ha neppure mancato di far sentire l’attenzione ai bisogni delle nostre co-
munità. Abbiamo così trascorso alla vigilia di Natale una giornata all’insegna della solidarietà con la Comunità dell’Oasi Vincenziana, e continuiamo a sostenere l’Associazione Mondo X del nostro socio onorario Padre Morittu, del quale ancora ricordiamo la Messa, ricca di contenuti spirituali, celebrata a Bonaria in memoria dei soci defunti del Club. Il ciclo di conversazioni che si sono tenute nelle nostre conviviali, hanno costituito un elemento essenziale del programma complessivo: devo quindi ringraziare Paolo Piccaluga, Presidente della Commissione programmi per la preziosa collaborazione. A tale proposito, ricordo, a titolo di esempio, che abbiamo avuto gradito ospite di prestigio il Prof. Giuseppe Frigo, Consigliere della Corte Costituzionale.
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Targa del club collocata nell’ospedale di Herat.
Una parte di conversazioni sono state dedicate alla città abbiamo toccato poi temi di grande attualità, quali: Salute; Sicurezza sul Lavoro; Energia, Ambiente e sviluppo. Abbiamo potuto dare voce anche ai soci, soprattutto a quelli di nuova affiliazione. Un altro punto fermo della nostra attività rotariana è la rivista, anch’essa momento qualificante di ogni nostro anno rotariano, che vede in Lucio Artizzu l’insostituibile direttore di una pubblicazione che tutti i club ci invidiano. Mi sento poi di dover ringraziare con particolare calore Paolo Ciani e Salvatore Ferro. L’uno, nel ruolo di Prefetto, ha garantito la riuscita delle riunioni e con la scelta diligente dei menù delle nostre cene ha reso più gradevoli le serate. L’altro, Tesoriere, pur non essendo un “tecnico”, con una gestione precisa e scrupolosa ha riorganizzato la contabilità del Club, monitorando costantemente le entrate e le uscite, e recuperando crediti non riscossi, che creavano sofferenze di bilancio. Grazie a lui lascio il Club in ottima salute finanziaria. La comunicazione era uno dei settori sui quali il governatore ha richiamato l’attenzione dei presidenti perché il Rotary non ha, nonostante tutto, l’attenzione che merita da parte dei media, per difetto di informazione. I soci Mauro Manunza e Francesco Birocchi hanno curato con impegno e professionalità la diffusione delle nostre attività di servizio a mezzo stampa e TV. Venendo a parlare della vita del club nota positiva è stata l’ingresso di quattro giovani soci: Paola Dessì, Paola Piras, Gustavo Cicconardi e Mons. Michele Francesco Fiorentino. Sono sicura che daranno importanti contri-
buti al Club, e compensano, purtroppo, altrettante diminuzioni, tra cui la dolorosa scomparsa di un grande socio, Luigi Cimino. Il tema dei soci, punto dolente anche per altri Presidenti, è centrale, e mi offre la possibilità di svolgere una riflessione sull’espansione dell’effettivo. Si tratta di un problema che presenta diversi aspetti da esaminare congiuntamente, perché dalle nostre scelte dipende il futuro del Club. Il primo punto è la conservazione dell’effettivo, perché spesso gli incrementi servono a fronteggiare qualche uscita fisiologica: l’alto tasso di avvicendamento dei soci nei Club di tutto il mondo è uno di problemi più pressanti per il Rotary International. Il nostro Club deve, al tempo stesso, cercare di ringiovanirsi, dato che ha un’età media dei soci molto elevata, 67 anni; questo è un impegno che coinvolge tutti: se è vero, infatti, che i nostri Soci anziani – i quali hanno maturato nel club, in tanti anni di frequentazione, un patrimonio impagabile di esperienza che mettono al servizio dei più giovani (abbiamo avuto la gioia di festeggiare assieme al 60° del club quattro soci con quaranta e più anni di affiliazione) – costituiscono la nostra memoria storica e l’esempio degli ideali rotariani che tutti noi pratichiamo, è altrettanto inoppugnabile che abbiamo bisogno di forze fresche e nuove. Lo stesso Presidente Internazionale Kelly ci invita a cercare tra gli alumni, e io stessa ho guardato con interesse agli alumni del Club, che sono stati invitati a parlarci della loro
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esperienza. Quale spunto di riflessione, caldeggio che, accogliendo il pressante invito del Presidente a non disperdere il patrimonio che essi rappresentano, si valuti seriamente l’opportunità di accoglierli nel Club. Nel contempo dobbiamo allargare il grado di rappresentatività nel nostro Club Rotary della società in cui viviamo: ricordo che nel Club ci sono undici classifiche non rappresentate. Il messaggio che desidero trasmettervi di questa mia esperienza di presidente riprende il tema di quest’anno, l’evento principe del 2009/2010, cioè il 60° del Club, espressione della continuità del Rotary e la ragione stessa del mio anno di presidenza. Il Club ha voluto infatti dare un segnale di innovazione, affidando tale incarico, nell’anno in cui raggiungeva questo importante traguardo, ad una donna, per la prima volta dalla sua nascita. La mia presidenza ha però avuto anche un altro significato più pregnante, e cioè che il Club ha saputo cogliere i cambiamenti della società, aprirsi ad essa, perché il Club è vitale. Già significativo il motto scelto per la celebrazione 60 anni al servizio della città per evidenziare il legame con Cagliari, legame che perdura e che ha portato risultati copiosi e importanti: la nostra attenzione verso la nostra comunità Cagliari è visibile nei tanti segni che lasciamo in giro per la città. Inutile soffermarsi ancora sul 60° anniversario, se non per ribadire che è stata una grande giornata per il Rotary Club Cagliari, e d’altra parte la commissione appositamente creata, sotto la presidenza onoraria di Angelo Cherchi, e grazie all’infaticabile organizzatore Salvatore Fozzi, un pilastro del club, è stata l’artefice del grande evento che ha sancito la leadership del nostro Club in Sardegna. Basti pensare ai dati delle presenze la mattina in Municipio e la sera alla cena, al libro pubblicato a testimonianza dell’evento, che sta avendo grande diffusione, all’annullo filatelico, alla buona eco nella stampa e nei media grazie alla Commissione Pubbliche relazioni.
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Ognuno di noi serberà nella sua mente il ricordo di quella giornata storica, nella cornice della aula consiliare del Municipio di Cagliari, alla presenza delle massime autorità rotariane, civili e militari con l’orgoglio e la consapevolezza del nostro passato. Abbiamo fatto una grande festa, ripercorrendo la storia degli uomini che sono stati il motore del Club, e ricordando le nostre azioni di servizio, realizzate a beneficio delle comunità. In quell’occasione ho cercato di interpretare e mettere in luce il ruolo svolto dal Rotary Club Cagliari all’interno della nostra città: allora come ora fondamentale ai fini della sua crescita democratica e per l’impulso al suo tessuto culturale, professionale e imprenditoriale. Cari amici voglio infondervi l’entusiasmo dei sessanta anni di esistenza del nostro sodalizio, uno stimolo ad una sempre maggiore presa di coscienza di che cosa vuol dire dichiararsi rotariani, a chiarire le scelte etiche e pratiche alle quali abbiamo aderito con l’ingresso al club, sottolineandone i valori, primo fra tutti il servire al di sopra di ogni interesse personale, l’amicizia e la leadership. Proseguiamo nel segno della continuità, ma nel progresso e con prestigio, perché la carica vitale e di servizio che il nostro Club esprime deve essere ulteriormente incrementata e proiettata verso mete ambiziose e prestigiose. Non abbiamo paura di rinnovarci pronti ad affrontare i bisogni e le sfide di un mondo in continuo cambiamento. Il motto del nuovo Presidente è Impegnamoci nelle comunità, uniamo i continenti; ma non dimentichiamoci mai – come ha detto John Kelly, Presidente Internazionale 2009-2010, richiamandoci alle nostre responsabilità – che il futuro del Rotary sarà sempre nelle nostre mani. Cari amici ancora grazie per l’onore che mi avete fatto scegliendomi come primo presidente donna, quanto ai risultati mi rimetto al vostro benevolo giudizio. ■
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I propositi del futuro presidente
Gli obiettivi del nuovo anno Antonio Cabras aro Ninni, è prassi che il presidente entrante scriva un articolo per il bollettino». Nel momento in cui Lucio Artizzu ha sollecitato questo adempimento, tutto mi sembrava facile. Poi… Ho iniziato a riflettere e quello che appariva facile è diventato difficilissimo. Che cosa posso dire, ai miei amici rotariani, che non sembri banale? Debbo raccontare delle mie emozioni, che vanno dall’orgoglio per essere stato chiamato a ricoprire un incarico prestigioso, al timore di essere inadeguato? Mi sembra un argomentare trito e scontato. Debbo parlare dei programmi del mio anno? Forse, ma certo vi è una sede più opportuna che è rappresentata dall’assemblea. E allora? Allora ho deciso di parlare, anche se l’argomento potrebbe apparire delicato, di alcune problematiche del club. Prima di tutto una premessa, doverosa e necessaria per non essere frainteso: considero il nostro club, il Rotary Club Cagliari, il più prestigioso (la modestia suggerirebbe di dire fra i più prestigiosi) della Sardegna e certamente uno dei più efficienti e validi del Distretto. Fatta questa premessa non debbo nascondere che vi possono essere aree di miglioramento. Tenterò quindi di affrontare alcuni argomenti, senza la presunzione di imporre il mio punto di vista, ma con la consapevolezza che il solo aprire un dibattito è un notevole passo avanti.
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L’EFFETTIVO: Il nostro club ha attualmente centosei soci e da parecchi anni questo numero è pressoché invariato. La punta massima è stata di centodiciannove soci e il dimensionamento tra i cento ed i centoventi è, a giudizio di molti, ottimale. L’età media è di circa sessantacinque anni; le perdite, per le cause più svariate, nell’ultimo quinquennio sono state di sei soci anno. Questo lo stato dell’arte. Da anni si parla della necessità di “ringiovanire” il club. Si tratta di intenderci sul significato della parola “ringiovanire”. Se si intende abbattere l’età media siamo di fronte ad un problema irrisolvibile, se non stravolgendo la fisionomia del sodalizio: l’ingresso, ogni anno, di cinque nuovi soci quarantacinquenni (cosa non facile da realizzare), serve a mantenere inalterata l’età del club, che fatalmente cresce per il decorrere del tempo. Se invece si vuol significare che occorre inserire “anche” dei giovani, l’approccio è, a mio parere, corretto. Non rileva l’età media, ma che le varie fasce di età siano tutte sufficientemente rappresentate, soprattutto quelle attualmente più scoperte, che vanno dai trenta ai quaranta anni (un solo socio) e dai quaranta ai cinquanta anni (sette soci). Il dibattito è aperto. Esiste infatti una corrente di pensiero che vorrebbe risolvere il problema, ponendo un limite almeno morale, all’età di ingresso dei nuovi soci. Se il mio approccio dovesse essere condiviso, la spinta sui giovani, necessaria
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caratteristiche dei validi rotariani e sono disponibili a impegnarsi per il club e per il Rotary. Tutto questo senza scartare i potenziali soci meno giovani, per i quali, l’esame qualitativo è più semplice, ma che a mio giudizio, dovrebbe essere sempre unito ad un altro fondamentale interrogativo: socio presentatore, direttivo e commissione dovrebbero sempre chiedersi: «Questo siQuesto sull’età. gnore, una volta ammesso, cercherà di esAltro argomento particolarmente senti- sere parte integrante del club o intende soto nel nostro club è la qualità dei soci da lamente avere un distintivo da apporre sul bavero della giacca?» ammettere. L’argomento è importantissimo ed ocUn dibattito sull’argomento è quanto corre affrontarlo con chiarezza. Avere dei “primi”, nei vari settori professionali, è mai necessario. Così come un dibattito sacertamente un vantaggio, anche per l’im- rebbe necessario sullo spazio da dare a magine esterna del club; se però quei “pri- nuove professioni, arti, mestieri, se si vuole mi”, sono così presi dalla loro vita profes- che il club sia uno spaccato della società in sionale da non poter dedicare un attimo del cui viviamo. loro tempo al club, né come presenza, né tanto meno come funzionamento, il vanL’ASSIDUITÀ taggio può diventare un danno. Ancora peggio se si tratta di soci “meteora”, che prendono il distintivo e poi Per quanto concerne la partecipazione alle scompaiono. Il club per vivere e per essere riunioni settimanali, i nostri soci possono efficiente ha bisogno di persone che, da un essere suddivisi, seppur con grande aplato condividano gli ideali del Rotary, dal- prossimazione, in quattro sottogruppi: l’altro siano disponibili a dedicare una parte del loro tempo alla vita del club medesi- • quelli con una assiduità alta (circa trenta mo, altrimenti il lavoro (e di lavoro si trat- persone); ta) ricade sempre sui soliti noti, e la massa • quelli con una assiduità media, ma al di sotto di quanto previsto dal manuale di è solo un carico da trascinare. procedura (circa trenta persone); E poi, mi domando e vi domando, come • quelli con una assiduità bassa o sporadisi concilia questa attenta selezione con la ca (circa trenta persone); ricerca di soci giovani? La nostra società • quelli che non si fanno mai vedere, spesso civile si è stratificata in modo tale che, di per cause giustificate (circa venti persone). norma, si arriva alle posizioni di vertice in Questa mini statistica mi porta a fare età matura e talora tarda. A mio giudizio il Rotary ha dato, almeno in parte, una rispo- due considerazioni, una positiva ed una nesta a questo problema: da anni Presidenti gativa. internazionali e Governatori ci esortano ad In negativo rilevo che il club vive ed attingere nuovi soci “anche” fra i Rotaractiani, gli alumni, gli ex borsisti. Sono per- opera con la metà dei soci, che come sapsone che non solo hanno vissuto gli ideali piamo non sono più giovanissimi e che la rotariani, ma che, per quegli ideali hanno percentuale di assiduità intorno al 35%, già lavorato; Non sono dei “primi e nem- ufficialmente comunicata al Distretto è la meno dei secondi”; forse un domani lo di- esatta fotografia di questa situazione. venteranno, ma certamente hanno tutte le per colmare i vuoti generazionali, non sarebbe in contrasto con candidature di persone “meno giovani”. Non dimentichiamoci che uno degli obiettivi primari, richiesto e perseguito dal Rotary Internazionale è l’aumento dell’effettivo e che per ottenerlo non bastano i giovani.
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In positivo rilevo che i tanti progetti di servizio, che ogni anno cerchiamo di realizzare e realizziamo, sono tarati sulla dimensione ufficiale dell’organico e che quindi, ancora una volta, la buona volontà di alcuni riesce a supplire all’inerzia di tanti. Ritorno però all’assunto: aprire un dibattito per trovare metodi e soluzioni atte a migliorare l’attuale situazione. E sull’assiduità lo spazio di miglioramento potrebbe essere ampio, ma per quanto ci rifletta le soluzioni sono difficili da ipotizzare e da attuare. Personalmente scarto tutte quelle drastiche, anche se contemplate dal manuale di procedura, che avrebbero come conseguenza immediata, anche una diminuzione dell’effettivo.
• Gradiamo le riunioni interclub? • Gradiamo le varie riunioni distrettuali, siano esse assemblee, Idir o congressi od è sufficiente che il club sia rappresentato? • Ci piacciono le tavole rotonde e le manifestazioni esterne che il club organizza o le viviamo come un dovere? • Ci piacciono i viaggi e le gite di affiatamento o sono un di più? • Cosa pensiamo dei gemellaggi, visto che quelli in essere si sono dissolti nel tempo? • Ci piacciono le riunioni in cui vengono trattati temi rotariani?
• Siamo disposti a impegnarci all’esterno per raccogliere fondi destinati alle varie Per quel che concerne il mio anno, mi iniziative od è più semplice tassarci e rifarò parte diligente di intrattenere gli aspi- sparmiare così tempo e fatica? ranti soci e i loro presentatori su quanto sia importante la presenza di “entrambi“ a tut- • È importante che ciò che facciamo venga te le riunioni. Effettuerò anche un controllo conosciuto all’esterno? costante perché questo accada. Ma per i vecchi soci? Posso ipotizzare alcune azioni • Siamo disposti a creare occasioni per esmirate di recupero, ma non riesco a vedere sere più conosciuti, anche se questo ci può soluzioni globali. Sono però certo che con costare sacrifici di tempo e di denaro? l’aiuto di tutti voi, amici Rotariani delle soluzioni possono essere trovate. Il dibattito è • Vogliamo cercare per la nostra rivista, che giudico un punto di forza per la nostra aperto; attendo i vostri suggerimenti. immagine, un più ampio bacino di lettori o ci sono sufficienti i nostri soci? IL CLUB ALL’ESTERNO Certamente le domande potrebbero Terzo, ma non ultimo argomento di discus- continuare. E le risposte? sione è, da un lato l’atteggiamento che i soci hanno verso le manifestazioni “esterne”, CONCLUSIONI dall’altro l’immagine che cerchiamo di proiettare nella società in cui viviamo. Mi Ho scritto queste brevi righe che certo porendo perfettamente conto della enorme trebbero sollevare anche qualche rimostranvastità di temi e sotto temi che si aprono – za, per amore del Rotary e del nostro club. per affrontarli occorrerebbero decine di Son però certo della comprensione degli amiriunioni, e non sarebbero esaustive – butto ci rotariani e mi riprometto (in questo sollegiù una serie di domande alla rinfusa per le citato da parecchi past presidents) di dedicaquali non ho risposta, anche se so che le ri- re, nel corso del mio anno, alcune riunioni alsposte sarebbero importanti per la vita e la la libera discussione su questi argomenti. ■ conduzione del club. E allora?
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Evoluzione temporale del Rotary International
Il piano strategico del Rotary Angelo Cherchi l Rotary International è nato il 23 febbraio 1905. Fin dalle origini la sua attività è stata guidata dalla tendenza ad agire i modo altruistico, sia in favore degli amici del club, sia degli appartenenti alla stessa attività professionale o alla stessa comunità sociale, nonché al mondo intero. Sono nate così negli anni ’20 le quattro vie d’azione del Rotary: Azione interna, Azione professionale, Azione di Pubblico interesse, Azione internazionale. Queste quattro vie d’azione hanno guidato a lungo tutta l’attività della nostra Associazione, che nel frattempo si era data una solida struttura organizzativa, basata sui Club Rotary, a loro volta riuniti in Distretti e guidati dal Rotary International. Alla fine degli anni Ottanta il Presidente internazionale Chuck Keller constatò che l’impegno dei Governatori distrettuali stava diventando molto gravoso a causa del notevole aumento del numero dei Club e nominò una speciale Commissione triennale per studiare il problema: È nata così la figura del Rappresentante del Governatore, che si sta dimostrando veramente utile. Nel frattempo le dimensioni sia del Rotary International, sia della Fondazione Rotary, sono cresciute in modo notevole, obbligando alla creazione di numerose Commissioni con l’intento di perfezionare la struttura del Rotary International sia della Fondazione entro il centenario della Fondazione, cioè entro il 2017. Come conseguenza di tutta questa attività è nato il Piano Strategico del Rotary International, che comprende anche la Fondazione Rotary, e che ha portato anche alla nascita della Pianificazione del Distretto e del Club Rotary efficiente, con la nascita
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delle nuove cinque Commissioni: Effettivo, Pubbliche relazioni del Club, Amministrazione del Club, Fondazione Rotary. Il piano strategico del Rotary International. La pianificazione strategica di una associazione permette lo sviluppo di una visione programmatica a lungo termine. Pertanto il Rotary International ha deliberato di stabilire un piano strategico, monitorato continuamente dal Consiglio Centrale e da una specifica Commissione. Il Piano del RI, che entrerà in attività con il primo luglio 2020, include anche il Piano strategico della Fondazione Rotary, e influenzerà l’attività dei Distretti e dei Club. In sintesi, il Piano strategico del RI si caratterizza per i seguenti punti: possiede una Visione (ottenere il riconoscimento della sua attività di servizio in favore delle comunità di tutto il mondo); un motto (Servire al di sopra di ogni interesse personale); agire attraverso 3 linee (sostenere i Club; accrescere l’azione umanitaria; incrementare l’immagine pubblica del Rotary), sostenute da valori fondamentali (servizio, amicizia, diversità, integrità, leadership) allo scopo di realizzare la nostra specifica Missione (Servire gli altri mediante azioni permeate di buona volontà tramite una rete di imprenditori e professionisti e di personaggi di spicco della comunità). Il piano direttivo di club deriva dal Piano strategico del RI e dal piano direttivo del distretto, entrerà in attività con il prossimo luglio, permetterà di sviluppare obiettivi a lungo termine, garantirà la continuità delle attività di gestione del club, coinvolgerà attivamente tutti i soci.
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te l’impegno di tutti i soci, da riunire più volte mediante apposite Assemblee, in consultazione con le strutture governatoriali. In particolare, il Rotary sottolinea la partecipazione dei dirigenti del Club alle riunione formative del Distretto, l’attuazione di programmi di orientamento dei nuovi soci e di formazione continua di tutti i soci, particolarmente di sviluppo di attitudini dirigenziali. Le cinque Commissioni di base sono suggerite come le più valide nell’attuazione delle attività del Club, guidate anche dal regolamento del Club, recentemente aggiornato, sempre modificabile sulla base Questa organizzazione funzionale del delle regole di base del Rotary. Rotary Club dovrebbe consentire l’attuazioLa tempistica dell’attuazione del piano ne dei propri progetti, ma anche di realizzare lo scopo del Rotary, che si riassume così: direttivo del Club prevede le seguenti tappe: Lo scopo del Rotary consiste nel pro- 1. preparazione del Piano (gennaio-giugno); muovere e diffondere l’ideale del servire, inteso come propulsore di ogni attività. In 2. inizio dell’attuazione (1°luglio); particolare si propone di promuovere e 3. valutazione del Piano (1° gennaio); diffondere: sviluppo di rapporti interperso- 4. preparazione dell’anno rotariano successivo (1° maggio). nali come opportunità di servizio (azione interna); elevati principi morali nelle attiAllo scopo di favorire il lavoro dei Club, il vità di lavoro (azione professionale); applicazione dell’ideale del servire a favore del- Rotary International ha predisposto una la comunità (azione di interesse pubblico); “Guida alla pianificazione strategica”, parsviluppo di buona volontà e di pace tra i tendo dalla Visione futura, e estendendosi per obbiettivi di tipo triennale, danti origine popoli (azione internazionale). L’attuazione del Piano direttivo dei a obiettivi di tipo annuale. Le guide sono seClub offre molteplici vantaggi, tra cui guite da un scheda utilissima per favorire la emerge soprattutto la partecipazione dei stesura del proprio Piano. In fine il Rotary ha fornito una utilissima “Guida alla PianiSoci alla vita del Sodalizio. L’attuazione del Piano si impernia sugli ficazione dei Club Efficienti”, atta ad idenelementi essenziali di un club efficiente, tificare gli aspetti attivi e negativi del procomprendente l’identificazione di tre-cin- prio Club nei riguardi di un Club efficiente. ■ que obiettivi annuali da realizzare medianLa pianificazione strategica del Club, appositamente studiata dal RI parte inizialmente dalla Visione per programmare tre obiettivi triennali, da cui originano obiettivi annuali, che vengono trascritti in semplicissimi moduli prepararti dal RI. La pianificazione studiata viene confrontata con quella ottenuta da Club efficienti, i quali operano attraverso le classiche quattro Vie d’azione ottenendo i seguenti risultati: conservare ed accrescere l’effettivo; realizzare progetti in favore della comunità locale; sostenere la Fondazione Rotary; Formare dirigenti capaci di servire a livello di Club ed oltre.
Un nuovo mozzo nell’“equipaggio” Cincotta! Dal 19 febbraio, Giovanni, figlio di Gianmarco e di Anna Fasciolo, è sul vascello di famiglia: Auguri affettuosi dei soci al bambino, ai genitori, ai nonni Vincenzo e Franca, a tutti i loro cari per una navigazione lunga e serena.
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Riflessioni rotariane
L’effettivo: Qualità nella Quantità Salvatore Fozzi
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uesto è un tema scottante che da sempre crea dibattito all’interno dei club Rotary ed è stato negli anni motivo di discussioni accese e polemiche, che in molti casi hanno determinato dimissioni anche clamorose. Cosa si intende per qualità: il Dizionario Zingarelli recita: «Elemento o insieme di elementi concreti che costituiscono la natura dell’individuo e ne permettono la valutazione in base a una determinata scala di valori». Questo è il significato del vocabolo. Cosa si intende invece e come viene valutata la “qualità” in ambito rotariano, ed è questo l’argomento che cercherò di sviluppare nel mio intervento. Premetto che non ho la presunzione e non desidero ricoprire il ruolo di colui che conosce le modalità o i sistemi per dare delle risposte o risolvere questo problema che da sempre fa discutere i club Rotary. Ma voglio anch’io come voi cercare di capire, sviluppando questo mio modesto contributo, che vuole essere un momento di riflessione collettiva, nella ricerca dei criteri più appropriati per una serena valutazione del problema. Durante la lettura del volume “La mia strada verso il Rotary”, scritto dal nostro fondatore P. Harris, nel capitolo “Il primo Rotary Club”, mi è rimasto impresso un significativo passaggio che secondo me può essere utile come spunto per sviluppare questo tema. «Il gruppo (il primo) crebbe, in numero, ma anche nell’amicizia, nello spirito di solidarietà gli uni verso gli altri e anche nei confronti della nostra città. Il banchiere e il panettiere, il pastore e l’idraulico, l’avvocato e il commerciante scoprirono che in fondo le loro ambizioni, i loro problemi, i
successi ed i fallimenti erano molto simili. Capimmo quanto avevamo in comune. Scoprimmo la gioia di essere uno al servizio dell’altro». Questo breve e profondo pensiero di P. Harris, indica chiaramente il grande valore che il nostro fondatore attribuiva alle qualità del socio come uomo e non solo a quelle che gli potevano derivare dai titoli accademici o professionali seppur importanti. Paul Harris ci indica chiaramente che la “qualità” non deve necessariamente intendersi come “titolo” o incarico, anche se di prestigio, che il socio ricopre nella società civile, ma debba essere interpretata prevalentemente come “qualità” morale dell’individuo anche se lo stesso non è il numero uno, e anche quando egli svolga una attività di panettiere, di pastore o di idraulico. Il nostro fondatore mette inoltre in evidenza l’importanza delle “classifiche” nell’ambito dell’ammissione dei nuovi soci. In molti casi, invece, la qualità dei soci viene interpretata solo in funzione dei titoli o degli incarichi ricoperti, senza tener conto che spesso questa interpretazione non è la migliore anche perché si corre il rischio che i soci “importanti e titolati” siano quelli sempre pieni di impegni e quindi hanno poco tempo per frequentare il club e questo va sicuramente a discapito dell’assiduità che è invece uno dei cardini del nostro Rotary. Senza quindi trascurare i numeri occorre riporre particolare attenzione alle modalità di ammissione dei nuovi soci, valutando bene, prima che avvenga la loro cooptazione nei nostri club, le attitudini, i comportamenti e la disponibilità all’impegno e al servizio, ed è per questo necessario ope-
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rare una scelta oculata, attenta e rigorosa. Sarebbe un errore ammettere nuovi soci esclusivamente perché si sono verificate delle perdite dovute ai più svariati motivi, oppure ammettere dei candidati solo perché sono amici o ci vengono consigliati da amici e di cui spesso abbiamo una conoscenza superficiale. Se, prima dell’ammissione fossero applicate le preziose regole contenute nel nostro manuale di procedura, sempre molto preciso e puntuale, si potrebbero evitare delle situazioni spiacevoli. Riprendiamo adesso il nostro argomento, facendo un passo indietro per vedere insieme come veniva in passato interpretato il termine “qualità” ed in particolare cosa accadeva negli anni di fondazione del Rotary italiano, che vi ricordo nacque a Milano, dove fu fondato il primo club il 29 febbraio 1923, su iniziativa di un ingegnere irlandese (Leo Giulio Culleton), residente in quella città per lavoro, che ne fu il promotore e l’animatore. Questo primo club e non solo, ma anche gli altri fondati subito dopo, annoveravano tra i soci fondatori nomi di elevato prestigio nella vita imprenditoriale, professionale e politica dell’epoca e personalità di spicco nella comunità, come Giovanni Agnelli, Borletti, Caproni, Achille Bossi, grande rotariano, che fu successivamente un importante e valido governatore, Giuseppe Volpi, Piero Pirelli, Gaetano Marzotto ed altri, e questo per citarne solo alcuni. Allora la “qualità” del socio veniva interpretata esclusivamente come “numeri uno” della società dell’epoca e se non si possedevano questi requisiti non si veniva ammessi, e forse allora era giusto così. Con l’espansione dei club in Italia, si è passati infatti dai 25 club del 1930 agli attuali 780, il Rotary non viene più considerato solo uno “status symbol” ma nella maggior parte dei club, ed in particolare nei piccoli centri, vengono accolti uomini, anche se non in possesso di prestigiosi titoli, ma dotati di elevate qualità morali e professionali, impegnati a rendersi utili verso il Rotary e verso la società. L’esperienza del passato ci ha tra l’altro insegnato che l’ammissione, spesso non controllata, di un numero troppo grande di soci, ha
comportato talvolta una caduta di qualità nei club, seguita da una successiva e importante riduzione dell’effettivo. Per cui non solo qualità del socio, ma anche qualità del club. La qualità eccellente del rotariano non è una certificazione conseguita negli anni ma se vi era all’atto dell’ammissione, la stessa deve essere continuamente rinnovata, ed in particolare va rinnovata con una buona frequenza alle riunioni di club, cioè con una regolare assiduità. Il Rotary si capisce se si vive. Sappiamo che nel passato i club erano molto restrittivi nelle interpretazioni della regola dell’assiduità e applicavano con severità il manuale di procedura dimissionando i soci che non rispettavano la percentuale della assiduità prevista dal nostro regolamento. Ma oggi i tempi sono cambiati. I club si stanno per fortuna gradatamente ringiovanendo, molte famiglie di appartenenti al Rotary hanno i due genitori che lavorano e devono seguire i loro figli sempre più impegnati nello sport e in attività extrascolastiche per cui hanno certamente meno tempo di un socio più anziano, che ha maggiore disponibilità giacché ha già raggiunto i propri traguardi professionali. I nostri Club hanno comunque bisogno di buoni soci, e i buoni soci sono spesso pieni di impegni anche se, da buoni rotariani, fanno tutto il possibile per partecipare in modo regolare alle riunioni. Ribadisco il concetto che è comunque sempre necessario prvilegiare la qualità innanzitutto, anche quella che potrà essere espressa in futuro nell’ammissione di un giovane socio, che spesso è all’inizio della propria carriera professionale. Non dimentichiamo inoltre che la partecipazione attiva, e quindi una regolare assiduità, in un club in cui la qualità diventa momento di espressione e di maturazione, è uno dei primi requisiti della stessa, onde evitare così che i nostri soci siano solo portatori di distintivo. L’aumento dell’effettivo resta un importante obiettivo da perseguire giacché lo stesso è segnale di vitalità del club e la crescita dei soci oltre che essere utile a ripianare le
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perdite fisiologiche consente ai club di lavorare e di poter realizzare il non facile cammino dell’efficienza nel rispetto del piano direttivo. L’ammissione di un nuovo socio non si conclude certamente con la sola consegna del distintivo, il neo ammesso dovrà essere successivamente seguito soprattutto dal socio presentatore, ma di fatto da tutto il club, in modo da garantirne una buona formazione rotariana e il conseguente affiatamento con gli altri soci. Un altro importante problema, a cui voglio accennare è quello del mantenimento della compagine associativa migliorandone la conservazione, altro obiettivo cruciale da tenere sempre nella massima considerazione. Le dimissioni di un socio sono nella maggior parte dei casi una sconfitta per la leadership del club e rappresentano: o un errore nella selezione, e questo è spesso dovuto alla superficiale valutazione delle “qualità” del candidato, o una mancanza di affiatamento e di coinvolgimento all’interno del club che ne determina il disinteresse e il successivo abbandono. Ambedue le situazioni devono portare i nostri dirigenti a profonde riflessioni sulla vita del club stesso. Un altro aspetto importante è quello dell’espansione esterna, vale a dire la creazione di nuovi club, operazione che viene spesso osteggiata nel timore di “concorrenze” nel proprio territorio. In effetti, la creazione di nuovi club, è essenziale per la sopravvivenza stessa del Rotary e deve essere soprattutto orientata verso quei territori non adeguatamente coperti senza dimenticare che il club padrino ha il dovere di seguire ed aiutare il nuovo club nella crescita e nello sviluppo, sino alla sua completa autonomia e funzionalità. Anche in questo caso il RI raccomanda particolare attenzione nella individuazione dei futuri soci che comporranno il nuovo club, prevedendo una lista di candidati adeguata nella qualità degli stessi ma che sia anche rappresentativa dell’effettiva realtà locale diversificando per età, sesso e professione. Tutti noi ci rendiamo conto di quanto non sia facile far convivere e conciliare la qualità con la quantità, ed è per questo che
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Paul Harris ad una delle prime riunioni del Rotary.
ribadisco il concetto che il consolidamento del club passa comunque attraverso la “qualità” dei soci, termine che vuol significare efficienza del club ed è elemento imprescindibile sia per il sentimento di “appartenenza” che per l’immagine “esterna” del Rotary, elementi fondamentali per una credibile azione di sviluppo dell’effettivo. Il nostro Presidente Internazionale pone quest’anno l’accento, per quanto concerne lo sviluppo dell’effettivo, su una crescita netta di almeno un socio per club e quella di ottenere un tasso minimo di conservazione pari all’80%. Mi sembrano obiettivi sensati e raggiungibili. Altre volte invece il tentativo di ricercare la quantità a tutti i costi da parte di alcuni Presidenti Internazionali che invitavano in maniera perentoria i governatori del loro anno a raggiungere dei traguardi finalizzati esclusivamente a sensibili aumenti della compagine associativa, non ha giovato sicuramente alla qualità e non ha fatto bene al Rotary. Quelli più anziani di noi ricorderanno che il Presidente Internazionale Dong Kurn Lee aveva richiesto, durante il suo anno, un aumento dell’effettivo di circa 100.000 rotariani da distribuirsi tra i 32.800 club nel mondo (mediamente 4 nuovi soci a club al
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netto delle perdite), iniziativa che non ha avuto il successo sperato ma si è rivelata un fallimento. L’aumento dell’effettivo deve essere considerato una crescita virtuosa e ponderata, seppur nel rispetto e nell’osservanza del piano strategico che indica lo sviluppo dello stesso come colonna portante della nostra associazione, giacché è comunque necessario che il nostro sodalizio continui nella strada della crescita e del conseguente rafforzamento per poter perseguire efficacemente i propri scopi e le proprie finalità. Occorre quindi, ritornando al concetto iniziale del tema di questo mio breve articolo, privilegiare la qualità alla quantità ricercando nel contempo uno stile rotariano di grande qualificazione e livello. Ciò naturalmente non significa chiudersi all’interno dei nostri club e non proseguire nello sforzo nell’identificare classifiche e presenze nuove, ma sempre con livelli qualitativi adeguati al nostro sodalizio, in relazione alle quali il club dovrà cercare una rappresentanza più ampia di donne e di giovani e di leader nelle singole categorie senza dimenticare ex rotaractiani ed alumni, e ciò al fine di evitare o almeno di limitare quegli squilibri esistenti tra classifiche professionali super affollate e molte altre assolutamente assenti, situazioni che non giovano al buon funzionamento del club.
Soci del primo Rotary club si riuniscono a Comely Bank, casa di Paul P. Harris, nel 1942. (da sinistra) Silvester Schiele, Montague “Monty” Bear, Harris, Bernard E. “Barney” Arntzen, Rufus F. “Rough-house” Chapin, Harry L. Ruggles, e Robert Fletcher.
Il Rotary ci richiede: attitudini particolari, quali disponibilità al servizio, amore verso il prossimo, ricerca del consenso e dell’amicizia, spessore culturale adeguato e solo con la qualità dei soci potremo soddisfare queste esigenze. Non è obbligatorio che tutti i club crescano di numero, ma molti di essi dovrebbero invece crescere in qualità, valore che si raggiunge tenendo sempre vivo l’orgoglio dell’appartenenza a questa importante e prestigiosa associazione internazionale unita alla attenzione nella formazione rotariana dei nostri soci. Voglio concludere con un altro breve brano tratto dal volume “Origine e uomini del Rotary”, tradotto dal nostro PDG Lucio Artizzu, in cui Paul Harris, commentando un pensiero sul Rotary che gli inviò un suo amico rotariano australiano, Sir Henry Braddon, dice: «Uno dei modi attraverso cui il Rotary sviluppa le qualità di un individuo è quello di preservare il ragazzo che c’è in lui. Nel profondo del cuore di ogni buon uomo c’è sempre un ragazzo, un ragazzo che guarda la vita come a una cosa meravigliosa, con occhi limpidi, senza pregiudizi o intolleranze, con vero entusiasmo, pronto all’amicizia. È un triste giorno per un uomo quando il ragazzo in lui muore. Fino a quando un uomo è in grado di mantenere la sua mente elastica e il suo spirito aperto alle influenze degli amici, non diventerà mai vecchio. Il Rotary incoraggia ed aiuta a crescere tenendo vivo il ragazzo che c’è in noi». ■
SITO INTERNET DEL CLUB: www.rotarycagliari.org E-mail del club:
[email protected]
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Il cuore pulsante di Cagliari
Via Roma, una piazza sul mare Gianni Campus all’Unità in poi, e forse anche da prima, in questo Paese ogni città che si rispetti ha una Via Roma. Avere una strada dedicata alla Capitale d’Italia, sembra, infatti, quasi doveroso, e spesso tale omaggio è tributato anche all’estero, dove, però ben difficilmente suscita gli stessi sentimenti di affettuosa appartenenza che accomunano gli Italiani quando, presto o tardi, finiscono per passeggiare nella loro particolare Via Roma. Le innumerevoli Via Roma, infatti, servono per questo: passeggiare. Esse sono, infatti, i luoghi della più sfrontata ed efficace partecipazione borghese alla vita della città, che normalmente ama esercitarci nel
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passeggio praticato e osservato praticare; come tutti i luoghi, sono soggette a regole identitarie, a rigorose manifestazioni antropologiche e sociali, ad abitudini ineludibili sebbene variabili nel tempo. Nelle varie Via Roma (forse dovremmo dire Via-Roma, celebrando anche formalmente il sintagma; o magari Viarromma, volendo restare sul locale), ovunque si trovino, siamo certi di essere in centro. In genere, infatti, basta chiedere a un tassista o al GPS di essere condotti in questa via, e la magia si compie automaticamente: eccoci qui, siamo nel centro della città, o del paese, senza distinzione di latitudine o di dimensione.
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Se proprio vogliamo essere precisi, può capitare che ci si ritrovi in uno dei centri, e non sempre in quello più antico; in genere, saremo in quello laico, ossia vicino alla sede comunale piuttosto che alla chiesa più importante, sia essa una pieve o una cattedrale. E questo vuol dire che la Roma di cui si tratta – senza nulla togliere al Centro della Cristianità – sembra essere più prossima a Garibaldi che a Pio IX, e – si direbbe – non pare aver molto a che fare con Giulio Cesare, se non a partire da qualche metro sotto terra, dove la romanità vera ha spesso lasciato le sue remote tracce. La Via Roma cagliaritana non si sottrae a queste regole. Anzi, sembra un paradigma di tutti i luoghi comuni enunciabili in materia di via-romità: dai portici ai giardinetti, dal Municipio alla Stazione, c’è proprio tutto, con l’arricchimento recente del Consiglio Regionale e dei punk-a-bestia, che hanno spostato verso la seconda metà del secolo scorso una lancetta del tempo altrimenti saldamente orientata verso l’Ottocento, urbanisticamente parlando. La concezione ottocentesca della strada ha, infatti, solide e sane motivazioni, la più percettibile delle quali è quella del definitivo smuramento della città. Finalmente, anche a Cagliari si erano, infatti, rimosse – come in altre città europee, da Firenze a Vienna, prendendo atto della loro inutilità militare – le mura che per secoli avevano separato qualcuno da qualcosa. Con il Largo Carlo Felice – il cui smuramento riuniva Stampace con Marina – la creazione della Via Roma attuale celebrava la liberazione verso il mare, e l’unificazione della città intera con il porto ormai – almeno in teoria – smilitarizzato. L’allineamento delle due nuove strade dopo la rimozione delle mura, e il loro reciproco squadrarsi appare in verità il frutto d’un pensiero forte e fondativo, anche se curiosamente interrotto, in tempi recenti, dalla proterva pretesa di celebrare la monumentalità dell’ultimo lacerto, rimasto infilzato come il mercoledì nel bel mezzo del porticato, fuori luogo almeno quanto appare fuori scala il suo vicino Palazzo del Consiglio Regionale.
L’incrocio fra Via Roma e il Largo aveva proposto, come già detto, ben altro: un cardine e un decumano, inteso uno a segnalare la linea della costa, l’altro quella della massima pendenza della città sulla collina retrostante. Si tratta di segni fortissimi, geometricamente e geograficamente, ma – soprattutto – simbolicamente. La linea della costa altro non è, infatti, che il limite attraverso il quale Cagliari si affaccia verso il Mediterraneo, entrandovi e riflettendovisi come Alice nello specchio, in modo fisico e metafisico a un tempo. Dietro Cagliari, la Sardegna e – forse – l’Europa. Quasi a ribadire quel primo segno, l’altro: la direzione d’un proiettarsi, d’un vedere e d’un esser visti; un segno lungo il quale montare, costruendo, per manifestare quella bianca città mediterranea della quale già Lawrence segnalava la facile vista e la difficile risalita. Intorno a quell’incrocio non c’era solo la città voluta con tanta decisione, con mercato, palazzo civico, alberghi, banche, cinema, poste, stazione e dogana: c’era il sogno d’un primato, l’inizio d’un percorso storico e ideale. Chi l’ha voluto ha rifondato la città. Osservare le vecchie foto – che ricordano come fosse quell’incrocio di vie e di visoni fra Ottocento e Novecento, fra palazzi in costruzione e merci alla rinfusa sui moli – riesce a far percepire quanto sia stata determinata l’azione di chi ha voluto che la via Roma, com’è, fosse. Palazzo Vivanet, il Palazzo del Comune, La Rinascente e così via, sino alla Darsena, sono stati voluti, infatti. La parola “volere” – per chi governa una città, e non solo – è spesso intesa come un segnale d’arroganza, di spregiudicato orgoglio; in realtà, dietro quel volere, si cela non di rado il senso d’un amore, d’una dedizione propositiva, quasi materna (o paterna): come volere un figlio. Le cose – una volta fatte, siano figli o città – sembrano però più facili da fare di quanto non sia effettivamente stato; se può forse essere così per i figli – più per i papà che per le
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mamme, in verità – certo non lo è per le città. Osservare il Municipio di Cagliari, ci propone ancor oggi il senso di quel forte volere e di quella fatica. Se avessimo il dubbio di quanta forza esistesse in quella remota volontà, basta sfogliare l’insieme dei progetti che all’epoca concorsero per la scelta: il palazzo attuale è – senza scampo – ancora oggi il “vincitore”. Il palazzo costruito, che tutti vediamo invecchiare sotto i nostri occhi, con noi, come noi, ha un’autorevolezza che lo rende inevitabile e insostituibile; datato, certo, non bellissimo, forse, ma indelebile, come la volontà che lo volle e lo costituì. Riproporre quella forza etica, quel volere, non dev’essere stato facile, per oltre un secolo. Nello stesso tempo, Cagliari ha passeggiato, sfilato, marciato, lavorato, corteggiato, pregato, suonato, cantato, protestato, mendicato sempre nella Via Roma, con la Via Roma, sul ruvido granito, al sole, o sui pavimenti lucidi, sotto i portici. Lì tanta gente è partita ed è arrivata, santi e teste coronate, politici e sportivi, studenti e scienziati, emigranti ed immigrati, bersaglieri e marines, papi ed ergastolani, buoni e cattivi: di tutto. E con tutto: a piedi, su carri trainati da vario bestiame, in bicicletta, con ogni automobile possibile e immaginabile; in tram, treno, autobus, filobus; con incrociatori, portaerei, sommergibili, yacht e ogni altra nave militare o civile; in aereo e finanche in dirigibile, ma sempre, in un modo o in un altro, in Via Roma, verso Via Roma, con un occhio sulla Via Roma. Sotto tutto questo bendiddio, ogni tanto la Via Roma sembra scricchiolare: quanta gente, quanto traffico, che va e vieni, in questo corridoio; non angusto, certo, ma obbligato. Si potrebbe quasi dire, infatti, che «tutte le strade portano in Via Roma», se la battuta non fosse troppo facile, troppo banale per essere fine. E noi la lasciamo al suo destino, la battuta, ma – in un modo o
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in un altro – da lì passiamo, in un quotidiano esercizio di spostamento, di accesso, di frequentazione. Se eravamo partiti dal passeggio, dobbiamo cominciare a ripensarci, forse: questo sembra piuttosto correre, e in modo ansioso, non di rado. Eppure, ancora oggi, Via Roma ci cattura: quella passeggiata – per quanto rapida, rubacchiata quasi fra un impegno e l’altro – è ancora affascinante. Non sono le vetrine, non sono i prodotti offerti o consumati ad attrarci: in fondo, non c’è niente di speciale. È la gente, che ci richiama; la gente della piazza, che riconosceremmo anche se fosse sempre diversa, invece che sempre uguale, come poi ci sembra, alla fine. La gente dell’Agorà. D’una piazza grande, sul mare. Una piazza a una dimensione, magari. Non per ragioni alla Marcuse, che magari varrebbe anche la pena di esplorare, in quella folla non di rado solitaria, per dirla con Riesman; una dimensione sola perché l’altra, quella verso il mare, è solo visiva, irraggiungibile. Una mare così vicino, così voluto, così lontano nei fatti. Ecco il nuovo grande “volere”: unire il mare ai portici, realizzare la seconda dimensione. La dimensione del sogno. Quante volte, camminando su un molo proteso verso il mare, abbiamo pensato che quell’andare potesse – o forse dovesse – non finire mai? Quante volte, in punta a quel molo, senza più nulla di solido davanti, abbiamo lasciato che la nostra mente, il nostro cuore, camminassero ancora su quell’acqua, liberi e senza più limiti? Domani, forse, una volontà forte, difficile, controversa eppure condivisa, potrà fare in modo che quel camminare ideale s’incroci con quello del passeggio, lo renda meno ripetitivo, più insicuro. Si sostituisca all’andare e venire, avanti e indietro, nei soliti passi risaputi, amati e quotidiani, con l’andare magico verso qualcos’altro, dentro lo specchio dei nostri sogni. ■
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Turismo: prospettive del porto
Sarà potenziato il porto di Cagliari Paolo Fadda iter di approvazione del nuovo Piano Regolatore del Porto di Cagliari è in dirittura d’arrivo. Il Piano vigente è infatti del 1967 e, solo per dare l’idea di quanto sia anacronistico, basti ricordare che in esso non compaiono gli insediamenti della petrolchimica di Sarroch e lo stesso Porto Canale. In tutti questi anni l’assenza di indicazioni di piano ha fortemente condizionato l’idea di sviluppo del porto e le azioni conseguenti, e ciò ha avuto l’effetto di produrre una lunga serie di problematiche che dovranno essere sanate. È, questo, un quadro comune a diversi porti.
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L’impossibilità di poter svolgere alcune funzioni negli specchi acquei tradizionali ha determinato le scelte assunte negli anni, con le conseguenti decisioni di modificare tali assetti attraverso procedure spesso non supportate dalla pianificazione. Il nuovo Piano Regolatore in fase di approvazione ed il recente aggiornamento del Piano Operativo Triennale definiscono inequivocabilmente l’indirizzo di sviluppo assunto per il Porto, per quanto concerne i segmenti di attività portuale a sostegno del turismo, ossia diportismo, cabotaggio, passeggeri e crociere. Si è consapevoli, in questo frangente, di dover mettere in campo ogni utile azione
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per lo sviluppo del porto e dell’economia che ad esso si lega, ma vi è stata altrettanta convinzione nel ritenere, da un lato, indispensabile il ripristino di un percorso operativo nella norma e dall’altro, di disporre di un disegno di sviluppo per il porto fortemente orientato da adeguate analisi sui nuovi indirizzi della domanda nei differenti segmenti di traffico. L’azione a favore del turismo non può prescindere da un disegno che coinvolga in generale il territorio e, nel caso specifico, la città di Cagliari. Grande piazza sul mare dalla via Roma a Su Siccu, barche a vela all’ormeggio ma anche una città con le sue appendici dentro il porto, dove la gente potrà trovare un nuovo modo di fruire dei moli attraverso la riqualificazione dei moli Dogana, Ichnusa, Sanità. Si intende offrire nuovi spazi alla città per attività commerciali, di ristorazione, spettacolo e sport. Per fare questo verrà migliorata l’offerta di spazi per la sosta sotto il molo Ichnusa, che diventerà una grande piazza sul mare a ridosso del terminal crociere. Le navi da crociera saranno l’altra presenza. Si sta facendo di tutto perché essa diventi stabile e perché si riesca a fare il salto di qualità che consenta a Cagliari di divenire, a tutti gli effetti, meta inserita nei programmi delle crociere. Questo obiettivo, condiviso con il Comune di Cagliari, la Provincia di Cagliari e la Camera di Commercio, potrà essere conseguito solo se si riuscirà a confezionare, con il concorso di tutti, prodotti di accoglienza e pacchetti turistici molto qualificati e di gradimento degli armatori. Si sta lavorando in questa direzione, ormai da due anni, anche attraverso diffuse indagini sul gradimento della sosta a Cagliari da parte dei crocieristi, i cui risultati hanno costituito la base di partenza per poter confezionare il nostro futuro prodotto turistico. Sul fronte mare di ponente arriveranno anche le navi di linea, miglioreremo il servizio a favore di questi clienti con un nuovo terminal passeggeri che dovrà assomi-
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gliare, per qualità dei servizi, ad una moderna aerostazione e che dovrà essere realizzata con il concorso del capitale privato. L’utilizzo della finanza di progetto ed il coinvolgimento dei privati dovrà permeare tutte le nuove iniziative del fronte portocittà per due ragioni: non si può rinunciare ad alcun apporto di capitale ma soprattutto si intende attuare nuove formule gestionali, salvaguardando, nel contempo, gli interessi della collettività. In questo disegno va ricordata la realtà dei pescatori che, per una città con tradizioni di mare, non è soltanto la risorsa del pescato. La marina dei pescatori deve diventare un altro importante angolo del porto che cittadini e turisti possano visitare, dove possano acquistare al dettaglio o degustare i prodotti del mare. Sono già state individuate le risorse finanziarie sia per la realizzazione della darsena pescatori che per la bonifica e la regimentazione del canale di guardia della laguna di S. Gilla, con il recupero di un’area molto bella a ridosso del vecchio ponte della SS 195. Si è pensato alla promozione di un piano organico di recupero urbano che possa consentire di raggiungere importanti obiettivi, quali la disponibilità di un’area parco urbana da cedere al Comune, dove poter accogliere la gente ed offrire ad essa la possibilità di poter praticare gli hobby della fotografia e della pesca anche attraverso manifestazioni sportive, di poter degustare i prodotti del mare attraverso attività di ristorazione da lasciare in gestione alla comunità dei pescatori, laddove la comunità stessa saprà trovare i modi e le regole per garantire un servizio adeguato alla città. La regimentazione del canale è necessaria per intercettare i detriti trasportati ed evitare l’insabbiamento della darsena pescatori ma anche per consentire la navigabilità dello stesso, al fine di poter offrire un itinerario di grande fascino dalla radice del canale di Terramaini fino alla sommità della laguna di S. Gilla a ridosso dell’aeroporto di Elmas.
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«…Il fronte urbano del porto sarà quasi esclusivamente dedicato alla nautica da diporto. Il numero di posti barca sarà complessivamente di 2200 unità, compresi gli stalli per grosse imbarcazioni da diporto prevalentemente previsti sul fronte della via Roma. Al momento attuale le imbarcazioni presenti in porto sono quasi esclusivamente di residenti ed è stimato che la domanda locale non possa coprire l’offerta del porto nella fase di regime. L’obiettivo è dunque quello di poter attrarre imbarcazioni sia di residenti di altre regioni, che di agenzie “charter” che possano sostare negli specchi acquei di Cagliari tutto l’anno. Per raggiungere questo obiettivo sul fronte porto settentrionale del Porto Industriale è prevista la realizzazione del distretto della nautica che possa accogliere l’intera filiera di attività di supporto ai natanti. In tale distretto, razionalmente concepito con adeguati bacini di carenaggio, saranno localizzate tutte le aziende che già nel settore operano all’interno del porto di Cagliari e ne sarà incentivato l’insediamento di nuove, particolarmente in quegli anelli della catena logistica di settore al momento mancanti. Il progetto del distretto è in corso e, parallelamente ad esso, al servizio anche del distretto industriale, si sta pensando ad un sistema di supporto delle aziende nella fase di “start up”, in particolare per ciò che concerne gli oneri per energia, acqua e smaltimento rifiuti…» Nell’aggiornamento del Piano Operativo triennale del marzo 2008, da cui sono state estratte queste notazioni è chiaramente definito l’intento dell’Autorità Portuale. Le analisi di mercato condotte preliminarmente alla sua stesura hanno, infatti, posto in luce, per un verso, la forte richiesta di spazi per accogliere industrie di costruzione e refiting di natanti da diporto e, dall’altro, le nuove tendenze del mercato fondate sulla necessità per le case produttrici di disporre di concessionarie, opportunamente localizzate, per l’assistenza in mare alla propria clientela, in analogia a ciò che da sempre viene fatto nel settore automobilistico.
Da ciò deriva lo stretto legame con le marine od i distretti e la necessità che nelle gestioni di tali servizi siano presenti le stesse aziende di produzione dei natanti, al fine di poter assicurare ai propri clienti anche il ricovero temporaneo della barca in attesa di assistenza. Dunque se zona franca, distretto industriale e distretto della nautica sono l’elemento fondamentale per lo sviluppo dell’economia del porto ed oltre, non può essere concepito un marketing territoriale avulso dai processi di sviluppo disegnati per la nostra regione. Le aziende che dobbiamo richiamare nel settore della logistica non potranno prescindere, quindi, dalla realtà produttiva isolana ma, anzi, si integreranno con essa, saranno sistemicamente di supporto e completamento. Così per il distretto della nautica, elemento fondamentale per il supporto all’industria del diportismo. Le attività da richiamare devono coprire l’intera gamma delle esigenze dei clienti, ma devono anche integrarsi con i distretti di Olbia, Arbatax ed altri, al fine di offrire un’offerta unitaria anche dal punto di vista gestionale. È necessario garantire qualunque tipo di assistenza, ma non necessariamente una determinata localizzazione per la sua fruibilità. Il cliente deve sapere di poter trovare il meglio ed è ininfluente dove, perché l’organizzazione assicurerà lo spostamento del natante. Così come un’organizzazione interportuale garantirà l’ormeggio durante la vacanza, attraverso proposte per itinerari in mare alternativi e comunque la piena assistenza in mare ai clienti. In questo senso è nata l’iniziativa di allargare il distretto portuale di Cagliari ad altri porti, primo fra tutti Arbatax, anche se si è consapevoli della necessità di rimuovere la tendenza all’individualismo che ancora oggi permea in modo straordinario la mentalità dei Sardi. Ma non disperiamo per il futuro. ■
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La ricchezza delle crociere
Il turismo che viene dal mare Vincenzo Cincotta uando si affrontano i problemi, sarebbe doveroso poterli vedere in chiave positiva, che è l’unico modo di trascinare le coscienze verso uno sviluppo sociale che deve essere la forza trainante di ogni popolo. I miei occhi, invece, vedono le cose abbastanza negativamente, al contrario del cuore il quale vorrebbe continuare a sperare in un futuro migliore. Senza voler essere presuntuosi possiamo tranquillamente affermare che la Sardegna ha un patrimonio ambientale e culturale molto prezioso e ad un altissimo livello. Nel mondo esiste, ed è sempre esistita, insieme ovviamente ad una grande povertà, una disponibilità economica immensa. L’era dei collegamenti, ormai globale, ha fatto sì che una moltitudine di individui che dispone di risorse economiche, vada in giro per il mondo via terra, via mare e via cielo alla scoperta del nostro globo. Quindi è molto semplice coniugare i termini del problema con l’apparente assioma: «Poiché la Sardegna è bella, il turista vuol vedere le cose belle e ha soldi da spendere: quindi il turista dovrebbe venire in Sardegna e lasciare qui la sua ricchezza e fare in modo che la Sardegna sviluppi la sua economia» in modo controllato ovviamente. Purtroppo ciò non avviene o avviene in misura molto ridotta per una serie di ragioni che dovrebbero indurre noi sardi a riflettere. La nostra classe politica e dirigente sembra essere troppo indaffarata a risolvere i problemi personali o di consenso ed è composta da tanti uomini che appena conquistata una poltrona o un posto pubblico si fanno grandi grandi facendo così un paese piccolo piccolo. In altre realtà mondiali
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moltissimi uomini piccoli piccoli, lavorando in squadra, sono riusciti a far diventare i propri paesi grandi. Poniamoci alcuni quesiti. Quali possono essere i destinatari di una portualità cagliaritana o meglio di tutto il sud della Sardegna? Il turismo delle imbarcazioni da diporto e quello crocieristico. Nell’incremento di uno sviluppo turistico, quale potrebbe essere la ricaduta economica per Cagliari e Provincia se ci fosse una profonda presa di coscienza da parte dei sardi? Nell’arrivo del turista a mezzo di imbarcazioni o di nave da crociera, bisogna distinguere quella che è la ricaduta immediata da quella che è una ricaduta differita nel tempo. La ricaduta immediata è quella ovvia delle escursioni, dei piccoli acquisti, delle guide e dei servizi portuali. La ricaduta differita consiste nell’alta probabilità che il turista, purché incuriosito ma comunque soddisfatto, ritorni per approfondire la visita del territorio sardo in un arco di tempo più lungo. Quello delle imbarcazioni viene individuato nella categoria dei maxi yacht, in quanto difficilmente piccole imbarcazioni, se non quelle stanziali, scalano nei porti del sud Sardegna a causa delle notevoli distanze in mare aperto che devono essere percorse in una realtà geografica che vede le altre mete lontane e con un elevato rischio di condizioni meteomarine. Queste grosse imbarcazioni, i cui proprietari appartengono alla categoria dei grandi ricchi, quando, e se, scalano in un porto, lo fanno a patto di trovare condizioni non solo particolari ma anche servizi di
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alto livello, nonché eventi particolari, ampliamente pubblicizzati in anticipo, che creino l’occasione di attrazioni qualificate. In mancanza di ciò il porto di Cagliari viene tranquillamente bypassato potendo scegliere alternative molto più confortevoli e pratiche. Ed è quello che sistematicamente avviene. Un discorso analogo, ma con problematiche diverse, merita quello del turismo crocieristico. Le navi nelle rotte tra Spagna, Nord Africa e terraferma italiano devono comunque interrompere la navigazione e i passeggeri delle navi da crociera non amano soggiornare molto a bordo durante la navigazione diurna, così Cagliari si trova in una posizione caratteristica a sud del Tirreno per cui le navi fanno scalo quasi per necessità e cioè per una scelta obbligata in un’ottica di altre mete più interessanti raggiungibili con un’altra tratta di 10/15 ore. Un dato di particolare rilievo per chiunque si occupi di economia: nel 2007 si è verificato un aumento del mercato crocieristico italiano del 27% rispetto al 2006, per un totale di 7,6 milioni di passeggeri! Il primo porto per traffico passeggeri è stato il porto di Civitavecchia, con quasi il 20% del totale, mentre Cagliari ha registrato l’1 per cento. Il 2008 è stato l’anno del record con una crescita dell’11,8%. Il 2010 farà registrare un aumento sulla movimentazione dei croceristi negli scali nazionali di raggiungendo l’ammontare di circa 8.820.000 di passeggeri (+5,27% rispetto ai circa 8,3 milioni del 2009) e 4.531 toccate navi (+6,8%). Nel mondo ci sono circa 150 armatori e nel Mediterraneo ne operano sostanzialmente 14 ed entro il 2010 ci saranno altre 30 nuove navi in consegna, di cui 12 da parte della Fincantieri, che è leader mondiale nella costruzione delle navi da Crociera. Numeri che stanno ad attestare una crescita importante con immense possibilità per tutti noi. Da decenni si parla di sviluppo turistico della città di Cagliari ed in particolare di quello legato alla portualità. Ebbene in genere è spontaneo pensare che un qualsiasi sviluppo, come per esempio quello turistico legato alla portualità,
possa dipendere principalmente dalla realizzazione di infrastrutture. Ciò è corretto se includiamo però nella categoria delle infrastrutture non soltanto quelle “materiali” ma soprattutto quelle “immateriali”. Le infrastrutture “immateriali” sono il livello di imprenditorialità, la capacità tecnologica ed innovativa, la conoscenza di altre realtà, la reazione immediata autorizzativa delle istituzioni alle istanze degli operatori economici. La globalizzazione ha e sta portando una competizione sempre più crescente che non può essere affrontata soltanto con “infrastrutture materiali”. La portualità turistica, intesa in senso stretto quale infrastruttura materiale per accogliere sia le navi da diporto che le navi da crociera, è una minima parte del sistema turistico che va sviluppato in un discorso ben più ampio. Da questo punto di vista Cagliari si sta organizzando sì, ma da troppo tempo, senza che al momento si possa intravedere una data affinché tali infrastrutture siano portate ad un livello accettabile. Ma questo potrebbe essere anche di facile individuazione, posto che gli organi competenti vogliano farlo. E scendendo nel particolare potrei individuare il completamento dell’approfondimento fondali di attracco per le navi da crociera in sinergia col funzionamento del terminal crociere. Sino a questo momento, e parlo di una ventina di anni a questa parte, gli sforzi fatti non hanno consentito di far sì che Cagliari venisse scelta quale “hub port”, cosa che avrebbe garantito a tutto il sud della Sardegna un indotto molto più consistente in termini di ricaduta turistica rispetto al beneficio di un semplice scalo diurno di un numero modesto di navi, visto in relazione a quanto avviene in altri porti, che non consente di immergersi nella magnifica realtà della Sardegna le cui bellezze sono aldilà di un ambito cittadino della realtà cagliaritana. Dobbiamo avere, istituzioni comprese, una maggiore capacità di saper vendere i nostri servizi, la fruizione del nostro territorio, e fare in modo che questo valore aggiunto rimanga in Sardegna. ■
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Da 6 anni per i bambini disabili
La vela terapia migliora la qualità della vita Giuseppe Masnata el mese di maggio 2010, la Sardegna ha avuto l’occasione di ricevere una nave a vela speciale: il brigantino di 61 m “Nave Italia”. La nave appartiene alla Fondazione Tender To Nave Italia, creata nel 2007 dallo Yacht Club Italiano e dalla Marina Militare Italiana per ispirazione del Dr. Carlo Croce, Presidente della Federazione Italiana Vela e dello Yacht Club Italiano. L’obiettivo della Fondazione è apportare un contributo a favore del benessere delle persone più deboli della società. L’equipaggio, al comando del CF Giovanni Tedeschini, è composto da 23 uomini della Marina Militare Italiana. Tutto ha avuto inizio con l’approvazione da parte della direzione scientifica della Fondazione TTNI, presieduta dal Prof. Paolo Cornaglia Ferraris, del Progetto “Eolo:
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diventiamo cittadini del mare” presentato dall’Associazione Vela Solidale Sardegna. L’Associazione collabora dal 2005 con il Rotary Club Cagliari nel sostenere progetti di Promozione Umana aventi come strumento la Vela Terapia intesa come attività velica allo scopo di prevenire e curare il disagio psico-fisico e sociale. Da sei anni vengono organizzati in Sardegna corsi di vela terapia per bambini e adolescenti portatori di disabilità psicofisiche e sociali sotto il patrocinio dell’UNICEF. Tutti i Presidenti del Rotary Club Cagliari dal 2005 ad oggi, Adriano Corrias, Salvatore Fozzi, Giampaolo Ritossa, Paolo Piccaluga, Ettore Atzori, e infine Marinella Ferrai Cocco-Ortu, hanno sostenuto queste iniziative.
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La Vela Terapia come strumento riabilitativo La vela terapia è uno strumento che ha come finalità il benessere dell’individuo ed il miglioramento della qualità della vita. È una combinazione di terapie fisiche e psicologiche che, attraverso la pratica della vela, può contribuire al recupero ed alla cura di diversi tipi di difficoltà o handicap. Per questo motivo gli Operatori di Vela Solidale Sardegna hanno collaborato sin dall’inizio delle attività con varie Strutture Sanitarie ed in particolare con il Centro per i Disturbi Pervasivi dello Sviluppo dell’ASL 8 presso l’Ospedale “G. Brotzu” Cagliari, diretto dal Dott. Giuseppe Doneddu, e con il grande regista-burattinaio Mauro Sarzi, tra i promotori della campagna di Umanizzazione dell’Ospedale Brotzu.
La “vela terapia” rivolta alla disabilità psico-fisica può sembrare un’impresa eccessiva, una sfida; ma la vela può essere praticata ed apprezzata indipendentemente dalle capacità psico-fisiche e quindi anche da chi ne è privo. Siamo abituati a considerare la vela come un’attività impegnativa ed elitaria ma, citando il grande navigatore-filosofo Bernard Moitessier, «la barca non è soltanto il mezzo per raggiungere una meta, è la libertà», perciò non solo acquisizione di abilità tecniche e nuove autonomie, ma anche realizzazione di programmi di promozione umana. La vela terapia è nata come progetto di reinserimento sociale per “ragazzi difficili”, ai quali era fornito un supporto psicologico durante il viaggio in barca. Il successo di questi progetti ha stimolato altre esperienze simili che hanno toccato diversi ambiti lavorativi e sociali, fino a giungere alla terapia rivolta a soggetti portatori di disabilità. La pratica velica è un’attività “di relazione” che parte da situazioni semplici per arrivare a reti complesse. La relazione fondamentale è quella dell’atleta con il vento e il mare, forze naturali con cui è necessario entrare in contatto e di cui bisogna sfruttare le caratteristiche positive ed evitare quelle negative. Gli aspetti terapeutici più evidenti sono i seguenti: • Il cambiamento di stato, ossia l’inserimento in un ambiente con nuovi stimoli sensoriali (il mare, il vento, il silenzio, il costante riequilibro del corpo), che rappresenta un’esperienza
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fortemente emotiva, fondamentale per la modulazione dell’aggressività. • Lo sviluppo di capacità relazionali grazie all’interazione all’interno del piccolo gruppo; l’equipaggio è la metafora della comunità; navigare in equipaggi allargati di cinque, sei o dieci persone, richiede doti comunicative e relazionali molto sviluppate. • L’incremento della conoscenza e della consapevolezza del proprio corpo e del proprio equilibrio e la possibilità di compiere movimenti e gesti altrimenti dimenticati. • La promozione dell’autonomia, la possibilità di comandare una grossa imbarcazione con un minimo sforzo, evitando l’uso di protesi (per esempio sedia a ruote) necessarie a terra. • Il miglioramento dell’autostima. La crociera del brigantino Inizia così ai primi di maggio 2010 la “crociera” del Progetto Eolo, che ha visto la partenza di Nave Italia da Cagliari, con tappe successive ad Arbatax e infine Olbia. Prima della partenza, durante una riunione presso il Rotary Club Cagliari presieduta da Marinella Ferrai Cocco-Ortu, il Comandante Tedeschini ha presentato il Progetto. La serata ha avuto come graditissimi ospiti, il gruppo in visita in Sardegna del Rotary Club Moscow International. A bordo, oltre all’equipaggio, quattro ragazzi dell’Ufficio Servizio Sociale per i Minori di Cagliari e altri otto bambini e ragazzi affetti da varie disabilità psico fisiche (autismo, spina bifida, diabete, cardiopatie
La nostra presidente riceve il crest dal comandante Tedeschini.
congenite, disturbi comportamentali) seguiti presso l’Ospedale G. Brotzu di Cagliari. Il gruppo degli operatori era costituito dalle Psicologhe Angela Campo, Marianna Serra ed Alessandra Lai, dal Dott. Maurizio Chessa e dall’Infermiera Anna Paola Fontana, tutti volontari di Vela Solidale, in servizio presso l’Ospedale Brotzu di Cagliari e da Marta Stoppa e Michele Lippi, Operatori della Fondazione. Il Progetto ha avuto il patrocinio e sostegno dell’UNICEF Italia, della Fondazione Banco di Sardegna della Presidenza della Regione Sardegna, del Comune di Cagliari e dell’Assessorato al Turismo della Regione Sardegna. Prima della partenza da Cagliari, tutto l’equipaggio è stato ospitato in una splendida serata organizzata
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presso il Circolo Sottufficiali della Marina Militare, dall’Ammiraglio di Divisione Gerald Talarico, Comandante Militare Marittimo della Sardegna. Nell’organizzazione che seguiva da terra la nave nei suoi spostamenti, erano coinvolti il Presidente onorario di Vela Solidale Sardegna l’Ammiraglio Roberto Baggioni, e Mario Orgiana Presidente dell’Associazione Spina Bifida Sardegna. All’arrivo ad Arbatax la nave ed il suo equipaggio speciale sono stati accolti con grande affetto dal Rotary Club Ogliastra in una serata organizzata dal Presidente del Club Sig. Marcello Loi e dalla Presidente della Commissione Rotary Foundation dello stesso Club Dott.ssa Lia Puggioni; durante la serata si sono esibiti i componenti del coro a tenores di Arbatax; erano presenti varie Autorità tra le quali il Sindaco del Comune di Tortolì, Avv. Marcella Lepori. Calorosa accoglienza anche al porto di Olbia, dove il Comandante della Nave ha ricevuto il Presidente del Rotary Club Olbia Dr. Pietro Sanna con alcuni Soci ed un gruppo del locale direttivo della Lega Navale Italiana. La sera il Comandante Tedeschini è stato ospitato presso la sede della LNI dove ha potuto rispondere alle domande di un numerosissimo pubblico. Durante la crociera, oltre al coinvolgimento dei ragazzi nella conduzione della nave, sono state proposte varie attività lu-
dico pedagogiche di gruppo. Al fine di valutare gli eventuali cambiamenti nell’autostima sono stati somministrati questionari specifici in due momenti successivi: prima dell’avvio dei progetti e al termine degli stessi. La fase della valutazione dei risultati ottenuti è particolarmente importante in tutte le attività di riabilitazione velica, poiché esercita un monitoraggio costante sull’efficacia degli interventi attraverso la raccolta dei dati e le riunioni d’equipe tra gli operatori. È inoltre oggetto di valutazione specifica il raggiungimento dell’obiettivo primario riabilitativo, ossia il miglioramento della qualità della vita degli utenti coinvolti. Conclusioni L’esistenza in Sardegna di un ambiente marino e costiero unico al mondo, e la possibilità di attingere ad esistenti servizi e risorse, creano l’occasione di un Progetto di promozione di qualità della vita basato sulla solidarietà ed il metodo scientifico. Nonostante la dimostrazione della validità dei risultati ottenuti e la soddisfazione dei partecipanti e delle loro famiglie a questi Progetti, è ancora lontano in Italia rispetto al Nord Europa, un riconoscimento ed una sensibilità che prevede l’inserimento di queste iniziative in un trattamento “istituzionale”. ■
ASQUALE MISTRETTA, con decreto del Ministro della Pubblica Istruzione è stato dichiarato professore emerito di urbanistica, a seguito di quanto deliberato dal Consiglio dei professori ordinari che hanno ritenuto che egli abbia dato «…un apporto concreto e nuovo allo sviluppo della didattica e della ricerca del settore, attraverso una analisi delle relazioni tra la città e il territorio in ambito nazionale ed internazionale, con l’utilizzo di metodi scientifici finalizzati allo studio dei fenomeni che operano al contorno e li governano». Pasquale vede riconosciuti i suoi grandi meriti, di docente, urbanista e rettore per un lungo fruttuoso periodo. Il Club, che si onora di averlo, da oltre un ventennio, come socio, si compiace con lui, sicuro che, ormai libero dai pressanti impegni dell’alto ufficio, possa continuare l’assidua partecipazione, già ripresa, alle attività sociali recando come per il passato il suo prezioso contributo.
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Ritratto di un cagliaritano e rotariano “doc”
Alziator visto da vicino Rafaele Corona l prof. Alziator lo conoscevo di vista, perché in città era notissimo per il suo ininterrotto girovagare, alla scoperta di luoghi e paesaggi nuovi o alla rivisitazione di angoli, spazi, scorci conosciuti ed amati. Personalmente, lo conobbi al principio del 1957, presso il partito monarchico, all’ultimo piano di un palazzo della via Roma, le cui sale erano tra i pochi locali decenti, nei quali noi giovani si andava a ballare. Sapendo che era amico dei miei zii materni, mi presentai. Con molto garbo, mi chiese se fossi monarchico. Anticipando la mia risposta mi disse: «Io sono monarchico per fedeltà alla bandiera del Re ma, soprattutto, perché credo nella validità dell’istituzione. In questi tempi – era recentissima la spedizione militare anglo-francese per riconquistare il canale di Suez, bruscamente interrotta dal risoluto intervento del Presidente Heisenower – in questi tempi, aggiunse, in seguito alle dimissioni del primo ministro Anthony Eden, l’opinione pubblica inglese premeva affinché fosse nominato premier un tale (di cui oggi non ricordo il nome), conosciuto come il mago delle ritirate strategiche. La Regina, la giovanissima regina Elisabetta, designò Harold Mac Millan, che sarebbe diventato un grande primo ministro, il vero successore di Churchill. La
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Regina, non dovendo rispondere agli elettori o ai partiti, ha tenuto conto soltanto degli interessi del paese. La validità dell’istituzione – concluse è confermata dal fatto che tanti Stati europei di provata democrazia – oltre il Regno Unito, la Danimarca, la Svezia, la Norvegia, l’Olanda, il Belgio hanno forma monarchica». Il romantico, sentimentale letterato prof. Alziator mi suggerì uno spunto di riflessione di scienza della politica non da poco. Cucuccio Alziator, anzitutto nel vezzeggiativo, era un cagliaritano doc, un cagliaritano nazional popolare, ante litteram. Degli incarichi universitari a Sassari e dei numerosi lavori accademici era molto orgoglioso; passava lunghe ore nelle biblioteche e sui libri; con i colleghi e con gli studenti teneva rapporti assidui, intensi, proficui. Ma trascorreva molto tempo a percorrere la città, alla ricognizione di vedute o paesaggi noti o inediti. Girellava anche per incontrare il popolo, il popolo minuto, sa genti bascia. Nelle sue escursioni, per avere notizie, suggerimenti, conferme circa le strade, le chiese, i palazzi, le piazze e le piazzette, si rivolgeva soprattutto al popolino, alle donnette ed agli anziani: per attingere informazioni, quindi, ma anche per
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il gusto di conversare. Con l’amico Antonio Romagnino condivideva il giudizio che, per capire la gente, per penetrare il modo di concepire e di intendere le cose della gente, per afferrarne gli umori e le aspettative, il letterato fosse più attrezzato del sociologo. Della Parigi ottocentesca, Honoré de Balzac aveva compreso più di Auguste Comte o di Emile Durkeim. Egli era diversissimo dalla figura del letterato dei suoi tempi, il letterato chiuso nella torre d’avorio, immerso nelle letture, intento a rimuginare ed a scrivere, immune dai contatti e dalle contaminazioni con la gente. Alziator con la gente amava mescolarsi. Dalla viva voce della gente ricavava le notizie sui luoghi, sui costumi, sulle abitudini, sulla storia, che poi controllava e rielaborava con l’abitudine critica dello studioso e con la sensibilità dell’innamorato. Il colloquio si svolgeva in sardo: meglio, nel dialetto cagliaritano. Due osservazioni sulla lingua. La prima sul dettato stilistico. La sua prosa era semplice; poteva anche sembrare asciutta e piatta, a volte apparire informe e spoglia; ma certamente era limpida, stringata, onesta e dava la sensazione di grande sincerità e immediatezza. Sfuggiva alla tentazione di costruire quelle facili facciate di stucco, coperte dall’enfasi e dalla retorica, che nascondono il tragico vuoto interiore. La seconda. Egli non gradiva, mi disse, intrupparsi nelle conventicole, che discettavano della limba e che sulla limba mandavano avanti improbabili e improduttive battaglie politiche. Preferiva attenersi al cagliaritano. Ancorché conoscesse bene ed apprezzasse gli idiomi dell’Isola, utilizzava il lessico, che gli era familiare: il dialetto cagliaritano: meglio la parlata della sua città. La categoria culturale dominante, il principio che più di ogni altro presiedeva al suo universo morale ed intellettuale, era la considerazione storica della città di Cagliari: la considerazione del passato ricco e
suggestivo; la visione del presente non disprezzabile: la speranza appassionata di un futuro pari alle potenzialità. L’amore per la città emerge, oltre che dai libri quali La città del sole o L’elefante sulla torre, dalla descrizione delle rovine cagionate dai bombardamenti e dal racconto commosso della catastrofe. Edifici sfigurati, devastati, irriconoscibili: distrutte le chiese che tanti consideravano proprie: S. Anna, S. Domenico, S. Caterina dei Genovesi, la Madonna del Carmine; sventrati il Municipio, il Genio civile, la Scuola Riva, il Palazzo Villamarina; voragini immense aperte nella Piazze Garibaldi e San Benedetto, nelle vie Sonnino e Caprera. La vita irrimediabilmente sconvolta; i rapporti umani interrotti, frantumati, privati di ogni prospettiva: la popolazione sbigottita, frastornata, impedita di piangere e di seppellire i suoi morti e costretta ad un esodo biblico. Ma la popolazione – diceva Alziator – ebbe a soffrire con grande dignità. I Cagliaritani, che avevano seguito da lontano le alterne vicende dell’Africa settentrionale e le vicissitudini della Regia Marina nel Mediterraneo – le partenze delle squadre navali e dei convogli erano accompagnate dalle invocazioni accorate a Nostra Signora di Bonaria – non si lamentarono. Accettarono il tragico destino con fermezza: con sarda, virile fermezza. La riflessione intorno alla guerra modificò, almeno in parte, la sua valutazione dei Cagliaritani, nei confronti dei quali non aveva lesinato le battute ironiche. Per quanto mi ricordo, li aveva definiti indolenti nel quotidiano, mediocri in ordine alle iniziative rischiose e di ampio respiro: tendenzialmente fattus e lassaus. Bottegai, non imprenditori; pescatori, non marinai; mestieranti non professionisti. Le facezie affettuose per gli abitanti di Stampace (cuccurus cottus), del Castello (piscia tinteris), di Villanova (inforra Cristus) o della Marina (culus fustus), recepite dalla tradizione orale e reiterate con gusto, lasciarono il campo ad una rappresentazione più matura e benevola per la popolazio-
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ne, nel complesso. Per la fierezza durante la guerra, la magnanimità nel mutamento del regime, l’operosità nella ricostruzione. Dei bombardamenti s’è detto. Nel dopo guerra, poche le vendette e le rappresaglie; misurate le rivincite; sporadiche e limitate le punizioni. Egli stesso fu epurato dall’Unione Sarda perché aveva militato nel GUF e partecipato ai littoriali, ma venne presto riassunto: la capacità fece aggio sulla discriminazione. Quanto alla ricostruzione, la gente, priva di risorse, separata dal Continente e in definitiva abbandonata a se stessa, fu capace del miracolo. Il prodigio della concordia: tutti insieme, fascisti e antifascisti, monarchici e repubblicani, vecchi e giovani si rimboccarono le maniche e nelle condizioni più difficili, ripresero in silenzio il duro, assiduo, indefesso lavoro. In tempi brevi, le macerie furono rimosse, le strade spianate, gli edifici rabberciati o ricostruiti, i traffici riavviati, i servizi essenziali riattivati: la vita cittadina riprese a pulsare e, in qualche anno, tornò alla normalità. l’addobbo in rossoblu della statua di Carlo Felice – quanto l’amalgama, l’aggregazioAl principio degli anni Settanta, quando ne dell’intera regione. Con le radioline, le ebbe inizio la mia frequentazione con il partite del Cagliari erano seguite dai Caprof. Alziator, il tessuto umano cittadino gliaritani, dai sardi nell’isola e dagli emicominciava a cambiare. Gli abitanti erano grati sardi nei continente. Sembravano fiancora prevalentemente nati a Cagliari. nite le divisioni e le rivalità, sparite le torri Non si vedevano extracomunitari, romeni o ed i campanili. Attorno al Cagliari era scazingari. Dall’interno dell’isola, tuttavia, era turito un sentimento di orgoglio ed un cliiniziato l’inurbamento fastidioso dei grup- ma di entusiasmo e di euforia inimmaginapi barbaricini, galluresi, ogliastrini: inur- bili. Il Cagliari era diventato un fatto unifibamento fastidioso perché non si integra- cante, una tensione emotiva concorde, una vano. Si riunivano nei bar sotto casa, ma passione ed una esaltazione comuni, che non passeggiavano nella via Roma o non si ben potevano utilizzarsi per conseguire alfermavano al caffè Torino, non frequenta- tre mete. vano i cinema, il teatro, l’opera lirica. Non Per il Cagliari egli ripeteva quanto aveandavano neppure allo stadio a vedere Gi- va sentito dire dagli stranieri per lo stupengi Riva... do panorama a trecentosessanta gradi da A venticinque anni dalla fine della guer- Monte Urpinu: «Merveilleux, Vunderbar, ra, nel 1970 Cagliari fu capace di un nuovo Wonderful!» Al Cagliari si confaceva l’emiracolo. La vittoria nel campionato di sclamazione gergale cagliaritana: Stravacalcio, lo scudetto. L’aspetto più significa- nau! tivo dell’evento, per Alziator, non era l’e■ sultanza della città – l’affluenza allo stadio, le scorribande dei ragazzi in automobile o in motoretta, lo sventolare delle bandiere,
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Gita del Rotary in Russia
Il viaggio del Presidente Marcello Marchi Marinella Ferrai Cocco-Ortu, secondo l’impegno assunto, ha realizzato un magnifico viaggio del Club portandoci in Russia, Paese in cui il passato storico, culturale e artistico e quanto lo rappresenta all’esterno convivono con un presente in frenetico mutamento che ha ritmi talmente veloci da essere avvertiti soltanto con una visione diretta, ancor più da quanti l’hanno visitato in tempi anche recenti. L’esperienza da noi vissuta è stata veramente felice e colma di piacevoli sensazioni. Dobbiamo essere grati a Marinella per la scelta dei luoghi e per l’indirizzo proposto, a Paolo Piccaluga per la collaborazione offerta, a Franca Cincotta che valendosi della sua agenzia ha sapientemente predisposto e organizzato il programma, ed, infine, alla fortuna di avere avuto una guida eccezionale in Fabrizio Resca, pubblicista, scrittore, antropologo, profondo conoscitore della Russia che ha percorso tante volte sin dal lontano 1981 (lontano, più che nel tempo, nell’epocale rivolgimento di vita). La nota che segue propone soltanto brevi appunti di un diario di viaggio con il desiderio, non certo la pretesa, di esporre osservazioni condivise dalla maggioranza dei partecipanti, piccole tessere del più vasto mosaico che nel suo animo ogni singolo ha composto in un proprio disegno. andierine di diversa foggia e vario colore, palette con numeri in rilievo, o altri diversi segni di richiamo emergono sopra le teste di decine e decine di persone che, mosse dagli stessi propositi e dirette alle stesse mete, si addensano, si intrecciano, con improvviso apparente riunirsi, per poi separarsi seguendo le vie indicate dalle guide. Esse procedono a velocità folle per vincere il gruppo concorrente nella corsa verso il luogo da vedere, costringendo spesso la comitiva a progressive soste per attendere chi è più tardo nel muoversi, chi si è fermato per una foto, chi contempla la immancabile bancarella. Riuniti per il “Viaggio del Presidente” ci siamo anche noi rotariani, con familiari ed amici che ci districhiamo tra la folla seguendo una bandierina diversa dalle altre: ha i “Quattro Mori” e l’ha fissata ad un’asta la nostra guida, che conosce ed ama la Sar-
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degna. È un ferrarese alto, di chioma e barba bionde, di immediata simpatia, colto ed acuto studioso delle vicende dell’uomo che, oltre le doti anche sopra citate, ha il grande merito di tenere sempre viva l’attenzione esponendo in modo brillante quanto ha appreso nei suoi approfonditi studi. Pietro il Grande domina il nostro primo incontro con la Russia e non solo perché San Pietroburgo, la città che ha ripreso il suo nome nel 1991, dopo quelli di Pietrogrado dal 1917 e di Leningrado dal 1924, è stata da lui fondata nel 1703, ma per l’apertura all’Europa che egli promosse dandone con essa una magnifica, unica, bellissima prova. I palazzi, le vie d’acqua, i monumenti sono il primo aspetto che mostra il mutamento che egli riuscì ad introdurre e ad imporre. La sua storia riemerge dalle conoscenze che ciascuno di noi può serbare: le osservazioni delle guide e, in particolar modo, l’e-
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sposizione avvincente e dotta che ne dà Fabrizio, ci riportano a quei tempi lontani. Pietro, nato nel 1672, doveva 10 anni dopo regnare con il fratello Ivan (morto nel 1696), ma il potere, intanto, era nelle mani della sorella del padre, Sofia. Allevato dalla madre in modo tradizionale, non amava la letteratura (“futili racconti che servono soltanto a far perdere tempo”) ma aveva, e questo fu un suo grande merito, vivissimo interesse per le cose e, sin da giovane, per l’organizzazione militare. Creava con domestici e subalterni un corpo di truppe, i cosiddetti “reggimenti giocattolo”, fornito di armi, impegnato in finte battaglie, quasi in nuce il futuro esercito russo. La frequenza di artigiani, specie stranieri, rafforzò la naturale tendenza alle macchine, agli strumenti ed al lavoro manuale specializzato. A 17 anni fu costretto a sposarsi con una donna “scialba e virtuosa” che dopo 9 anni costrinse in un convento. Si sposò poi con una contadina, dotata di grande intelligenza che, alla sua morte, regnò, come Caterina I, per due anni. Nel 1697, Pietro, deciso a rompere con le chiusure del suo Paese, si recò in Occidente. Sotto falso nome lavorò come carpentiere in cantieri navali olandesi; sostò quattro mesi in Inghilterra, visitò poi i Paesi Bassi, la Prussia e Vienna. Grandi furono i risultati di questo viaggio: non solo apprendere più svariate tecniche (specie quella navale), nozioni di artiglieria, modi di organizzazione delle istituzioni pubbliche, per poi radunare un gran numero di artisti, tecnici ed artigiani europei per condurli in patria ad esercitare la loro professione o mestiere ed insegnarli ai locali, ma anche rendere la Russia, sino ad allora scarsamente considerata, una potenza partecipe della politica europea. Tornato a Mosca, egli si liberò di Sofia, rinchiudendola in un convento, ed assunse i pieni poteri. È sembrato utile questo richiamo alla vita dello zar perché essa è una chiave di lettura indispensabile per giudicare le sue opere ed una luce che vale a dare il giusto rilievo anche all’assetto urbanistico che la sua città mostra.
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Natasha, la guida locale di San Pietroburgo, con la bandierina dei quattro mori.
Luce sembra proprio il termine più esatto per esprimere la meravigliosa sensazione che suscita la visione di San Pietroburgo percorrendo in battello parte delle vie d’acqua in cui si specchiano i palazzi che ne costeggiano le rive, riflettendo colori verde,giallo, bianco, rosa, che ornano le facciate ricche di colonne, statue, sporti, altane, cornici, stucchi, telamoni, fregi. e che spesso si aprono per mostrare giardini recinti da inferriate di ferro battuto con ornamenti in oro, così come altrettanti intrecci in ferro, dai disegni che spaziano dal barocco al liberty, chiudono balconi e finestre o formano ricamate ringhiere dei ponti che ci sovrastano con le arcate basse aprendosi poi in luminosi squarci di altre splendide viste, con cupole dorate delle chiese, infilate di altri ponti o il vastissimo slargo della Neva.
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In questi giorni di maggio si approssima il periodo delle “notti bianche”, 11 giugno – 2 luglio, in cui il giorno dura 22 ore, ma il sole illumina già la città anche a tarda sera ed investe con raggi caldi e rosati ogni cosa donandole affascinante aspetto. Una emozione che in diverso ambiente, costeggiando le sponde dei laghi, tra le rive dei fiumi, il verde delle foreste, le sagome delle izbe dei villaggi, le chiese e i monasteri isolati che riusciamo a scorgere, rivivremo a lungo nel nostro navigare. Solo dopo le dieci di sera il cielo si abbuia mantenendo però ancora una lievissima, suggestiva parvenza di chiarore. Il quadro è ancor più ammaliante per la cornice di un tempo sempre sereno e tutto contribuisce ad esaltare le visioni che si godono dai ponti della nave o nelle numerose discese a terra, con un unico pungente… ostacolo: zanzare che, con energia, costanza, impegno da meritare ciascuna la presidenza dell’AVIS, accumulano sangue dagli improvvidi turisti che hanno dimenticato di inserire nel bagaglio idonei repellenti. Tornando a San Pietroburgo, è appena il caso di notare come non sia facile stralciare dal diario quanto susciti nell’animo di ciascuno: ammirazione, stupori, richiami a conoscenze culturali di varia origine e natura.
La fortezza San Pietro e Paolo con la Cattedrale del Trezzini, sepolcro degli zar, da Pietro il Grande, all’ultimo, Nicola II assassinato con i suoi familiari dai bolscevichi, l’incrociatore Aurora, il Palazzo d’inverno, sono riferimenti a lunghi periodi storici, travagliati da moti rivoluzionari, radicali cambiamenti sociali e politici. Il tempo è per noi limitato e quindi percorriamo, a passo purtroppo spedito, ma sempre in grado di ammirare i capolavori, il museo dell’Ermitage, Dedichiamo anche alcune ore alla visita della residenza estiva degli zar a Carskoe Selo, con il magnifico palazzo che l’architetto italiano Rastrelli realizzò per Caterina II in un vasto parco. Fu occupato dai tedeschi durante la seconda guerra mondiale nell’interminabile durissimo assedio di San Pietroburgo che seppe resistere ma che costò la vita a centinaia di migliaia di persone. Oggi, dopo tanti anni seguiti al saccheggio dei nazisti che asportarono i tesori del palazzo, si può riammirare anche il famoso Gabinetto d’ambra, ricostruito da esperti artigiani che hanno lavorato per oltre un ventennio per ricreare la originale e singolare atmosfera magica. Nell’altra residenza estiva, a Petrodvorec, abbiamo goduto delle meraviglie delle 140 fontane, delle cascate, dei
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Foto ricordo del gruppo Rotary.
fantasiosi giochi d’acqua fra statue dorate di eroi, ninfe, tritoni. Fabrizio era sempre con noi (al ritorno, sino all’aeroporto di Roma) e spesso, ma con molta discrezione per non interferire con quanto di luogo in luogo esponeva la guida del posto, completava con più dotti riferimenti quanto veniva illustrato. Sempre con noi era anche Alla, una ragazza, graziosa, gentile ed affettuosa, laureata in lingue, studiosa di italiano, sempre piena di premure, accompagnatrice affidataci dalla direzione della “Crociera la via degli Zar – da San Pietroburgo a Mosca. 17/27 maggio 2010” da percorrere sulla Motonave Nizhni Novgorod. Dall’arrivo da Roma sino alla partenza da Mosca la nave era il nostro albergo, con buoni servizi, da poter essere giudicato comodo. Non può, ovviamente, paragonarsi a quei giganti del mare che evoca subito nel pensiero la parola crociera. La nostra era una nave fluviale che aveva i limiti di mole determinati dalla natura delle acque da navigare e, soprattutto, dalle chiuse da superare. Senza voler insistere nella esposizione di dati numerici, si può dire, in sintesi, che le due città più importanti della Russia sono collegate da una via che, attraverso fiumi (Neva, Svir, Kovja, Sheksna, Volga, Mosco-
va), laghi naturali (Ladoga, Onega, Bianco), bacini artificiali (Rybinsk) e canali scavati dall’uomo (come quello di Mosca), deve attraversare, nel corso della sua lunghezza di 1389 chilometri, più di 20 chiuse per i diversi livelli altimetrici delle acque (da quello del mare di San Pietroburgo ai 120 di Mosca), con salite e discese, toccando un massimo di altezza di 162 metri. La via fluviale è la più importante della Russia: dal lago Onega parte il ramo che raggiunge a Nord il Mar Bianco e dal Serbatoio Rybinsk quello che lungo il Volga raggiunge a sud il mar Caspio. Molto del nostro tempo è stato dedicato alle Chiese, straordinari monumenti d’arte, manifestazioni di un Credo che è sopravvissuto alle tempeste del tempo, all’ateismo ed alla conseguente lotta combattuta dal regime sovietico. Quando è stato possibile si è proceduto al loro restauro e quasi tutte sono oggi riaperte al culto ed officiate. Anche una nota ristretta nella brevità di questo intervento risulterebbe del tutto insufficiente a mettere in luce il valore artistico di queste opere sia nelle strutture architettoniche, sia negli arredamenti interni e, in particolare, nelle pitture che le ornano. Possiamo soltanto accennare che notevole influsso hanno avuto architetti italiani che hanno, in diver-
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si periodi storici, importato i canoni occidentali cercando di armonizzarli con quelli locali. Altro lungo discorso meriterebbero le icone e le iconostasi con le varie fasce che in ordini solitamente rigidamente dettati dalla liturgia ortodossa si dispongono lungo queste strutture, spesso molto alte, adorne di elementi decorativi, che separano la parte del luogo sacro riservata ai fedeli da quella interna officiata dai ministri del culto. Fabrizio ci ha intrattenuto, mentre la nave scorreva le placide acque della nostra via, sulle icone, sul simbolismo dei segni che gli ortodossi appongono sulla Croce, sulla rispondenza della fissità dei canoni figurativi alla funzione di rendere visibili verità di Fede che non consentono rappresentazioni suscettibili di interpretazioni eterodosse. A noi il gran godimento di ammirare strutture di edifici apparentemente simili, con torri, campanili, cupole a cipolla ricoperte d’oro, o di color blu nei templi mariani, ma ciascuno con una sua singolarità che, anche quando non evidente a prima vista, si può cogliere con una maggiore attenzione o rapportandola ad altre visioni; di varcarne le soglie e di restare colpiti dalla bellezza degli interni o per gli affreschi che li ornano o per lo splendore delle figure del Cristo, di Sua Madre, dei Santi; da quello a cui la Chiesa è dedicata, a tutti gli altri venerati dagli ortodossi fra cui ve ne sono molti, quelli di più antico culto, comuni alla Chiesa Cattolica. È uno spettacolo sempre diverso con emozioni, sensazioni, pensieri, riflessioni che si rinnovano di volta in volta: dalla meno adorna e meno vasta Chiesa di un villaggio, ai magnifici esemplari delle Chiese del Cremlino di Mosca, del Monastero della Trinità di San Sergio, di Sant’Elia a Jaroslav (citando soltanto i primi che vengono in mente). Colpisce poi l’atteggiamento pio e composto dei fedeli che ripetono gesti di devozione uniformi per tutti secondo rituali che hanno avuto origine e regole in lontanissimi tempi e che secoli e secoli di pietà hanno conservato tramandandoli sino a noi.
Colpisce proprio questo permanere del sentimento religioso dopo il lungo periodo di oppressione, anche perché quelli che potevano avere una esperienza diretta della pratica manifestazione di esso, erano, per ragioni di età, ben pochi, mentre le persone che notiamo nelle chiese sono certamente nate nel periodo in cui imperava il comunismo o, le più giovani, addirittura dopo la sua caduta. Per chi di noi è credente appare come un segno della mirabile forza della Fede che sopravvive e coinvolge poi anche coloro che ne erano privi: chi segue la Chiesa di Roma avverte come l’essere cristiani sia uno strettissimo vincolo con i fratelli ortodossi, uniti prima per un millennio e poi separati per altrettanto tempo; resta la Speranza, espressa nei Vangeli, che possa esserci un unico gregge. Il viaggio si conclude a Mosca città che più di San Pietroburgo mostra in più vasta scala il mutare dei tempi: il traffico è molto intenso in entrambe ma si avverte di più nella capitale in cui, secondo certe stime, circolerebbero cinque milioni di veicoli. È una città immensa: nell’area occupata troverebbero posto dieci Parigi (!); i suoi abitanti che nel 1920 erano poco più di un milione, sono ora 10 milioni e 14 nell’area metropolitana. Nel 1918, Lenin le restituisce il ruolo di capitale che aveva perso nel 1703 per San Pietroburgo. Ha nove stazioni ferroviarie, due fluviali, sei aeroporti, una efficiente metropolitana, grandi università e istituti scientifici, una serie di teatri e sale da concerto. L’elenco di questi dati vale a rendere più evidente quanto questa città sia il centro politico, economico, culturale del Paese e sia anche il motore del suo sviluppo. Soltanto a farne un ampio giro in bus, tra gli inevitabili ingorghi di traffico, ci si accorge che l’aspetto urbano sta mutando in modo rapidissimo. Intere aree, anche centrali, sono impegnate da complessi, estesi cantieri per la erezione di moderni edifici che si proiettano in altezza, con avveniristici profili, ben lontani dagli immensi squadrati, pomposi ed enfatici, grattacieli sovietici.
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Mosca conosce così un vasto, imponente, moderno cambiamento nel suo aspetto urbano. Il pensiero corre a due secoli or sono quando la città, che aveva in prevalenza edifici in legno, venne incendiata dai moscoviti, era il 14 settembre 1812, per fare trovare terra bruciata a Napoleone che, spinto dall’ambizione, aveva invaso la Russia, costretto poi a lasciarla con una disastrosa ritirata. La stessa ambizione che 130 anni dopo venne nutrita da Hitler che però non riuscì a conquistare la capitale, pur giungendo a 20 Km a nord ovest dal suo centro. Lungo la strada per l’aeroporto, Fabrizio ci indica il monumento – un enorme cavallo di frisia di cemento – che segna il punto in cui i nazisti furono fermati. Le nostre escursioni ci portano alla Piazza Rossa, su cui prospettano le rosse ampie mura del Cremlino, la fortezza in cui operarono, nel secolo XV artisti italiani, guidati da Aristide Fioravanti, fronteggiate sull’opposto lato della piazza dai Magazzini GUM, ora restaurati, in cui commerciano le più rinomate ditte straniere di moda e altri oggetti di pregio. Visitiamo la Cattedrale di San Basilio ed anche, sotto una continua pioggia ed una temperatura più bassa di 15 gradi rispetto ai giorni precedenti, l’interno del Cremlino e possiamo ammirare le magnifiche Chiese, i palazzi, la gigantesca campana, il famoso cannone. Soltanto scriverne l’elenco ruberebbe altro spazio: d’altronde sono tali capolavori che qualsiasi testo, anche non specialistico, è in grado di illustrare, anche se è tutt’altra gratificante esperienza la contemplazione diretta.
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La presidente Marinella Ferrai con la governatrice del distretto russo rotariano.
Il viaggio si chiude con un dovuto, ma non per questo meno gradito, incontro rotariano. In un albergo, ci ospita il Club Pokrovka e ci accoglie la Vice Presidente e nostra amica Raykhana Daiberkhova che è stata con noi, a Cagliari, nella riunione del 29 aprile, e del quale è Presidente Alain Fournier-Sicre, anch’egli allora presente. L’inno del Rotary e quelli nazionali aprono la serata e a darci il benvenuto, segno di quale importanza abbia assunto la nostra visita, è la stessa Governatrice del 2220 Distretto, Nadia Papp, che ci indirizza un affettuoso saluto lieta del rapporto con il nostro Club di cui ha appreso la lunga vita ed il prestigio che gode. Marinella dice quanto lei e i rotariani presenti siano felici per la magnifiche sensazioni che la esperienza di questo viaggio ha suscitato e per il tangibile segno della viva amicizia che può nascere tra Club che, se pur diversi per tanti motivi, trovano ragione certa di unione nel condividere i valori essenziali del Rotary. Marinella sollecita anche l’intervento dei due Past Presidenti: Paolo Piccaluga illustra con brillante sintesi il nostro itinerario russo e l’ottimo risultato ottenuto che ci consente di avere maggiore possibilità di comprendere la grandezza di questo Paese; Marcello Marchi, considerati i pochi anni di vita del Rotary in Russia, fa riferimento alla storia del nostro Club e alla propria quasi cinquantennale esperienza rotariana, per porre in evidenza che il Rotary può coinvolgere perché per-
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segue ideali fondati su sentimenti profondi dell’animo, sollecita e sostiene l’intento di operare per gli altri, si fonda sulla libertà e la promuove per passare dall’amicizia fra gli uomini a quella fra i popoli. Son presenti anche il Governatore designato per il 2011/2012 Alexander Borisov, i presidenti dei Club Mosca, Alexander Sverdlof – Club Rossika, Svetlana Savinova – Club Capital, Sergey Kuliabin che hanno tutti rivolto parole di cordiale saluto. Sono stati scambiati i gagliardetti e Marinella ha fatto omaggio alla Governatrice di uno spillo sardo d’argento, che rappresenta un uomo a cavallo, copia di uno antico. Le esibizioni di apprezzabile valore di quattro giovani musicisti rallegrano la se-
rata; fra essi vi è anche la ragazza Nafset Chemib, il soprano che abbiamo già applaudito a Cagliari, che canta con voce molto bella brani di Verdi e Puccini e poi canzoni italiane incitando ed ottenendo il nostro contributo canoro. Questi sono i frammenti di un ben più lungo diario, coriandoli ritagliati da un’amplissima multicolore carta Russia. carta presente, in misura ben più ridotta, in ciascuno di noi nella quale inseriamo questa esperienza accanto alle memorie – differentemente presenti a seconda delle proprie conoscenze – tratte dalla lettura delle opere dei grandi poeti e scrittori e dall’ascolto delle musiche dei grandi compositori. ■
I compleanni non festeggiati di Ugo e Lucio una simpatica consuetudine, nel nostro Club, festeggiare, di settimana in settimana, con un applauso – e nelle occasioni più significative con una torta – il compleanno dei soci. Ma c’è stata finora una vistosa eccezione: da tanti anni, da quando cioè sono entrati a far parte del Rotary ricoprendo nel tempo incarichi molto importanti, due dei soci più rappresentativi – il professor Ugo Carcassi e il dottor Lucio Artizzu – non ricevono gli auguri dei rotariani. E questo certamente non per malanimo, ma semplicemente perché sono nati in agosto, e ad agosto il nostro Club va in vacanza. È raro che Ugo e Lucio disertino la riunione settimanale e i loro interventi, come relatori o come intervistatori, danno sempre un tono elevato al dibattito.
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Non sarebbe il caso che alla ripresa dei lavori, a settembre, si festeggino i lucidissimi 89 anni di Ugo e gli operosi 80 di Lucio con un bicchiere di prosecco e una fetta di torta, dimostrando loro così la stima e l’affetto di tutti i rotariani?
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Enrico Ferro a Yale Unione Sarda dell’8 maggio scorso, riportava con grande rilievo (mezza pagina e cinque colonne) con il titolo “ENRICO E IL PRIVILEGIO DI STUDIARE AD YALE”, la notizia che il diciottenne Enrico Ferro era stato ammesso a studiare alla Università americana di Yale. Ora se è vero che ciascuno è artefice della propria sorte (secondo il noto detto “Faber est suae quisque fortunae”), e se Enrico deve a se stesso, alla sua intelligenza, al suo spirito, alle sue curiosità, ai molteplici interessi che coltiva, al suo carattere, alla semplicità del suo comportamento, all’insieme di tutte queste doti, il risultato davvero strepitoso raggiunto, occorre in questa sede mettere in rilievo che il Rotary ha contribuito a questo evento. Enrico, come quasi tutti i soci sanno, è figlio di Salvatore Ferro che, pur intensamente impegnato nella professione medica, ha dedicato gran parte delle sue energie alla vita rotariana. Suo figlio ha fatto parte del gruppo Interact, affiliato a Cagliari Nord, ed è in attesa di entrare nel nostro Rotaract. Con il programma “scambio giovani” si è recato negli Stati Uniti, affidato al Rotary Club Canandaigua nello Stato di New York frequentando la Canandaigua Academy e partecipando assiduamente alle attività rotariane. Chi ha avuto il piacere di sentirlo nella riunione del 17 settembre 2009 nella quale, con Davide Rossetti, figlio di Michele, ha esposto le sue esperienze di studio, di conoscenze, di vita americane, si sarà potuto rendere conto dell’influenza che il Rotary ha esercitato.
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Proprio questo periodo vissuto con tanta intensità nei più varii aspetti è stata la base determinante per acquisire titoli, per entrare in contatto con persone vicine a quegli ambienti universitari e per ottenere lettere “di garanzia” di professori americani che,esprimendo valutazioni di apprezzamento e di riconoscimento dei suoi meriti, hanno consentito, con il successo di numerosi altri esami, test e colloqui, di aprirgli le porte di questo tempio della cultura. Il nostro Club deve trarre grande compiacimento da quanto Enrico Ferro è riuscito,per sue capacità e grazie al Rotary ad ottenere. Per comprenderne l’importanza, appare necessario ribadire, in modo estremamente sintetico, dati pur conosciuti. L’Università americana fondata nel 1701 è ritenuta una delle tre migliori università del mondo; vi hanno studiato scienziati di grandissima fama, molti dei quali hanno conseguito il Nobel, uomini di Stato; tra coloro che chiedono di farne parte, ogni anno, solo l’8% - 9% viene ammesso, di questi solo l’8% proviene da Paesi stranieri. Enrico, ammesso anche alla Columbia University ed alla Bocconi ha preferito essere “il primo cagliaritano ad Yale”. Tutti noi del Club siamo molto felici per l’immenso piacere che Salvatore Ferro e sua moglie, Pietrina Loche, anch’essa medico, possono trarre dal successo del loro figlio,legittima soddisfazione per quanto hanno operato per la sua crescita, pur rendendoci conto della inevitabile melanconia che il distacco comporta. ■
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Pinuccio Sciola presidente della commissione regionale
Il parco delle pietre Giovanni Sanjust n museo straordinario, unico al mondo, che si può visitare anche stando seduti in macchina: il Parco delle pietre sonore di Pinuccio Sciola a San Sperate. Pietre di cui la Sardegna è ricchissima, ma che nessuno prima di lui aveva pensato potessero offrire così tante occasioni di espressioni artistiche. Le pietre, di ogni foggia e dimensione, sono state disposte con grande estro a gruppi o isolate, framezzo a piante d’ulivo o d’aranci, circondate da cespugli di fiori: un incanto, soprattutto in primavera o di notte quando grandi fuochi danno un tocco di magia al suono delle pietre percosse o accarezzate dalle mani dell’impareggiabile artista. E qui Pinuccio riceve visitatori provenienti da tutto il mondo, artisti famosi come turisti sconosciuti, e con particolare
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amorevolezza le scolaresche che da tutta l’isola giungono per ascoltare la musica delle pietre e che con le loro acute osservazioni stimolano la fantasia dell’artista. Su di lui sono stati scritti decine di libri, pubblicati migliaia di articoli, trasmessi servizi dalle televisioni di tutto il mondo. Le sue sculture sono presenti nei musei e nelle piazze d’Europa e d’America. Ha tenuto conferenze e mostre dappertutto: eclatanti le mostre nella Piazza dei Miracoli a Pisa e in Piazza San Marco a Venezia. Poteva fermarsi, e godersi la fama che meritatamente lo aveva raggiunto e i premi importanti che gli erano stati attribuiti. Poteva fermarsi soprattutto quando il male più temuto, il tumore, lo ha colpito sette mesi fa. Ma non l’ha fatto. Anzi, ha dato una svolta alla sua vita, dopo che il chirurgo Michele Pietran-
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geli, da lui battezzato con un simpatico calembour “Angelo della Pietra” ha reciso il suo stomaco. Anziché piangersi addosso ha considerato la malattia come una sfida da combattere a viso aperto. E questa sua convinzione ha cercato di instillarla ai compagni d’avventura nelle sale d’aspetto in attesa della chemioterapia. «Siamo qui per guarire – diceva – non per paragonarci a dei ruderi umani». Ed oggi, riandando a quei giorni, afferma scherzosamente: «Potrei aprire un ufficio di consulenza sulla psicologia della malattia». Ma soprattutto, nei momenti topici, distoglieva la mente programmando nuovi lavori e nuove invenzioni: «sono entrato in sala operatoria – racconta – con un album da disegno e una matita in mano». Poi, superata la fase convalescenziale, Pinuccio Sciola ha intensificato il lavoro creativo e la sua funzione di promotore di cultura. Non passa settimana senza avere ospiti scolaresche, artisti o turisti attratti dalla singolarità delle sue opere e dalla magia dei suoni che sa trarre dalle sue pietre sonore, non soltanto attraverso percussioni, ma anche con carezze manuali che estraggono suoni dolcissimi. In questo periodo Pinuccio ha realizzato opere meravigliose. Per citarne qualcuna: – il complesso monumentale di grande spettacolarità sistemato qualche settimana fa a Santa Teresa di Gallura nell’ambito delle celebrazioni per il bicentenario della città («per sottolineare – afferma – che la storia della nostra cultura è incisa dentro la pietra»); – una splendida opera in calcare (biancone) di Orosei destinato alla Triennale d’arte di Milano in occasione dell’omaggio a Gillo Dorfles per i suoi cento anni; – infine (lo vedete nella foto) il complesso pensato come benvenuto della Sardegna ai partecipanti alle regate veliche del Vuitton trophy di La Maddalena che
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purtroppo (ma forse per fortuna per noi cagliaritani che potremo averlo in città) non è stato possibile sistemare per il mancato finanziamento. Ma Pinuccio fa cultura a tutto campo. E infatti ha in fase di realizzazione a San Sperate un centro internazionale per lo scambio e il confronto fra i giovani artisti europei e del bacino del Mediterraneo che si chiamerà Scuola anticlassica e antiaccademica. E nel frattempo ha accettato la nomina a presidente della Commissione regionale per la tutela del paesaggio e dell’architettura. Una nomina nata al di fuori di ogni compromesso politico, un riconoscimento al valore della persona. Ma forse, conoscendo l’indipendenza di giudizio di Pinuccio Sciola, una nomina che potrà dare fastidio a molti. ■
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Intervista a Maria Luigia Muroni
Il Rotary con i giovani Marcello Marchi uigi Cimino, il caro amico sempre vivo nel commosso ricordo, tra i tanti meriti rotariani aveva anche quello che lo aveva portato spinto, dal desiderio di “servire” i giovani, all’incontro, quasi casuale, come egli stesso riferiva, con una scuola, l’Istituto Tecnico Professionale Pertini con il quale avviò una lunga collaborazione per aiutare gli studenti nella loro preparazione scolastica e nell’orientamento per il futuro. Nel corso del sodalizio Rotary-Pertini, Cimino ebbe modo di stabilire cordiali rapporti con i docenti e con la Preside Dottoressa Maria Luigia Muroni che nell’ottobre del 2002 venne invitata al Club con altre insegnanti per illustrare quanto sino ad allora svolto ed il programma futuro. Il nostro amico comprese bene che Maria Luigia era dotata di grandi doti che avrebbe potuto ben spendere nel Rotary e così ne promosse l’ammissione. Maria Luigia, sin dal suo ingresso nel Club, ne ha compreso valori e modi di attuazione dedicandosi in particolare alle attività riguardanti i giovani, valendosi anche della influenza che poteva esercitare nel mondo della scuola di cui faceva ancora parte. I risultati raggiunti sono stati particolarmente felici. Di essi, per un involontario errore nel riunire le note sui vari campi d’azione del Club, si è omesso di riferire nel testo sulla storia dei 60 anni pubblicato nel noto volume, per cui è opportuno darne atto in questa sede.
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Maria Luigia, sei entrata nel Club l’anno rotariano 2002/2003, sotto la Presidenza di Angelo Aru e subito, continuando la collaborazione con Gino Cimino, hai svolto con lodevole impegno attività per progetti che coinvolgevano i giovani. Ero Preside dell’Istituto Tecnico Professionale Sandro Pertini e in collaborazione con l’Ing. Cimino e la Commissione per l’Azione Professionale da lui presieduta, fu avviato un progetto che prevedeva conferenze e visite guidate per conoscere il territorio di Cagliari e provincia, con l’intento di completare la formazione professionale degli studenti del ramo turistico che poi avrebbero potuto trovare lavoro nell’ambito del Consorzio “Sa Corona Arrubia”.
Gli studenti hanno potuto raggiungere così l’esperienza professionale necessaria per inserirsi nell’attività lavorativa del Consorzio. Si era formata fra Club e Istituto Pertini – e, quindi, fra Rotary e Scuola – una valida équipe con la stessa finalità formativa ed educativa e con l’intento dichiarato di facilitare il legame tra il mondo della Scuola e il mondo del lavoro. Forti del successo si è proseguito nel progetto allargandolo ad altri campi quali salute, alimentazione, sport, con l’intervento didattico di rotariani e di figli di rotariani esperti nelle specifiche materie. Nel settembre 2003, lasciato il Pertini, ho continuato la mia attività di Preside al Liceo Scientifico Michelangelo e, nel perseguire l’impegno per la formazione, ho coin-
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volto gli studenti in un progetto di volontariato educativo che, seguendo l’impostazione rotariana a favore delle giovani generazioni, ha instaurato percorsi di fattiva collaborazione con l’Associazione di Don Ciotti e con la sezione bolognese di Amnesty International. Tu hai una vastissima esperienza ed una approfondita conoscenza della scuola, per una carriera professionale che si è svolta prima con anni di insegnamento a Nuoro, poi di dirigenza scolastica, ancora a Nuoro e a Cagliari, di Preside dell’Istituto Pertini e del Liceo Scientifico Michelangelo, pertanto, sei in grado, molto più di altri, di esprimere un meditato parere sulla mancanza di contatto fra il mondo della scuola e la realtà sociale, come del resto hai già accennato. Sì, ho proprio rilevato che non vi è una interconnessione fra questi due mondi, manca il collegamento fra la cultura scolastica e la cultura di vita. Da qui la necessità di coinvolgere i giovani studenti perché si confrontino con le realtà in cui dovranno operare, quelle vicine e quelle lontane. Anche per queste ultime, per il progresso tecnologico, l’approccio può essere oggi molto più facile che nel passato. Approccio che comporta un ampio scambio di informazioni, di conoscenze, la creazione di rapporti costanti e continui. Come hai agito nel Rotary perché questo intento abbia possibilità di realizzarsi? Ho mantenuto un contatto costante con i giovani, sostenendoli nelle loro ricerche e nell’apprendimento delle lingue straniere, serbando vivo l’interesse per lo studio del territorio proseguendo il ciclo di conferenze, con più diretto riferimento alla città di Cagliari. Volendo indicare l’esito delle ricerche, svolte tutte con approfondite indagini e con apprezzabile esposizione dei risultati, posso, elencando le più importanti, citare quelle su Cagliari antica, sulle sue Saline,
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su S. Efisio, sulla risposta della città agli immigrati, senegalesi in particolare. Quanto al mondo più lontano, vi è stato uno scambio di giovani con Salvador de Bahia (Brasile), su progetto finanziato dalla Regione Sardegna. Tali attività sono state svolte dagli studenti sia del Pertini che del Michelangelo. Devo riconoscere che lo spirito del servire, proprio del Rotary, mi ha sostenuto nella ideazione e realizzazione di molti percorsi educativi. Sono stati preziosi i suggerimenti, le riflessioni e il sostegno morale della Commissione per l’Azione Professionale del nostro Club – Presidente Luigi Cimino. La convinzione dei rotariani di essere cittadini del mondo mi ha fatto capire l’importanza di moltiplicare gli scambi culturali e mi ha incoraggiato a porre in essere vari progetti Comenius, che ebbero l’approvazione dell’Unione Europea. In tal modo gli studenti si sono recati in diversi Paesi dell’Europa, ospitando poi altrettanti giovani dei Paesi visitati. Da quanto hai esposto appare che, animata dalle idee guida del Rotary di fratellanza, di reciproca conoscenza, di pace tra i popoli, hai cercato di inserire questi valori nel mondo della scuola. È proprio così. I ragazzi hanno necessità di rimuovere la indifferenza, per non dire la noia, che spesso è in loro, con nuovi impulsi. Portarli a conoscere giovani di altri Paesi, luoghi diversi da quelli solitamente frequentati, culture e tradizioni di altre genti, determina una crescita notevole che, partendo dal particolare legame di conoscenza, spesso diventata amicizia, che si forma tra i singoli, può trasferirsi su più vaste cerchie di persone investendole di un senso di unione che è base per larghe intese. Ritieni sia opportuno, nel futuro, continuare nell’attività svolta dedicando l’attenzione al nuovo mondo della “realtà virtuale” che l’evolversi dei mezzi di comunicazione ha creato?
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I tempi corrono sempre più veloci ed i giovani, oggi, vivono a contatto e attingono i dati più varii dalla rete. Internet, Facebook sono ormai diventati fonti di conoscenza, talvolta, purtroppo, uniche e, in talune occasioni, non affidabili, per cui è necessaria una valutazione di quanto, attraverso esse si è ottenuto. Anche questo intento è stato perseguito per i lavori di ricerca sopra indicati ma, soprattutto, esso è una delle basi della iniziativa, da me promossa e coordinata, dei “Concorsi di idee” con la richiesta a studenti di un grande numero di scuole di elaborati su temi specifici. Nel 2008, il concorso, ricorrendo il 60° anniversario della Dichiarazione dei diritti dell’uomo, richiedeva un saggio su “I diritti dell’uomo nell’istruzione e nella sanità” ed era dedicato al ricordo di Adriano Corrias. Sono stati presentati moltissimi temi da studenti di ben diciassette Istituti Superiori, valutati da una Commissione di rotariani che ha premiato quattro Istituti. Il concorso del 2009 “L’acqua risorsa fondamentale della vita… è un diritto naturale dell’umanità” – dedicato a Salvatore Campus – ha la sua conclusione il 29 maggio con la premiazione dei vincitori. Quanto operato è stato indirizzato a ricondurre le ricerche dei giovani, per quanto è possibile, in una sfera positiva al fine di evitare i difetti di una informazione spesso intesa e diretta verso valori negativi della vita. A tale scopo, inoltre, mi sono impegnata a sostegno della proposta distrettuale, diretta a tutti i Club ma, per quanto so, accolta da pochi, di portare la Rivista telematica di Sergio Tripi, di Roma Eur, all’attenzione di tutte le scuole. Può dirsi, in una singola bat-
tuta, che essa (“Good News Agency”) si propone di diffondere notizie che rivelano quanto di “buono” si fa nel mondo. Contattando tutte le scuole della Provincia di Cagliari, sono riuscita ad inserire nel sito di ciascuna di esse questo giornale telematico (che è riconosciuto dall’UNESCO come promotore di una cultura di pace). C’è qualche altra attività con cui sei riuscita a coinvolgere i giovani studenti attraverso il Rotary? Sì, la musica. La conoscenza del Prof. Simone Pittau, Direttore d’orchestra, rotariano, mi ha spinto ad organizzare un Concerto presso il piccolo Auditorium comunale. Protagonisti: studenti del Conservatorio di Musica, che, previa adeguata preparazione da parte del Prof. Pittau, hanno dato prova di grande bravura. Hai pensato anche ai giovani laureati e laureandi? Ma certamente! Pensando ai giovani rotaractiani, alle loro esigenze e ai loro interessi, ho organizzato dei Ryla. Nel 2008, per il nostro Club era la prima esperienza, ho realizzato un Ryla sulla “Evoluzione della leadership nelle imprese e nelle organizzazioni” che ha avuto notevole successo e si è meritato il riconoscimento della pergamena “District Governor Citation”. Nel gennaio 2010 si è concluso il secondo Ryla sulla “Sicurezza nel mondo del lavoro”, tema attualissimo che è stato trattato da relatori rotariani di grande spessore e da professionisti altamente qualificati. ■
hampagne e latte (!) con la torta dalle 80 candele, il 16 agosto prossimo, per festeggiare il compleanno di Lucio Artizzu che, nonno, in segno di brindisi toccherà con il calice il biberone di Lucio Artizzu, nipote, che dal 1° gennaio allieta i genitori Ignazio e Cora, il fratellino Efis, Lucio e Maria e i loro familiari. Al bambino un affettuoso benvenuto e a tutti gli altri vivissime congratulazioni.
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Congresso contro la droga
Incontro con Pietro Soggiu Maria Pia Lai Guaita
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uando si racconta la propria storia, si tende a sottolineare avvenimenti, conoscenze, incontri che hanno lasciato una significante traccia in essa. Pietro Soggiu lo ha lasciato nella mia di studiosa sarda del fenomeno droga liberamente solitaria senza appoggi politici ma unicamente spinta dalla voglia di conoscenza scientifica di un fenomeno drammatico. L’incontro casuale col Prefetto Soggiu nel 1993 a Roma, rafforzò in me le posizioni alle quali ero arrivata mediamente la ricerca clinica e quella statistico descrittiva. Per esempio la convinzione che non esistono droghe leggere e droghe pesanti ma sostanze che creano tolleranza e pertanto, dipendenza fisica e psichica e un certo piacere ma molta sofferenza individuale e sociale. Negli anni successivi, gli incontri con Soggiu hanno sempre evidenziato la coincidenza delle nostre visioni in un campo nel quale Lui ricopriva ruoli di grande responsabilità con un impegno anche internazionale ed io in Sardegna con una presenza modesta e spesso contrastata per le posizioni assunte. Nell’aprile di questo 2010 Pietro Soggiu accetta un incontro per ricordare insieme alcuni significativi aspetti della sua vita, e prima di tutto la sua origine sarda.
«Il mio nome non lascia dubbi circa la mia origine. In effetti, sono nato a Roma dove mio padre – originario di Martis, piccolo paese del sassarese – prestava servizio quale sottufficiale della Guardia di Finanza e, come molti nel Corpo, soggetto a numerosi trasferimenti. Sono stato sempre affascinato dalla Sardegna a motivo dei racconti di mio padre che evidenziavano lo straordinario attaccamento alla sua terra ove ogni anno tornava, anche se per pochi giorni. Ricordo bene – avevo poco più di dieci anni – la tensione e le paure di mia madre quando mio padre – ignorando tutti gli inviti alla prudenza – partiva per il suo paese durante la guerra, con il pericolo dei siluramenti. Mi sento caratterialmente, profondamente sardo e non solo per il nome: da bambino prima e da ragazzo e adolescente poi, ogni anno dopo la guerra, con mio fratello Massimo, seguivo mio padre che, raggiunta la pensione, si trasferiva in Sardegna per un paio di mesi, al-
ternandosi tra il suo paesino ed Oristano dove viveva una delle sue sorelle, Costanza. I ricordi delle mie permanenze in Sardegna, dopo cinquanta anni, sono ancora vivissimi e precisi. Le lunghe navigazioni su motonavi vecchie e lente che impiegavano quasi dieci ore tra Civitavecchia e Olbia; il piccolo trenino – a scartamento ridotto, con locomotiva a carbone – che da Sassari raggiungeva Martis dopo tante fermate in minuscole stazioncine, nel corso di un viaggio lentissimo che nei tratti in salita ci consentiva addirittura di scendere dalla prima carrozza e di risalire poi sull’ultima in tutta sicurezza dopo aver prelevato bellissimi fichi d’India dalle piante che fiancheggiavano la ferrovia». Prefetto Soggiu quale è stata la sua carriera militare? «Iniziò con l’ingresso all’Accademia militare della Guardia di Finanza, che frequentai per
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tre anni e dalla quale uscii con il grado di sottotenente e l’incarico di comandante della tenenza isolata di Saluzzo, in Piemonte; dopo due anni venni trasferito a Domodossola, frontiera svizzera, importante snodo del contrabbando di tabacchi che provenivano dal Ticino con frequenza ed entità notevolissime. Fu in quel periodo che ebbi il primo impatto con la criminalità organizzata; gli “spalloni”, (manovalanza di importanti gruppi finanziari), che tentavano di attraversare il confine trasportando le famose “bricolle” contenenti da trenta a cinquanta, sessanta chili di sigarette estere. Erano gli “utilizzatori finali” di vere e proprie organizzazioni criminali, ed erano definiti da una pubblicistica fortemente condizionata come contrabbandieri “romantici”, “poveri valligiani che tentavano di arrotondare il loro magro salario trasportando con indicibili fatiche un carico di merce che non faceva male a nessuno”. Questo era, in sintesi il tenore degli articoli stampa e dei servizi dei settimanali svizzeri e italiani, evidentemente eterodiretti e tesi a minimizzare sempre la pericolosità del fenomeno, vera e propria scuola dell’illecito, attraverso una continua opera di disinformazione che le grandi organizzazioni del contrabbando hanno sempre efficacemente saputo svolgere e che non ha, purtroppo, trovato adeguate forme di contrasto. Naturalmente la “romantica” attività nulla riferiva degli omicidi, ripeto omicidi, in danno di finanzieri al confine commessi da “carovane” di trafficanti che in montagna non desistevano dall’attraversamento della frontiera e che affrontavano violentemente, con il loro numero, le sparute pattuglie dei militari; nulla precisava dei guadagni degli “spalloni” che con un solo “viaggio” di poche ore portavano a casa una somma pari al loro salario mensile. Mirabile arte quella della disinformazione, tutt’ora condotta con protervia sia pure con diverse motivazioni. Nel 1985 assunsi la direzione della Centrale operativa del Comando Generale, incarico che comportava l’organizzazione e la guida delle operazioni anticrimine complesse, su tutto il territorio nazionale, con particolare riferimento al contrasto al contrabbando d’impresa, condotto da impor-
tanti strutture delinquenziali che disponevano di autentiche flotte navali. Nel 1987 ricevetti l’incarico di guidare la Sezione Contrabbando e Traffico di Stupefacenti del Servizio Informazioni del Corpo, incarico che tenni per oltre tredici anni e che mi consentì di affrontare sul piano dell’intelligence e in maniera penetrante le maggiori organizzazioni criminali operanti nei più pericolosi settori dell’illecito. L’azione informativa di contrasto del mio ufficio è stata sempre riservatamente condotta in paesi come la Thailandia, il Marocco, la Svizzera, la Bolivia, Panama, Colombia, Malta, Gibilterra, Tunisia, Brasile, Albania, Jugoslavia nonché in alcune città europee e nord-americane. Le esperienze acquisite nella lotta agli aspetti organizzativi del crimine organizzato hanno poi indotto le autorità centrali ad affidarmi, nel 1987, l’incarico di dirigere il Servizio Centrale Antidroga, struttura costituita dagli esperti nel campo della lotta agli stupefacenti della Polizia di Stato, dei Carabinieri e della Guardia di Finanza. Le nuove norme, quelle contenute nel DPR 309 del 9.10.1990, resero indispensabile la creazione di una “Direzione Centrale per i Servizi Antidroga” (DCSA) che ressi, poi, per altri quattro anni, dopo la mia nomina, nel 1990, a Prefetto della Repubblica. L’azione del mio Ufficio si è quindi spesa in maniera particolare per affrontare la piaga che ho indicato ed ho svolto numerose missioni nei paesi considerati “a rischio”, missioni mai pubblicizzate e condotte sempre nella massima riservatezza a motivo della estrema pericolosità delle strutture criminali oggetto di indagine, pericolosità che indusse le autorità centrali a sottopormi, per alcuni anni, ad una scorta armata. Dobbiamo costantemente affrontare una pubblicistica tesa a minimizzare la pericolosità di tutte le droghe, pubblicistica che fa da cassa di risonanza di ben definiti gruppi, anche politici». Lei è stato poi nominato Commissario Straordinario del Governo per le politiche antidroga.
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«Ricevetti la nomina nel novembre del 2001 e la notizia mi raggiunse proprio a Cagliari dove seguivo un convengo organizzato da quella splendida, organizzazione che è l’Ichnusa. L’impegno come Commissario è stato coinvolgente; ho dovuto affrontare i vari aspetti delle tossicomania, le cure, i trattamenti terapeutici ecc. L’incarico, protrattosi per oltre tre anni, mi ha consentito di rilevare quanto fosse necessario costituire un organismo deputato non solo a conoscere, coordinare». In questa sua nuova attività, cosa ha potuto rilevare? «Ho incontrato di tutto: autentici eroi impegnati in compiti durissimi, ma ho anche incontrato, fortunatamente pochi, pressappochisti. La necessità della costituzione di un organismo che esaminasse, valutasse, orientasse correttamente l’aspetto economico dei trattamenti, è emersa in modo palese. Vi sono, Regioni che corrispondono rette di 80 euro al giorno per utente ed altre che, per il medesimo trattamento, non vanno oltre i 25 euro (!)». Quale attento conoscitore del fenomeno, quali prospettive ritiene si delineino per il futuro? «Non sarà certamente con la sola repressione che si potrà sconfiggere o quanto meno
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fortemente dimensionare l’andamento di questa autentica tragedia mondiale. Metterei al primo posto – come molti osservatori peraltro sostengono – la prevenzione, quella costante, severa, competente, quella “primaria”, diretta a coloro che ancora non si sono avvicinati alla droga. Pensi che solo pochi anni fa venne addirittura cancellato il Dipartimento per le politiche antidroga nazionale, unico organismo statale deputato all’assistenza dei tossicodipendenti, alla prevenzione del fenomeno ed al miglioramento delle strutture operanti allo scopo. Fortunatamente, circa due anni fa una classe politica ravveduta l’ha nuovamente ricostituita e sta finalmente operando al meglio. Mi chiede del futuro? Serietà, molta serietà e competenza; questa non è materia da affidare ai dilettanti». L’incontro con Pietro Soggiu si conclude e rifletto a voce alta che il fenomeno droga ha continuato a diffondersi nel mondo e ancora continuerà se oltre l’impegno contro il traffico e lo spaccio, e, pertanto la offerta, non si lavorerà in modo articolato ed intelligente sulla domanda. Dedicando anche ampio spazio alla istituzione Famiglia, primo e fondamentale momento di apprendimento sociale ed affettivo, e, oggi, sola e confusa dinanzi alle contraddittorie “voci” del sociale. ■
l Club ha compiuto sessant’anni e tutti noi che abbiamo l’onore di farne parte volgiamo lo sguardo all’indietro per ricordare, grati, quanti lo hanno fatto sorgere creando una associazione di uomini liberi che si è imposta all’esterno conseguendo stima e successo. Alla originaria comunità, per il naturale ricambio dello svolgersi della vita, si sono aggiunti altri che hanno contribuito con il loro operare a rendere il nostro sodalizio sempre più vivo e presente. In questo lungo periodo tanti, non solo i soci fondatori, hanno posto fine all’impegno terreno, per cui il Club ha ritenuto di doverne celebrare il ricordo con una funzione religiosa che accomunasse tutti gli scomparsi raccomandandoli alla Divina Misericordia. Sabato, 12 dicembre, nella mistica basilica di Bonaria, tanto cara ai credenti cagliaritani per l’antica tradizione di culto, una Santa Messa è stata celebrata in suffragio di tutti gli amici rotariani defunti. La chiesa era gremita di tanti loro familiari e di soci. Il nostro caro Padre Salvatore Morittu, nell’omelia, con toccanti espressioni, riportando alla memoria gli amici scomparsi, li ha inseriti per la bontà delle loro opere nella Luce eterna dalla quale oggi, secondo la nostra Speranza, sono illuminati.
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Una sconosciuta ricchezza di Cagliari
Gli Erbari Universitari Antonio Scrugli econdo l’accezione corrente per “Erbario” s’intende una raccolta di piante essiccate sotto pressione (Fig. 1), fissate con spilli su appositi fogli di carta bianca ed etichettate (Fig. 2). L’esemplare così sistemato prende il nome di exsiccatum (Fig. 3). Generalmente il termine Erbario viene utilizzato anche per indicare l’edificio o la struttura che ospita le collezioni (Fig. 4).
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Storia Durante la caduta dell’impero romano, durante le invasioni barbariche e per tutto il medioevo anche la Botanica langue come Scienza. È il periodo degli “Erbari figurati” consistenti in raccolte di disegni, spesso molto fantasiosi (Fig. 5), delle piante medicinali in uso in quei tempi. Questi disegni erano di solito accompagnati dal nome volgare della pianta e dalla
Fig. 1 – Vari tipi di presse.
Fig. 2 – Una delle fasi della montatura.
Fig. 3 – Exsiccatum di Poeonia russii.
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Fig. 4 – Pacchi di exssicata nell’Erbario di Cagliari.
descrizione delle parti da utilizzare come medicinale. Si hanno notizie certe in merito all’esistenza di simili libri già alcuni secoli prima di Cristo, ma l’opera più significativa fu realizzata nel I secolo d.C. dal medico greco Dioscoride. La sua opera, tradotta in latino col titolo De Materia Medica, ebbe grande diffusione in Italia durante il Medioevo, grazie alle numerose copie eseguite dai monaci benedettini. Nel Rinascimento invece i disegni venivano realizzati basandosi sull’osservazione diretta delle piante e quindi più rispondenti alla realtà (Fig. 6). Compaiono così i primi erbari di piante vere essiccate. Le collezioni di questo tipo vengono chiamati Hortus siccus o più semplicemente Erbari. Gli erbari di piante essiccate L’Erbario attuale è una raccolta di piante essiccate preparate secondo metodi e finalità scientifiche. Il materiale che compone le collezioni viene assemblato in pacchi (Fig. 4) e catalogato secondo i ranghi gerarchici della tassonomia: famiglia, genere e specie. È del Cinquecento la nascita sia dell’Hortus vivus (Orto Botanico) che dell’Hortus siccus termine utilizzato per indicare appunto le collezioni di piante essiccate. L’Hortus siccus nasce nel XVI secolo come strumento della botanica medica per la necessità di illustrare i caratteri morfologici di affinità fra i vari tipi di piante, le loro caratteristiche e la loro struttura soprattutto sul campo medicinale. Il più antico Erbario di cui si conosca ancora oggi l’esistenza è quello realizzato nel 1532 da Gheraldo Cibo, allievo del botanico pisano Luca Ghini. Ma quello di gran lunga più importante è però l’erbario di Andrea Cesalpino (1525-1603) (Fig. 7).
Fig. 5 – Riproduzione fantasiosa di Narcissus in un famoso erbario figurato medioevale.
Nei successivi secoli (XVIIXVIII) gli erbari sono realizzati principalmente per costituire una raccolta di tutte le forme vegetali esistenti e, in secondo luogo per conservare una documentazione delle esplorazioni botaniche effettuate nelle più disparate parti della terra dai naturalisti dell’epoca. Con Linneo e De Candolle lo spirito collezionistico fine a se stesso viene sostituito dall’interesse scientifico in cui l’erbario costituisce un indispensabile strumento di lavoro, soprattutto per gli studi della botanica sistematica. L’importanza degli erbari è cresciuta molto nel tempo tanto che oggi gli exsiccata sono utilizzati anche come materiale nelle moderne ricerche di Biosistematica che fanno uso di sofisticati strumenti e tecniche molecolari. Con la nascita dei grandi musei di storia naturale, una parte
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Fig. 6 – Illustrazione rinascimentale di Portulaca, più accurata e completa.
viene riservata alle collezioni botaniche, rappresentate per lo più da erbari. Nel XVIII secolo si sviluppano le collezioni botaniche dei grandi musei naturalistici nazionali come quelli di Londra, Vienna, Parigi, Firenze ecc.
Fig. 7 – Cesalpino, primo tassonomo e scienziato dei Medici e del Papa.
A seguito delle numerose esplorazioni geografiche volte alla ricerca di nuovi continenti e di nuove forme di vita si ebbe un notevole incremento delle collezioni botaniche di specie provenienti da tutto il mondo.
Oggi gli erbari sono sparsi in tutto il mondo e sono ubicati per lo più nelle strutture di ricerca e più frequentemente nei Dipartimenti universitari che ne garantiscono non solo la fruibilità ai ricercatori ma anche la corretta conservazione. L’Erbario è l’unica sede riconosciuta dal mondo scientifico dove vengono depositati i campioni di specie vegetali descritte per la prima volta (tipi o typus) e ai quali bisogna fare riferimento ogni qualvolta si vuole avere la conferma di uguaglianza con individui ritenuti della stessa specie. Ciò è possibile grazie al fatto che con una corretta essiccazione e conservazione, i campioni non perdono i caratteri diagnostici fondamentali, indispensabili per l’analisi morfologica, strutturale e anatomica. La trascrizione e l’elaborazione dei dati estrapolati dalle etichette dei campioni permettono inoltre di definire gli areali geografici delle specie. Anche per questo motivo i musei Erbari, riconosciuti in campo internazionale, sono collegati fra loro tramite protocolli d’intesa finalizzati al mutuo scambio di materiali e di informazioni. Negli Erbari spesso si rinvengono piante raccolte in località nelle quali sono attualmente scomparse per mutate condizioni ambientali (bonifiche di paludi, coltivi intensivi, urbanizzazione, sovrappascolo, etc.). Questi documenti storici sono fondamentali sia a fini scientifici che applicativi (scelta delle specie per la ricostruzione ambientale, il verde urbano, etc.). Da ricordare inoltre che numerosi itinerari effettuati da esploratori e ricercatori in spedizioni scientifiche sono stati ricostruiti attraverso l’esame dei dati riportati nelle etichette delle specie essiccate. L’Herbarium Horti Botanici Caralitani (CAG) Tra gli Erbari italiani degno di nota è da annoverare anche l’Herbarium Horti Botanici Caralitani con sede presso il Dipartimento di Scienze Botaniche dell’Università di Cagliari. Tra quelli italiani esso risulta uno dei meglio conservati e organizzati. Gli armadi di conservazione a tenuta ermetica, l’impianto di climatizzazione e di umidificazione, il censimento degli exsiccata in formato digitalizzato e il grande numero dei campioni in esso custodito sono elementi che accentuano il valore didattico e scientifico in ambito nazionale e internazionale (Fig. 8, 9). La data di nascita è legata a quella del primo Orto botanico (1765) come viene riferito da Patrizio Gennari (1874) nella “Guida della Regia Università di Cagliari”. L’Erbario di Cagliari nel tempo ha subito numerose traversie tra le quali quelle imputabili al periodo bellico,
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Fu il Martinoli nel 1955 ad avviare la fase di ristrutturazione e ordinamento dell’Erbario che durò quasi 15 anni. Negli anni 1960-62 venne impostato secondo il sistema di ordinamento di Engler. Negli anni 1966-67 venne diviso in un “Erbario generale” e in un “Erbario Sardo” secondo l’ordine sistematico riportato in Barbey (1884). Attualmente è in fase di realizzazione il censimento informatizzato del patrimonio vegetale secondo lo standard internazionale. Fig. 8 – Scorcio dell’Erbario di Cagliari. Nell’Erbario di Cagliari però durante il quale il patrimonio dell’Erbario e della biblio- mancano alcune delle “grandi” teca è stato trasferito in una chiesa sconsacrata di Ghi- collezioni del passato della flora larza dal 1941 al 1944, e alla grave infiltrazione d’acqua sarda quali quelle del Moris nei locali adibiti ad Erbario avvenuta negli anni ’50. (1736-1869), attualmente a To-
Fig. 10 – Festuca arundinacea.
Fig. 9 – Campioni d’erbario (exssiccata) depositati in CAG.
rino e Sassari, e quella di Martinoli, direttore dell’Istituto Botanico di Cagliari dal 1946 al 1956. Tuttavia grazie alle potenzialità e al valore scientifico del suo patrimonio l’Erbario è recensito nel prestigioso catalogo internazionale Index Herbariorum dove sono riportati tutti
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Fig. 12 – Strumenti ottici e guide floristiche di determinazione.
Fig. 11 – Ceratonia siliqua.
i più importanti Erbari del mondo a ognuno dei quali è stato attribuito una sigla di identificazione internazionale (CAG, per quello di Cagliari). La consistenza patrimoniale è suddivisa in 8 specifici grandi settori: – Erbario generale, con circa 30.000 exsiccata di varia provenienza; – Erbario sardo: con circa 35.00 exsiccata raccolti esclusivamente in Sardegna; – Collezione micologica: “funghi longobardiae exsiccati” del Cavara (1891); – Herbarium Mycologicum Calaritanum: comprende anche la collezione Contu; – Collezione Cecidotheca italica: galle italiane di Trotter e Cecconi (1900-1917); – Collezione lichenologica: miscellanea di provenienza varia;
– Collezione briologica: miscellanea di provenienza varia; – Collezione algologica: circa 630 campioni di varie località nazionali ed estere.
Fig. 14 – Guide per la determinazione delle specie vegetali italiane ed europee.
La determinazione Determinare (impropriamente classificare) un campione significa attribuirgli un “binomio specifico” in latino (es.: Quercus suber L., dove Quercus è il nome del genere, suber il nome specifico) completato dal nome dell’autore che per primo ha descritto la specie (in questo caso L., abbreviazione di Linneo) sulla base di un’attenta analisi di tutti i caratteri diagnostici. Per determinare un campione si usano testi specialistici impostati secondo il modello delle “chiavi dicotomiche” (Fig. 10, 11). Si tratta di successioni di coppie di proposizioni che prendono in esame i caratteri morfologici, anatomici, ecc. della pianta (ad es. numero di stami, caratteri del frutto, forma delle foglie, dimensioni e colore della corolla, presenza o meno di peli, ecc.); scegliendo di volta in volta la descrizione che corrisponde all’esemplare in studio si
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Fig. 13 – Camera di disinfestazione contenente i campioni da trattare.
giungerà, dapprima, ad identificare la famiglia e poi i livelli gerarchici inferiori (genere, specie ed eventuale sottospecie). Per osservare le strutture più piccole (ovario, stilo, ecc.) bisogna disporre di una buona lente con 8-20 ingrandimenti o, meglio ancora, un microscopio stereoscopico (Fig. 12), pinzette per microscopia, un ago montato, un bisturi.
cale in cui si tiene l’erbario. Infatti le stanze umide o caldo-umide non sono adatte perché favorisco la formazione di muffe e le infestazioni. In casi estremi comunque i campioni più a rischio possono essere sottoposti a disinfestazione chimica eseguite da ditte all’uopo specializzate (Fig. 13). ■
Metodi di conservazione La principale minaccia per un erbario è rappresentata dagli insetti (soprattutto allo stato larvale) per i quali le piante essiccate costituiscono un ottimo cibo. In passato la lotta agli insetti veniva praticata con l’uso di insetticidi. È oggi appurato che l’impiego degli insetticidi risulta pericoloso per la salute dell’uomo, inoltre gli insetti sviluppano rapidamente la resistenza al principio attivo, per cui se ne sconsiglia l’uso. Quindi il problema delle infestazioni entomologiche può essere risolto sottoponendo a surgelazione i pacchi d’erbario preventivamente chiusi in buste di polietilene, al fine di evitare l’umidificazione dei campioni, a -35° C per una settimana. Per i pacchi di recente allestimento, la surgelazione va ripetuta per 2 volte a distanza di circa 2 mesi. Al fine di assicurare la corretta conservazione è molto importante prestare atten- Fig. 15 – Guida monografica per la determinazione zione all’umidità e alla temperatura del lo- delle Orchidee sarde.
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Risorse idriche, difesa del suolo, tutela dell’ambiente
Il paesaggio e la sua tutela Angelo Aru ell’ambito dell’attività dell’Istituto di Formazione Rotariana (IDIR) si è tenuto nel febbraio 2010 un seminario nel convento dei Benedettini nella Basilica di San Pietro di Sorres (Borutta Sassari), sotto la presidenza del Governatore prof. Luciano Di Martino. Uno degli argomenti trattati riguardava appunto le risorse idriche, la tutela del suolo e del paesaggio. In diverse occasioni il Rotary, ed in particolare il distretto 2080, ha promosso iniziative sulle risorse idriche e sulle metodologie di management sia sotto l’aspetto qualitativo che quantitativo. Molti club del centro e del sud Italia hanno trattato questo argomento con proposte operative per gli addetti ai lavori. Il problema delle risorse idriche legato agli afflussi, deflussi, impinguamento delle risorse sotterranee, conservazione in serbatoi di superficie, etc. deve essere costantemente trattato a tutti i livelli visti i continui aumenti di consumi, gli effetti della contaminazione, i disastri nei casi di piogge oltre le medie, le trasformazioni del territorio e le conseguenze nell’assetto urbano sopratutto nelle aree costiere. Il Meridione d’Italia è soggetto a crisi di approvvigionamento dopo lunghi periodi di siccità a cui possono seguire intense piogge con gravi conseguenze o per l’erosione o per le inondazioni (es. Capoterra, Sarrabus, Ogliastra, Sarno, etc.). Indubbiamente il problema più appariscente è dato dai consumi in relazione alla disponibilità. Questo aspetto è particolarmente sentito nell’Italia Meridionale e nelle Isole oltre che nei paesi aridi e semiaridi del mondo.
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Purtroppo raramente si assiste ad una pianificazione e programmazione dei consumi che tenga conto della irregolarità delle piogge, della lunghezza dei periodi aridi e della possibilità di razionalizzare l’uso delle scorte per affrontare le lunghe crisi. La necessità di acqua, in molti casi, ha determinato il depauperamento delle risorse sotterranee con conseguenze irreversibili sulla salinizzazione e desertificazione. Nel passato le principali risorse si riscontravano nelle falde, nei corsi d’acqua, nelle sorgenti e nei laghi naturali. Agli inizi del secolo scorso e subito dopo la legge sulla bonifica integrale (legge Serpieri 1933) si iniziò la costruzione di sbarramenti artificiali, di cui alcuni di grande capacità come il lago Omodeo, in Sardegna. Tali sbarramenti avevano diverse funzioni, ossia: acqua per usi civili, acqua per usi industriali compresa la produzione di energia, acqua per l’agricoltura. Negli anni ’50 venne creata la Cassa per il Mezzogiorno, con lo scopo di favorire lo sviluppo con particolare riferimento alla bonifica ed all’irrigazione dei terreni. Il concetto di pianificazione nell’irrigazione consisteva esclusivamente nel dimensionamento della portata degli impianti e sul costo del trasporto dell’acqua. In molti casi si è verificato un miglioramento generale, in altri casi si è registrato un fallimento. In passato non esistevano studi pedoagronomici ed economici di base per determinare la suscettività all’irrigazione e quindi il dimensionamento degli impianti. Per tale motivo oggi si parla ancora di scarsa utilizzazione in termini di superfici quando in effetti molte terre non sono suscettibili di essere irrigate.
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È pertanto probabile e possibile che nel prossimo futuro si debba dare spazio all’irrigazione soltanto nelle aree ove sia dimostrata la fattibilità e la suscettività sia in senso fisico che economico (Land Evaluation). Indubbiamente il problema dell’irrigazione deve essere affrontato con maggiore obiettività in quanto trattasi di un’attività col maggiore consumo idrico. Le risorse idriche nel centro sud e nelle isole Il problema degli sprechi riguarda tutta l’attività antropica e non soltanto quella agricola. È necessaria perciò una sensibilizzazione sulla forme di risparmio e sulla razionalizzazione della gestione dell’acqua. Quest’ultimo aspetto deriva dalla conoscenza dell’estrema irregolarità delle piogge soprattutto nel centro sud dell’Italia ed in tutte le regioni del Mediterraneo come pure nelle regioni aride e semiaride del mondo. L’esame dei dati pluviometrici della Sardegna dimostra tale variabilità di anno in anno con scarti dalla media di oltre il 100% in più o il 50% in meno. Per questo motivo le risorse non sono mai garantite, da cui le grandi crisi riscontrate nel Mediterraneo ed, in particolare, in Sardegna. Per ciò la pianificazione dell’uso delle acque, per qualsiasi fine, deve tenere conto della variabilità degli afflussi e non delle medie e della capacità di gestione delle risorse. Anche la progettazione idraulica basata sulle medie porta a falsi progettuali con conseguenze disastrose in rutto il territorio nazionale. Per questo motivo occorre una particolare attenzione nel rilevamento, elaborazione ed interpretazione dei dati climatici, data l’estrema variabilità spaziale e temporale degli eventi. Gli ultimi eventi in Ogliastra, Capoterra, Sarno etc., illustrano chiaramente la variabilità spaziale e temporale degli afflussi e le conseguenze provocate dai deflussi. Nel caso appunto di piogge convettive, piogge di forte intensità, piogge di lunga durata, si verificano spesso delle gravi esondazioni, con sedimentazioni di materiali, con danni al territorio e talvolta con perdite di vite umane.
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Infatti tutti i corsi d’acqua devono avere la loro naturale cassa di espansione ed i terreni a rischio di inondazione (alluvioni recenti) non sono suscettibili di urbanizzazione. Non si riesce a capire e tanto meno giustificare le ragioni che determinano l’urbanizzazione ove il rischio idraulico è molto elevato. La qualità dell’acqua Trattasi di uno dei problemi più importanti per l’umanità. Le risorse idriche sotterranee e, soprattutto, quelle costiere delle regioni aride sono ad alto rischio di salinizzazione. Tutto il Mediterraneo soffre di questo tipo di contaminazione per intrusione di acqua salata là dove il prelievo è superiore alla ricarica delle falde. L’altro aspetto riguarda la contaminazione delle acque ove esistono attività industriali, minerarie e complessi urbani di diverso tipo. Mentre la salinizzazione è un problema diffuso la contaminazione industriale e urbana è più circoscritta ma spesso più grave. Tutela del paesaggio rurale Un aspetto del nostro paese che ha subito e subisce un degrado è rappresentato dal paesaggio rurale. Si parla a tutti i livelli di tutela del paesaggio senza un riscontro nelle pianificazione e progettazione. Il Rotary sia a livello distrettuale che regionale può dare un notevole e fattivo contributo per la tutela di un patrimonio di grande valenza ambientale, produttivo e storico. Purtroppo in Italia quando si parla di paesaggio si parla solo di cementificazione. Per questo motivo il programma dell’attività del Governatore e del Distretto consiste anche nel promuovere incontri culturali sul paesaggio rurale, con finalità non soltanto estetiche ma anche produttive e di conservazione. È un obiettivo ambizioso, ma vale la pena affrontarlo per la ricaduta che può avere sotto l’aspetto paesaggistico, storico ed economico. ■
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Inchiesta fra i giovani preludio di un Convegno
L’ambiente e le acque costiere Giovanni Barrocu a Protezione dell’ambiente e la Gestione del sistema delle acque costiere è stato il tema del convegno tenutosi a Cagliari nel pomeriggio del 16 aprile nella Sala Convegni dell’Archivio di Stato, con la presidenza della nostra Presidente Marinella Ferrai Cocco Ortu e alla presenza del Governatore del nostro RD 2080 Luciano Di Martino. Il convegno, organizzato dalla Commissione Ambiente del RC Cagliari costituita da Giovanni Barrocu, Francesco Birocchi, Gianni Campus ed Eugenio Lazzari, era stato preceduto da un’indagine svolta con un questionario distribuito, grazie alla preziosa collaborazione di Maria Luigia Muroni, fra gli studenti di alcune classi del Liceo Classico “Siotto”, del Liceo Scientifico “Alberti” e del Liceo Artistico “Foiso Fois”. L’obiettivo dell’indagine era di suscitare l’interesse dei giovani e dei loro insegnanti e raccogliere elementi sul livello delle loro conoscenze sui diversi argomenti da trattare, alquanto complessi, inerenti la gestione delle acque costiere, superficiali e sotterranee, con particolare riguardo alla loro salvaguardia e alle conseguenze che essa può avere anche per la gestione del territorio costiero e la tutela dei suoi abitanti. L’argomento, che pure riveste grande rilevanza, non è in genere affrontato nella sua interezza, essendo l’attenzione per le aree costiere rivolta ad aspetti specifici. La relazione introduttiva di Giovanni Barrocu, preceduta dai saluti della nostra Presidente e del Governatore, ha riguardato in sintesi la genesi delle aree costiere, definite come le zone di transizione fra le terre emerse e il mare, esposte ai processi ero-
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sivi delle acque continentali e marine. Le aree costiere rappresentano infatti la parte terminale dei bacini idrogeologici, dove si sviluppano fragili equilibri dinamici fra le terre emerse, includenti il sistema delle acque superficiali dei fiumi e delle zone umide costiere, le acque sotterranee, e il mare. Gli equilibri sono tanto più delicati per la crescente pressione antropica e il loro stravolgimento è più evidente nelle spiagge sabbiose, più facilmente erodibili. Tutte le acque superficiali e sotterranee del bacino idrografico, nel loro flusso per gravità verso il mare, attraversano le aree costiere. Le acque meteoriche, cadendo e scorrendo sul terreno, con la loro energia sono il principale fattore di erosione, localizzata nelle zone di minor resistenza delle rocce che costituiscono i rilievi, processo che ne comporta la distruzione e quindi il trasporto dei detriti a valle e la sedimentazione lungo l’alveo dei corsi d’acqua fino al mare. L’erosione è tanto più energica quanto maggiore è la portata e la velocità dell’acqua, proporzionale alla pendenza del terreno. Le acque meteoriche a contatto col terreno vi s’infiltrano, occupandone le discontinuità grandi e piccole, che si comportano come una rete di vie d’acqua più o meno irregolare. Si determina così un flusso sotterraneo, anch’esso diretto al mare ma più lento per gli attriti dovuti alle asperità dell’idrografia sotterranea. Nel corso dei tempi geologici il livello medio del mare è variato ciclicamente per effetto dei cambiamenti climatici. Nelle fasi di espansione e di scioglimento dei ghiacci, dovute alle variazioni delle precipitazioni nevose, si sono avute ripetute alternanze di
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abbassamenti e innalzamenti dei mari. L’estensione delle aree costiere è quindi precaria, perché condizionata sia dall’apporto di detriti da parte dei corsi d’acqua, determinato dalle condizioni climatiche e dall’uso del suolo, sia dalle variazioni del livello del mare, che mediamente si sta sollevando di 1 cm al secolo (almeno di due metri dai tempi dei Romani, come testimoniato dalla sommersione delle rovine di Nora e di altri insediamenti costieri del periodo). Le acque convenzionali, superficiali e sotterranee, e le non convenzionali, come quelle ottenute per dissalazione, devono essere gestite in modo integrato in funzione della quantità e della qualità richieste per i diversi usi. La gestione integrata non deve limitarsi solo alle acque e al loro ambiente ma devono essere gestite considerando le effettive esigenze delle diverse utenze produttive dei bacini di utenza, territori di interesse economico e sociale verso i quali è convogliata l’acqua per soddisfare le esigenze sociali e ambientali e i diversi fabbisogni. I possibili conflitti sono risolvibili solo con una razionale pianificazione di bacino e interbacino, come previsto dalla L. 183/89, non ancora ben applicata. I problemi idrici possono essere risolti solo in termini di bilancio delle risorse idriche integrate, considerandone la qualità e la quantità richieste per i diversi usi e i condizionamenti socio-economici, così da garantire l’uso sostenibile delle acque superficiali e sotterranee di tutti i tipi in funzione degli usi possibili e la salvaguardia dell’ambiente costiero, terrestre e marino da tutte le forme di degrado dovute all’azione combinata delle forze della natura e dalle attività antropiche. Le cause di inquinamento devono e possono essere rimosse. I processi naturali quali l’erosione, le alluvioni, le frane, le subsidenze, e l’intrusione marina nelle acque sotterranee costiere possono essere prevenuti e controllati, almeno in parte, con un’attenta pianificazione che tenga conto dei gradi di vulnerabilità del territorio ai diversi eventi. Nella sua relazione Stefano Andrissi, geologo e idrometeorologo con esperienza
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per gli aspetti della Protezione Civile, ha spiegato il significato del termine “nowcasting”, ormai diffuso nella comunità meteorologica per indicare tutte le attività volte alla previsione, in tempo utile per l’emanazione dell’allerta o dell’allarme in vista dei fenomeni particolarmente intensi o eccezionali. Nel caso delle precipitazioni il problema consiste nell’individuazione dei segnali premonitori che accompagnano lo sviluppo di una forte attività temporalesca. Le cosiddette «condizioni al contorno» sono piuttosto ben conosciute e, ormai, è possibile prevedere con almeno 24 ore di anticipo la possibilità, a scala sinottica, di queste situazioni. Il continuo perfezionamento dei modelli ad area limitata, meglio noti con l’acronimo LAM (Limited Area Model) permette un buon livello di previsione e frequenti aggiornamenti. Diverso è il discorso dell’esatta localizzazione e del momento di avvio delle precipitazioni intense. In molti casi si nota che a simili valori delle caratteristiche termodinamiche dell’atmosfera, si associano sviluppi completamente differenti, anche sulla stessa località. La disponibilità di frequenti radiosondaggi permette di rilevare e derivare una grande mole di informazioni quali temperatura, umidità, pressione, vento, lungo l’intera colonna d’aria sovrastante la stazione meteorologica. Secondo uno studio dei primi anni duemila svolto per il Servizio regionale di Protezione Civile della Sardegna il valore medio di 300 millimetri di precipitazione cumulata mensile non è stato infrequente. Sebbene questa soglia debba essere analizzata attentamente e “caso per caso” (diverso è l’effetto di 300 mm ben distribuiti in un mese da 150 mm in poche ore) si evidenzia la maggiore frequenza delle piogge intense nelle stazioni di alta collina o montane, poste a ridosso dei rilievi maggiori della Sardegna o prossimi alle aree costiere. Questi ultimi sebbene poco superiori ai 1000 metri di altitudine sono spesso caratterizzati da un accentuato dislivello e da una notevole acclività dei versanti, con bacini idrografici caratterizzati da brevi tempi di
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corrivazione. Pur in misura minore, si nota come le precipitazioni intense siano significative anche per numerose stazioni poste a “bassa quota”, indicazione della effettiva possibilità che eventi “estremi” possano manifestarsi in tutta l’Isola e ben compatibile con la precisa indicazione fornita dall’analisi meteorologica dei fenomeni. Da questa è emerso che i fenomeni estremi sono dovuti a particolari strutture temporalesche (sistemi precipitanti) dotati di grande energia e capaci di rapido sviluppo. Sempre più gli eventi idrometeorici hanno caratteri di tropicalizzazione. Statisticamente i fenomeni più intensi si verificano in autunno e, in minor misura, in primavera. Questa stagionalità è giustificata dal maggior numero di contrasti tra masse d’aria, con caratteristiche differenti, nella contesa per il possesso delle latitudini mediterranee. Le cause vanno cercate nell’abbassamento del fronte polare, e annessa corrente a getto, in autunno e nella risalita verso latitudini più settentrionali in primavera. Le sue ondulazioni innescano l’avvio delle cosiddette perturbazioni atmosferiche delle latitudini temperate, che associamo alle aree cicloniche extratropicali. Nella maggioranza dei casi queste perturbazioni, organizzate in famiglie di cicloni transitano secondo la normale sequenza (fronte caldo, settore caldo, fronte freddo, settore freddo e così via fino a ripresa della stazionarietà del fronte polare) delle masse d’aria. Le cause che portano allo sviluppo di queste aree depressionarie sono state oggetto di studio della meteorologia negli ultimi decenni ed ora sono abbastanza ben conosciute. Si tratta essenzialmente di risposte «dinamiche» all’interazione con il rilievo, il mare a differente temperatura, altre masse d’aria ecc. La Sardegna, per la sua posizione centrale nel Mediterraneo occidentale, si trova con una certa frequenza nell’area di transito di simili depressioni secondarie che solitamente si limitano a produrre piogge e temporali a carattere sparso. Tuttavia può capitare che il nucleo depressionario sia piuttosto intenso o meglio, in termini barici, “profondo” ed in grado di interessare una
ampia porzione verticale della troposfera. In questo caso è il suo posizionamento geografico a determinare la possibile successione degli eventi sul territorio sottostante. Nel caso della nostra Isola, quando un simile profondo vortice è situato a ovest, affluiscono correnti sciroccali caldo umide che, in corrispondenza dei settori meridionali ed orientali, dove si scontrano con i diversi sistemi di rilievi costieri, sono costrette a repentini movimenti ascendenti. Se intanto la bassa pressione alle quote medie ed alte della troposfera giunge in prossimità di queste aree, si intensificano i movimenti convettivi, dando luogo alla formazione di grandi nubi temporalesche. La differenza con i «normali» cumulonembi, tipici ad esempio del passaggio di un fronte freddo o di un pomeriggio estivo, consiste nella localizzazione del sistema precipitante che, agganciato al rilievo, può ora divenire quasi stazionario ed autorigenerante. In sintesi è come se su una certa area si avviasse un nastro trasportatore di aria calda ed umida, dalle basse quote della troposfera a quelle più alte. Il sistema funziona perfettamente, l’importante quantità di acqua prelevata (sotto forma di vapore) dai bassi strati e dal vicino mare si innalza, condensa e produce intense precipitazioni, anche superiori ai 100 mm/h. Nella sua dotta relazione Eugenio Lazzari ha messo in evidenza come l’imprevidenza e la sottovalutazione delle possibili conseguenze dei processi naturali indotti dalle acque, da vedersi non solo come risorsa ambientale essenziale per la vita e fattore produttivo ma anche come possibile causa di distruzione, sia stata causa anche di recente di lutti e ingenti danni. I dissesti idrogeologici non sono dovuti solo ad eventi naturali per intemperanze del clima ma anche e soprattutto a un modello di sfruttamento intensivo e poco programmato del territorio, senza efficaci politiche di previsione e prevenzione. Non si può impedire alla natura di fare il suo corso, ma l’urbanizzazione diffusa e caotica con la proliferazione di centri urbani, siti produttivi e infrastrutture viarie, l’abusivi-
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smo edilizio, l’estrazione illegale di inerti dagli alvei fluviali, la cementificazione degli stessi alvei, l’agricoltura intensiva con le opere di presa senza adeguata difesa degli argini hanno contribuito in maniera determinante a sconvolgere l’assetto idraulico del territorio e a creare situazioni sempre più gravi di dissesto idrogeologico causato da una forzata canalizzazione e artificializzazione dei corsi d’acqua, il che ha determinato un’amplificazione dei rischi in caso di calamità naturali. Dai dati emersi dai lavori della Conferenza sui Cambiamenti Climatici del 2007, risulta che nel corso dell’ultimo secolo il numero dei giorni piovosi in un anno è diminuito del 10% mentre è aumentata del 5% l’intensità di pioggia, cioè la quantità di pioggia che in media cade in un giorno. Le piogge sempre più concentrate arrivano in alcuni casi anche a 200 mm di pioggia in un solo giorno (la media annuale italiana nelle zone di pianura è di 800/1000 millimetri) e negli ultimi cinquant’anni le temperature al suolo sono aumentate di 1,4 gradi. Secondo un aggiornamento al 2006 del Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare, che si basa sulle indagini effettuate dalle Autorità di Bacino, il rischio idrogeologico più elevato interessa quasi il 9,3% del territorio italiano, pari a circa 28.021 km2, e più in dettaglio il 4,1% (pari a 12.353 km2) è a rischio idraulico e il 5,2% (pari a 15.667 km2) è a rischio frane. Per la Sardegna l’analisi storica, basata su fonti indirette di tipo giornalistico e dirette (Genio Civile), mostra un susseguirsi di eventi di gravità piuttosto elevata che denunciano la reale vulnerabilità del territorio isolano agli eventi alluvionali e franosi. Nell’ottobre 1892 un’alluvione nell’area del Flumini Mannu-Cixerri (Campidano di Cagliari) causò diverse centinaia di morti di cui 200 nel solo comune di San Sperate che fu letteralmente distrutto, e un furioso nubifragio del novembre 1893 in tutta l’area del cagliaritano che causò 2 morti a Elmas e 2 a Selargius. Ed ancora nella notte tra il 26 e 27 ottobre del 1946 una depressione che investì tutta la Sardegna provocò
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intensissime precipitazioni su tutta l’Isola, specialmente nei versanti orientale e meridionale, per le quali si ebbero 45 morti, diversi feriti e 1900 senza tetto e notevoli danni nei comuni di Elmas, Assemini, Sestu e Monastir. Più di recente per l’area del Cagliaritano si ricordano l’alluvione dell’ottobre 1986 che causò 5 morti e l’evento meteorico particolarmente intenso del novembre 1999 che interessò il Basso Campidano e una vasta area della Sardegna sud orientale, con 2 morti e notevoli danni materiali. In tale occasione a Uta si registrarono 376 mm di pioggia in otto ore e si manifestò anche allora la decisa localizzazione del fenomeno in un’area ristretta: le inondazioni che seguirono furono dovute in buona parte all’insufficienza della rete di drenaggio, che in alcuni tratti non riuscì a reggere l’onda di piena, in parte ai deflusssi superficiali dovuti alle intense precipitazioni non convogliati nei corsi d’acqua principali ma piuttosto nei rii minori e nei colatori laterali che corrono paralleli agli argini. Altri allagamenti furono inoltre dovuti alla presenza di costruzioni o ponti che impedirono alle acque di essere smaltite dalla rete di dreno principale ed a taluni tratti tombati di alcuni fiumi, per cui le acque non convogliate, si riversarono sul piano stradale che costituiva l’originale tracciato del corso d’acqua. Il 13 novembre 2005 e la notte del 25 settembre 2006 altri nubifragi si abbatterono su Cagliari e il suo hinterland: la frazione di Pirri fu duramente colpita e le acque invasero buona parte del centro abitato, superando il metro d’altezza. Ed infine, è nel ricordo di tutti l’ultima alluvione che si abbatté nella prima mattina del 22 ottobre 2008 nell’hinterland cagliaritano, con gravi allagamenti a Capoterra (Poggio dei Pini, Frutti D’oro II, Su Loi), Pirri e Monserrato. In territorio di Capoterra, tra Poggio dei Pini e Fruttidoro II, morirono annegate 4 persone e si ebbero allagamenti anche nelle campagne di Elmas e di Sestu dove ci fu un’altra vittima. I casi di alluvione sono piuttosto bene distribuiti nelle aree costiere dell’intero ter-
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ritorio isolano, da Bosa, sulla costa orientale, a Capoterra, nella Sardegna meridionale, e nella Sardegna orientale a Muravera, Tortolì e lungo le intere valli dei fiumi Cedrino e Posada. E alla fine del 2004 in tutta la Sardegna orientale si ebbero pioggie di notevole intensità che arivarono in Ogliastra a toccare i 500 mm nelle 24 ore, causando 2 morti e ingentissimi danni nei centri abitati, in particolare a Villagrande, che subì le conseguenze più drammatiche. Su 1055 casi di pericolosità, oltre la metà delle cause deve ascriversi a insufficienza della luce libera sotto i ponti per il 32%, e a scarsa manutenzione fluviale, per il 19%; seguono, quasi in egual misura, l’urbanizzazione in aree di pertinenza fluviale, l’insufficienza della sezione alveata o di adeguate opere di difesa. Complessivamente, pertanto, se si sommano le cause legate alla viabilità, all’urbanizzazione e alla scarsa manutenzione si può ben affermare che le cause di pericolosità idraulica sono indotte essenzialmente da fattori legati ad un non attento uso del territorio. Il Piano considera infine anche la pianificazione dei diversi tipi di interventi (mitigazione) nelle zone dove il rischio di inondazione risulti maggiore, e la attuazione delle misure di salvaguardia dove questo rischio potrebbe insorgere o aumentare (prevenzione), nonché gli interventi strutturali destinati a ridurre il valore della pericolosità in una data area o la vulnerabilità degli elementi a rischio, e costituiti da
opere trasversali (briglie, soglie), opere spondali (muri, scogliere, rivestimenti), rilevati arginali, opere di dreno (allontanamento acque meteoriche), e da programmi di manutenzione e adeguamento di infrastrutture (ponti e attraversamenti). Gianni Campus ha chiuso il ciclo delle relazioni con una rapida carrellata sulle caratteristiche del territorio di Cagliari, anche alla luce delle sue esperienze di Assessore all’Urbanistica del Comune. Egli ha messo bene in evidenza le forti tensioni sulle aree non ancora del tutto urbanizzate e ha descritto le difficoltà di garantire una loro vocazione naturale alle zone circostanti le zone umide degli stagni di Santa Gilla e di Molentargius, minacciata dall’alta richiesta di aree fabbricabili. Alla fine delle relazioni vi è stato un ampio dibattito, che ha dimostrato il grande interesse che l’iniziativa e gli oratori hanno suscitato. Alcune insegnanti di scienze presenti, che hanno collaborato seguendo i ragazzi dei licei nelle loro risposte al questionario, hanno auspicato che gli argomenti trattati siano esposti anche in convegni presso le scuole, perché possano esserne direttamente informati anche coloro che non hanno potuto essere presenti, e ad esse è stata garantita la disponibilità da parte della nostra presidente e degli oratori. Del convegno organizzato dal nostro RC è stata dato ampio resoconto nel telegiornale di RAI TRE in un servizio di Francesco Birocchi. ■
Angelo Aru, a 80 anni è l’agronomo dell’anno on questo titolo L’Unione Sarda pubblicava la notizia del conferimento al nostro carissimo socio Angelo del premio “Agronomo dell’anno”. Egli, già stimato docente di geopedologia nelle Università di Cagliari e Venezia, nel corso della sua vita, che gli auguriamo ancor lunga e serena, ha svolto e continua a svolgere tuttora, con grandissima cultura, incessante impegno, entusiasmo giovanile, splendida e ricca esperienza la sua attività professionale tesa alla salvaguardia dei suoli, operando in molti Paesi del mondo con costante successo. A lui, rotariano esemplare, le affettuose congratulazioni del Club.
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«Nunc est bibendum»
Il “Lamarmora” a Giacomo Tachis Angelo Aru assegnazione del premio Lamarmora ha comportato sempre una selezione di persone e di Istituzioni, tra quanti hanno contribuito allo sviluppo dell’isola, alla diffusione della cultura sarda, ricercatori e studiosi in diversi settori, al miglioramento delle condizioni economiche, etc.. Alla conoscenza dell’isola nel mondo, hanno contribuito, personalità non sarde e forse il più grande resta ancora lo stesso Lamarmora. Personaggi del mondo scientifico, come Siniscalco, Arrigoni e Seuffert, della storia dell’isola come John Day, Tangheroni, della lingua sarda e sua diffusione nel mondo come Max Leopold Wagner, Blasco Ferrer, Shigeaki Sugeta e Federigo Udina Martorel, dell’archeologia con Sabatino Moscati e Piero Bartoloni, della geografia antropica come Maurice Le Lannou etc. Il premio è andato a diverse istituzioni, come la Rockefeller Foundation (USA) per la lotta alla malaria, al World Wildlife Found Italia per la salvaguardia delle bellezze naturali. Il premio Lamarmora dell’anno rotariano in corso questa volta è stato conferito ad un illustre tecnico e studioso della enologia, che non solo ha contribuito alle creazioni di nuovi vini ed al miglioramento di altri ben conosciuti, ma ha anche contribuito alla diffusione in Europa e nel mondo dei risultati del suo lavoro: vini di eccellenza ed immagine della Sardegna. La produzione vinicola sarda, pure dotata di buone caratteristiche, ha sempre avuto, come prodotti di esportazione, un’importanza come vini da taglio, per il miglioramento dei vini italiani e francesi.
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Giacomo Tachis conosceva bene da tempo, l’importanza dei vini della Sardegna e li utilizzava per i tagli di vini toscani ed in particolare per quelli della Casa Antinori. Il valore di Tachis consiste, attraverso studi accurati, nella valutazione dell’evoluzione del prodotto in diversi ambienti pedoclimatici, determinante per la biodiversità anche in agricoltura. Egli infatti sostiene che questi prodotti sono figli del paesaggio naturale e si diversificano ogni qualvolta si modificano le condizioni naturali. Giacomo Tachis, come i grandi enologi, non è un alchimista, bensì un profondo conoscitore della natura. L’uomo deve essere capace di interpretare la natura, gestirla con esperienza e capacità per raggiungere risultati brillanti. Egli cura vini fra i più rinomati d’Italia come il Sassicaia ed il Tiquanello in Toscana, costruisce grandi vini come il Terra Brune, Rocca Ruia, il Cala Silente della cantina sociale di Santadi, ed il Turriga, Korem, Angialis, etc. della cantina di proprietà dei fratelli Argiolas. Essendo un maestro ha lasciato degli ottimi allievi, che certamente continueranno su questa strada e che a loro volta formeranno altri allievi per continuare e migliorare la strada tracciata da Giacomo Tachis, con Antonello Pilloni, presidente della cantina sociale di Santadi ed i fratelli Franco e Giuseppe Argiolas. Ma è tutta la regione Sardegna che riconosce o deve riconoscere il lavoro ed i risultati ottimali di Giacomo Tachis, esprimendo anche grande stima e riconoscenza, per aver tracciato una strada importante per lo sviluppo della Sardegna. ■
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Rotariani in libreria
Sardegna e malaria di Ugo Carcassi Salvatore Fozzi con molto piacere che mi accingo a recensire il volume Sardegna e malaria. Un nuovo approccio ad un antico malanno magistralmente coordinato e curato, oltre che per i testi anche nell’impostazione grafica, dal nostro socio Ugo Carcassi che ha scritto tutta l’interessantissima parte storica. Il volume pubblicato dall’editore Carlo Delfino, con il supporto finanziario della Fondazione del Banco di Sardegna, si avvale della collaborazione di diversi ed illustri specialisti delle Università di Cagliari e di Sassari ed in particolare del contributo della prof.ssa Ida Mura professore ordinario di Igiene presso la Facoltà di Medicina dell’Università di Sassari, coautrice assieme al prof. Carcassi del volume. Il libro, di grande formato con 265 pagine, è rilegato e con sovraccoperta a colori, stampato su carta patinata lucida, contiene numerose illustrazioni, prevalentemente a colori, ed è corredato da numerose bibliografie che lo completano e per il quale auspichiamo una larga diffusione nonché la presenza in tutte le biblioteche pubbliche della Sardegna. L’opera, della quale si possono dare una serie di chiavi di lettura che contribuiscono tutte ad una nuova interpretazione e riscrittura della storia di Cagliari e della Sardegna e nella quale viene analizzato nei suoi vari aspetti questo flagello millenario legato al morbo che tanti morti e tanta sofferenza ha causato alle popolazioni della nostra isola. Nella prima parte vengono sviluppati gli argomenti inerenti la storia della malattia: il suo manifestarsi fin dall’antichità e la lotta condotta in Sardegna dapprima con le bonifiche idrauliche e poi
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chimicamente con il DDT. Ampio spazio è stato dato alle modalità di trasmissione e incubazione della malaria, alle forme cliniche, nonché alla diagnosi ed alle terapie. Risulta infine di particolare interesse l’ultima parte, in cui si esamina la correlazione tra la scomparsa della malaria e l’accentuarsi nell’isola di malattie quali la sclerosi multipla, il diabete mellito tipo I, la tiroidite autoimmune, la celiachia e la spondilite anchilosante, che in Sardegna, come opportunamente sottolinea Ugo Carcassi nelle sue importanti considerazioni conclusive, “hanno raggiunto frequenze fra le più alte del mondo e mostrano una tendenza ad aumentare ulteriormente”. Una ricerca completa, dunque, e molto rigorosa dal punto di vista scientifico, leggibilissima anche dai non addetti ai lavori e sapientemente coordinata dall’amico Ugo, i cui risultati costituiscono certamente un fondamentale punto di riferimento per gli studiosi e per il progredire della ricerca, non solo in Sardegna ma anche a livello internazionale. Il professor Alessandro Maida, magnifico rettore della Università di Sassari nel momento della pubblicazione del volume, ripercorre nella sua ampia presentazione quanto hanno scritto sull’argomento studiosi e viaggiatori come il grande geografo Maurice Le Lannou e lo scrittore-viaggiatore D.H.R. Lawrence, che nelle loro importanti opere “Pastori e contadini di Sardegna” e “Mare e Sardegna” individuano e descrivono il ruolo determinante che la malattia aveva svolto nelle vicende storiche e nei comportamenti sociali delle nostre popolazioni. ■
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Culto e arte nei secoli
Fede e solennità nell’architettura religiosa Michele Pintus Le prime comunità cristiane usano riun titolo un po’ strano quanto meno nel contrasto tra i due sostantivi “fede” e nirsi nelle proprie case, in un contesto fra“solennità” che esprimono concetti terno che è poi quello instaurato da Gesù immateriali strettamente connessi con gli stesso con i discepoli, un contesto consapeaspetti religiosi, e “architettura” più diretta- vole di una sacralità nuova, non vincolata a mente legato alla realtà con l’arte del forma- un luogo fisico, ma ad un legame tra uomire, attraverso mezzi tecnico-costruttivi, spa- ni e donne che hanno aderito ad un annuncio di salvezza. È rivezi fruibili, edifici, come latore, in questo senquello religioso anche. so, il termine “chiesa” In realtà il primo (dal greco ecclesia: aspensiero è stato quello semblea), usato per di scrivere qualcosa identificare la comusull’architettura delle nità riunita nella fede, chiese di Cagliari. indipendentemente È proprio la riflesdall’ambiente in cui sione sulle chiese di questa si ritrova. Cagliari e il ricordo Nella mia espedelle mie esperienze rienza a “is Bingias”, professionali sul tema la comunità si riunichiese che mi ha porsce in una casa privatato a questo titolo. Roma, basilica di Massenzio (306-312 d.C.) ta, quella di un parAlla fine degli anni Settanta il compianto Monsignor Gesuino rocchiano (evidentemente disponibile) per Prost, collega e amico dalla fine degli anni espletare le attività pastorali. Ecclesiae domesticae sono chiamate Sessanta nei nostri primi anni di insegnamento al Liceo Artistico di Cagliari, viene queste case private dei primi cristiani; in nominato parroco di un nuovo e popoloso esse gli incontri si svolgono sotto la responquartiere di Cagliari, “is Bingias” a Pirri, sabilità del proprietario, il cui nome è indiche non ha ancora l’edifico chiesa, vera- cato nel titulus, altro modo di indicare il mente non ha alcun edificio da poter utiliz- luogo delle riunioni religiose, il titulus è la tabella con il nome del proprietario esposta zare per il suo nuovo incarico. Ecco è questo ricordo che ha determina- all’esterno dell’edificio. Il proprietario delto il titolo di questo articolo: il ricordo di la domus ha l’obbligo di far sì che non avaver vissuto in qualche modo il percorso vengano disordini e che non sia arrecato dei cristiani prima dell’Editto di Costanti- disturbo alcuno alla quiete pubblica. La no, già in periodo di tolleranza, senza per- ecclesia domestica è quindi un edificio mosecuzioni, quando l’edificio ecclesiastico desto, una delle tante abitazioni, priva di come lo intendiamo noi non si è ancora svi- qualunque carattere distintivo e senza alcuna uniformità tipologica. luppato.
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Spaccato assonometrico di Santa Sofia, Costantinopoli (522-537 d.C.)
In questo momento quindi come quello vissuto da me, sono presenti fede, come intima convinzione e unità nel credere, e solennità nella celebrazione dei riti religiosi, ripetuti secondo precisi cerimoniali, celebrazione caratterizzata dalla preghiera, dal canto, dalla partecipazione corale, dalla presenza dei ministri e di Gesù stesso «dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» ci racconta Matteo (Mt 18, 22). Non è necessaria alcuna specifica architettura, ma solo uno spazio sicuro, una parte qualunque, in relazione alle disponibilità, di una semplice casa di abitazione appunto. Una prima svolta verso la nascita d’una struttura edilizia più complessa si ha a partire dal III secolo, quando la comunità cristiana si è notevolmente ingrandita e strutturata grazie ad un preciso ordinamento gerarchico riconosciuto dalle autorità e alla costituzione di un patrimonio comunitario. Cominciano così ad attuarsi le condizioni perché i luoghi di culto diventino stabili e di proprietà della comunità. La ecclesia domestica si trasforma così nella domus ecclesia. Una di queste ancora relativamente conservata e riconoscibile nelle sue varie parti la troviamo negli estremi confini orientali dell’Impero romano, a Dura Europos, città carovaniera presso l’Eufrate. Molte domus ecclesiae, come i titula romani sono stati incorporati nella successiva edificazione di chiese. L’edificio di Dura Europos ha le forme usuali di una abitazione romana a due piani, con peristilio; il piano superiore è destinato agli alloggi, il piano terreno al culto cristiano. La sala più ampia, che conserva tracce di una pedana e di sedili, è utilizzata per la celebrazione eucaristica; quella adiacente è probabilmente destinata ai catecumeni, coloro che si preparano a ricevere il battesimo e che quindi non sono ancora am-
messi all’Eucaristia. Questa saletta comunica con un locale più piccolo, lungo e stretto con tracce di una vasca in mattoni addossata alla parete di fondo sotto un baldacchino retto da due colonne. È il battistero, cioè l’ambiente riservato alla celebrazione del battesimo, che consiste nell’immersione del candidato in acqua benedetta, a significare l’innesto in Cristo e la conseguente purificazione dal peccato originale. La stabilizzazione del luogo di culto provoca anche un mutamento di significato nel termine greco ecclesia che ora non designa più solo la comunità dei fedeli, ma anche il luogo in cui la comunità si riunisce, la casa di Dio, quindi un santuario, un luogo di preghiera. Questa graduale trasformazione pone alcuni dei presupposti per la nascita della basilica cristiana. La Basilica di Massenzio può essere un modello di riferimento. Realizzata da Massenzio, successore di Diocleziano, nel suo breve regno dal 306 al 312 quando riporta la capitale a Roma, la basilica viene completata da Costantino che in parte ne muta anche l’impostazione. È costituita da un’ampia sala centrale ricoperta da tre volte a crociera sostenute da otto pilastri sui quali poggiano colonne di marmo, l’unica superstite è collocata nella piazza di Santa Maria Maggiore a Roma. L’edificio è chiuso da una enorme abside in asse con l’ingresso che è ricavato nel lato lungo. L’edificio basilicale romano, nella invenzione o rielaborazione cristiana, subisce trasformazioni sostanziali, non solo funzionali ma anche estetiche.
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La percorrenza diviene prevalentemente longitudinale, con lo spostamento dell’ingresso principale su di un lato corto e la localizzazione dell’altare sul lato opposto, spesso dotato di abside. Tra la navata, che è il vano centrale principale della basilica, e l’altare (il cui spazio circostante viene denominato presbiterio) spesso viene posta una navata minore trasversale, chiamata transetto, che rende la pianta dell’edificio simile ad una croce. Anche nell’alzato si hanno delle modifiche sostanziali. Viene limitata la profusione di marmi e decori tipici dell’architettura romana imperiale, e al posto della copertura a crociera della navata centrale si preferisce la copertura con capriate lignee, che dà all’edificio un aspetto meno sontuoso. Spesso le pareti vengono ricoperte da cicli di mosaici o affreschi, che smaterializzano lo spazio, coerentemente con la visione ascetica del primo cristianesimo. Costantino, come sappiamo favorisce la diffusione del cristianesimo e realizza egli stesso le prime basiliche cristiane: le basiliche patriarcali di Roma (S. Giovanni in Laterano, S. Pietro in Vaticano, S. Paolo fuori le mura), le basiliche di Gerusalemme, Santo Sepolcro e la Natività a Betlemme, e Santa Sofia di Costantinopoli. Il nuovo edificio cristiano, la basilica, va così a spezzare la tradizione edilizia servita (e che ancora continua a servire) per il culto cristiano in tutto l’impero, quella delle domus ecclesiae. Un altro edificio cristiano che ha origine in quest’epoca è il battistero. Anche in questo caso il riferimento è un edificio romano “profano”, l’edificio a pianta centrale (circolare o poligonale) delle terme romane, contenente le vasche per l’acqua. È evidente la connessione di tipo funzionale; il rito del battesimo avviene infatti per immersione e l’architettura termale, opportunamente rielaborata, si presta ad essere reinterpretata per questo scopo. La basilica cristiana come quella di San Pietro in Vaticano, che vediamo nell’immagine, è pensata in dimensioni gigantesche per accogliere il continuo affluire dei pelle-
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Roma, basilica di san Pietro, veduta dell’interno da Tiberio Alfarano.
grini alla tomba di Pietro, in questo caso, il primo fra gli Apostoli. La pianta della chiesa è a croce commissa, cioè il transetto è posizionato in modo da chiudere la testata delle navate; abbiamo diverse tipologie di piante a seconda della posizione del transetto; a croce latina, tipica dell’architettura paleocristiana, il transetto attraversa le navate che proseguono fino all’altare; a croce greca, diffusa nel periodo bizantino, navata e transetto si intersecano nella mezzeria, e a pianta centrale, come il battistero. L’edificio è preceduto da un vasto atrio quadriportico, il nartece, con al centro una vasca per le abluzioni, dove cioè i fedeli possono purificarsi, almeno esteriormente, e con questo gesto rammentare il proprio battesimo. È un edificio a cinque navate, la navata principale è conclusa da un imponente arco trionfale che immette nel transetto, cui si accede anche dalle navate minori laterali. Al centro della parete di fondo si apre l’abside, che viene a trovarsi esattamente sopra la tomba di San Pietro. È chiaramente leggibile la tensione longitudinale, accentuata e ritmata dal succedersi delle colonne, di questa sequenza di spazi architettonici, che portano alla zona presbiterale, all’altare, come a significare il cammino dell’uomo attraverso il tempo e la storia verso Cristo, presente nell’Eucaristia celebrata sull’altare.
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Nel 330 Costantino trasferisce la capitale a Bisanzio. L’architettura sacra bizantina è la rielaborazione delle due tipologie della basilica e del battistero. Si sviluppa infatti anche la chiesa a pianta a croce greca e a pianta centrale, spesso edificata in onore di un martire. Per necessaria sintesi, come unico esempio ho riportato la Chiesa di Santa Sofia, costruita di dimensioni gigantesche sul luogo della precedente basilica voluta da Costantino e successivamente distrutta nell’incendio appiccato in occasione di una insurrezione popolare nel 532; viene realizzata in soli cinque anni dal 532 al 537 combinando un involucro murario esterno quadrilatero con abside sporgente e doppio nartece che precede l’ingresso, con un grandioso vano centrale anch’esso quadrato, ma allungato nell’asse abside-nartece; i vertici del quadrato sono costituiti da quattro giganteschi pilastri, caratteristici nelle chiese bizantine, in pietra; su questi si impostano quattro enormi archi a tutto sesto (il centro dell’arco sta sulla linea di imposta dell’arco stesso), questi archi a loro volta sorreggono la cupola tramite pennacchi, queste superfici triangolari concave che consentono il passaggio dal quadrato della pianta al cerchio di imposta della cupola. La cupola è un elemento di grande importanza negli sviluppi futuri dell’architettura religiosa, non solo per le chiese cristiane ma anche per le moschee ottomane. È evidente in questa immagine il senso di leggerezza della cupola, un corpo di circa 30 metri di diametro prodigiosamente senza peso, notevolmente aperto nella sua imposta da una corona di finestre. Ho voluto inserire la cupola del Pantheon, oltre 40 metri di diametro che al contrario gravano totalmente sulla muratura perimetrale sottostante in modo alquanto ardito soprattutto se pensiamo alle tecniche costruttive del passato e al passaggio dal sistema architravato del tempio greco a quello voltato, qui sapientemente messo a punto dalla tecnologia dei romani. Più di quattro secoli intercorrono tra la realizzazione di queste due cupole, un tem-
po enorme segnato dalla grande evoluzione delle tecniche costruttive e strutturali, ma non rilevanti sotto gli aspetti monumentali e suggestivi che entrambi riescono a trasmettere. Il Medioevo è un periodo di grande sviluppo per l’architettura ecclesiastica. Le chiese non sono di grandi dimensioni; i modelli planimetrici sono quelli già codificati nel tardo antico, ma si registrano significative varianti locali. Nelle città, soprattutto dopo l’anno Mille, in età romanica, assumono grande importanza le cattedrali, cioè le chiese in cui ha sede il vescovo, la cattedra. Anche le abbazie e i monasteri conoscono un grande sviluppo. Fra questi il monastero più importante nell’Europa medievale è certamente il monastero di Cluny, in Borgogna, l’edificio ecclesiastico di maggiori dimensioni dell’epoca. La Cattedrale di Pisa è un edificio basilicale a croce latina, ha cinque navate nel corpo di fabbrica principale e tre nel transetto; navata centrale e transetto sono provvisti di abside. L’incrocio, rettangolare, tra la navata principale e il transetto è coperto da una cupola ellissoidale. La facciata ha complessivamente un profilo a salienti: sopra le arcate cieche del primo livello si aprono quattro ordini di leggere loggette su colonnine, di dimensioni degradanti in rapporto all’andamento degli spioventi del tetto. Il Battistero è un edificio a pianta circolare a doppio involucro, racchiuso come la cattedrale da un giro di arcate cieche cui è sovrapposta una loggetta, che corre lungo tutto il perimetro. Un altro edificio romanico che mi piace ricordare è la Basilica di Sant’Ambrogio a Milano. Dell’originario edificio paleocristiano rimane il vasto quadriportico coperto da volte a crociera che scaricano sulla muratura perimetrale cieca e su pilastri a fascio in pietra. Nel XII secolo l’architettura ecclesiastica subisce un’importante trasformazione ed accelerazione, con la costruzione del primo edificio gotico, l’Abbazia di SaintDenis vicino Parigi. Progressivamente,
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Roma, chiesa del Gesù, 1568-1584.
l’architettura gotica diventa il linguaggio comune a quasi tutta l’Europa occidentale. Fra le innovazioni di questo nuovo modo di concepire l’edificio sacro vi è il grande sviluppo della parte orientale della chiesa, con il deambulatorio attorno al presbiterio e al coro, l’uso della volta a crociera e dell’arco acuto negli alzati, che insieme danno slancio e coerenza formale a tutto l’edificio. Di fondamentale importanza per il passaggio al Gotico “classico” è la Cattedrale di Laon, ricostruita su una precedente chiesa romanica, provvista di coro e deambulatorio. La pianta è a croce con transetto molto ridotto rispetto al corpo principale della chiesa, a tre navate, queste ampliano lo spazio oltre l’abside romanica semicircolare, e terminano in un coro piatto con rosone e vetrate. La chiesa gotica, nelle sue caratteristiche generali, presenta una struttura “a scheletro”, non più caratterizzata da muratura piena, ora sono le nervature che disegnano con forte accentuazione verticale le struttu-
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re portanti, evidenziando quindi le strutture portate, che sono alleggerite di peso, svuotate e occupate da grandi vetrate. L’elemento più tipico è l’arco acuto che consente, rispetto a quello a tutto sesto dell’architettura romanica, una maggiore stabilità costruttiva delle volte. Il peso delle volte viene scaricato a terra dai costoloni, una sorta di nervature che si raccolgono a fascio per formare i pilastri, il peso delle volte è controbilanciato all’esterno da archi rampanti e contrafforti, caratteristici di tutta l’architettura gotica Le cattedrali gotiche si diffondono in Francia, in Inghilterra e Germania con una sempre maggiore complessità e una dimensione sempre più gigantesca, con sviluppo soprattutto in verticale, che accentua notevolmente la tensione verso l’alto, talvolta anche eccessivo, si avverte un senso di sopraffazione, di travolgente trasporto in un vortice ascensionale che disorienta. In Italia non si arriva a forme esasperate, ricordiamo eccezionali esempi di architettura gotica in Italia, come il Duomo di Orvieto, il Duomo di Siena e il Duomo di Milano, (iniziato nel 1386) che ci porta già alla fine del Quattrocento. Nel periodo gotico si sviluppano anche le chiese degli ordini mendicanti, dotate, diversamente dalle cattedrali e dalle chiese collegiate, di ampie navate, coro ridotto e decorazione semplificata, funzionali all’attività di predicazione svolta dagli ordini religiosi. Ricordo una per tutte, la basilica di S. Francesco ad Assisi, iniziata nel 1228. Arriviamo al Rinascimento. In questo periodo nasce e si sviluppa un sistema grafico in grado di rappresentare su un piano (bidimensionale) la tridimensionalità degli oggetti e la loro posizione nello spazio, la prospettiva, che rivoluziona non poco il mondo dell’arte, pensiamo alla pittura, ma anche nell’architettura si modificano i contenuti progettuali; nel rinascimento si ha un approccio nuovo all’antico, che viene indagato con la precisa volontà di ritrovarne lo spirito mediante l’approfondimento dei testi di architettura antichi, come il De Architettura di Vitruvio (I sec. a.C.); si studiano le proporzioni, si ha in generale una nuova attenzione per l’uomo. Leon Battista Alberti, architetto, grande umanista è tra i primi grandi teorici del Rinascimento. Una sua opera, la chiesa di Sant’Andrea a Mantova, è ispirata al modello del tempio etrusco descritto da Vitruvio, identificato nella Basilica di Massenzio; una chiesa con pianta a croce latina, con navata unica, sulla quale si affacciano tre cappelle per lato, coperti da volte a botte a lacunari.
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Interno della cupola del Pantheon (126 d.C. ca)
La maestosa facciata, ispirata a un arco di trionfo romano a un solo fornice affiancato da setti murari, rigorosamente modulata sul quadrato; l’ampio fornice centrale viene ripreso dall’arco sovrapposto al frontone, che permette l’illuminazione della navata. Chiudiamo questo ricco e affascinante periodo dell’architettura con la grande cupola di Michelangelo per la Basilica di San Pietro; ideata e progettata da Michelangelo, viene realizzata da Giacomo della Porta e Domenico Fontana, dopo la morte di Michelangelo (18 febbraio 1564). L’antica basilica costantiniana di San Pietro viene demolita per fare posto ad un edificio a pianta centrale con una meravigliosa cupola, maggiore di quella del Pantheon, dal pavimento alla sommità della croce sono circa 140 metri, quasi un edificio da 50 piani! Però che leggerezza, che tensione verso l’alto, raffinata, scandita dalle aggettanti colonne binate del tamburo e dai corrispondenti costoloni della cupola, che si chiudono sulla lanterna. L’architettura ecclesiastica del Rinascimento va incontro ad una crisi in seguito agli sconvolgimenti che subisce la chiesa con la riforma protestante. A Roma la Chiesa del Gesù, progettata da Vignola (Jacopo Barozzi, 1507-1573) bene si adatta alle rinnovate esigenze liturgiche che fanno dell’altare, lievemente sopraelevato al termine di una lunga navata, il fulcro della funzione religiosa e che mirano a sotto-
lineare la distanza tra il sacerdote e i fedeli, secondo una tendenza che conforma in questi anni quasi tutti i luoghi di culto. Vignola progetta anche la facciata, ma in sede esecutiva viene preferito il progetto dell’architetto genovese Giacomo della Porta, che propone una struttura semplice, ripartita su due ordini raccordati da volute angolari e culminanti in un frontone a timpano triangolare. Questo modello si diffonde in tutta Europa e diventa praticamente il linguaggio ufficiale del cattolicesimo. Nel corso del XVII secolo con il barocco l’architettura sacra diventa l’occasione di spregiudicate sperimentazioni architettoniche, ed il linguaggio classicista del Rinascimento viene reinterpretato con fantasia e vigore, applicando all’architettura forme geometriche, come ellissi e concavità-convessità, secondo una concezione dinamica e teatrale dello spazio. Sono queste le caratteristiche principali della Chiesa di Sant’Andrea al Quirinale di Gian Lorenzo Bernini. L’interno è scandito da piccole cappelle articolate intorno alla pala principale con il martirio del Santo, sormontata dalla statua dello stesso che ascende al cielo, illuminata da una fonte luminosa non immediatamente percepibile dai fedeli. Il motivo circolare dell’interno si ripete negli apparati decorativi della facciata. Nello stesso periodo Francesco Borromini (1599-1667), inizia a Roma una intensa collaborazione con il Bernini, ma sono due caratteri completamente diversi e ben presto il loro rapporto si inasprisce e si interrompe bruscamente. Il primo incarico di lavoro autonomo del Borromini è la ricostruzione del convento e della chiesa dell’Ordine dei Trinitari, intitolata a San Carlo alle Quattro Fontane, detta San Carlino per le esigue dimensioni della Chiesa. Borromini dilata lo spazio ellittico allungando l’ellissi, che già implica il movimento, secondo l’asse ingresso-altare, modula le pareti che contengono le nicchie con movimenti concavi e convessi, che accentuano la vibrazione dello spazio e la tensione verso l’altare. Nella cupola ovale Borromini mette a punto una decorazione modulare forte-
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mente articolata e degradante verso il centro, un prodigioso effetto prospettico che contribuisce a dilatare il piccolo spazio. La facciata viene costruita trent’anni dopo la chiesa, a partire dal 1665 ed è l’ultima opera di Borromini. Nella Cappella annessa all’università romana La Sapienza, il Borromini esprime tutta la sua genialità ottenendo risultati fortemente suggestivi. La pianta è composta da una stella a sei punte, alternativamente concave e convesse, che si sviluppa per tutta l’altezza della chiesetta, restringendosi fino alla lanterna. La cupola ripete gli spigoli, le rientranze e le sporgenze della pianta, senza esasperazione ma anzi con suggestiva astrazione. La lanterna culmina in un altissimo coronamento a spirale. Analoga suggestione esprime l’opera di Guarino Guarini (architetto e sacerdote) sia nella spazialità interna che nella elaborazione esterna della cupola della Sacra Sindone a Torino Il motivo ad intreccio, basato su accurate relazioni geometriche, conferisce all’insieme una particolare sacralità, che non può essere giustificata, a mio avviso, solo dalla capacità tecnica e dalla genialità dell’artista. Sono le stesse considerazioni che faccio quando ammiro la grande opera di Antonio Gaudì, la Sagrada Familia. Qui c’è ben altro che tecnica: l’architettura sublima al sacro, la materia è come plasmata da una volontà soprannaturale, certo c’è la genialità di un grande artista, ma a me pare anche di più, intravedo una capacità superiore che non può essere disgiunta dalla fede, da sentimenti forti che l’artista esprime con tutta la solennità possibile. Qui fede solennità e architettura sono un tutt’uno, mirabilmente espressi dal profondo credo religioso dell’artista. Dalla pianta si desumono chiaramente tre facciate orientate a Est, Sud e Ovest: facciata della natività quella a Est, della Gloria quella a Sud e della Passione quella a Ovest. A Nord c’è l’abside che contiene sette cappelle con deambulatorio. Ciascuna facciata è composta da ampi portici che a loro volta sono affiancati da quattro torri
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disposte a due a due per lasciare uno spazio cuneiforme, destinato alla collocazione di un elemento scultoreo: l’altezza di queste torri o campanili è di 100 metri. Gaudì muore nel 1926, investito da un tram: viene sotterrato nella cripta della chiesa. La chiesa, quando Gaudì muore, è in costruzione, stanno per essere ultimate le quattro torri della facciata della Natività, lavori che i suoi collaboratori completano in breve tempo, immediatamente dopo la costruzione della chiesa si interrompe. I lavori riprendono dopo la guerra civile, nel 1939 e, come sappiamo sono ancora in corso, non credo sia possibile programmare una data di ultimazione, sia per i grandi costi che oggi la realizzazione di quest’opera comporta, ma anche per la difficoltà, nonostante le sofisticate tecnologie di oggi, di interpretare un progetto, strettamente legato all’attivo e costante impegno di Gaudì, che con la sua presenza continua e la preventiva realizzazione dei modellini di ciascun dettaglio ne garantisce l’esecutività, Gaudì passa questa parte della sua vita nel cantiere della Sagrada Familia. Nella Cappella di Ronchamp di Le Corbusier pare di essere fuori da ogni regola, ma no, c’è tutto, è tutto funzionale, c’è l’aula, non molto grande, ci sono le cappelle laterali, un po’ strane, sono delle torri robuste che emergono al di sopra della copertura della navata e si concludono in forma di periscopio che cattura la luce solare e la proietta all’interno, sugli altari; il coro è esterno per le messe celebrate di fronte alla folla di pellegrini. Nel 1950 il progetto è approvato dalla Commissione per l’Arte Sacra con alcune modifiche; la cappella viene inaugurata nel 1955. Anche nella grande chiesa di San Pio di Renzo Piano credo sia facile cogliere un fascino misterioso e sacro. Il grande sagrato e la chiesa si fondono creando uno spazio liturgico unico per le grandi occasioni, uno spazio esterno-interno enorme che non intimorisce i fedeli ma li invita ad accostarsi coinvolgendoli. Non c’è una facciata monumentale, ma semplicemente un fronte
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d’accesso vetrato. La realizzazione di questo grande spazio religioso è certamente resa possibile dalle moderne tecnologie, che hanno consentito di plasmare il materiale più antico in assoluto come la pietra, riuscendo ad ottenere strutture al limite del possibile. La campata principale di oltre cinquanta metri è il più lungo arco portante in pietra mai realizzato, e non è il gusto del record. Ho voluto inserire il mio primo impegno professionale per un luogo sacro unicamente per provare a trasmettervi atteggiamento ed emozioni nell’affrontare il progetto di un edificio religioso. Appena laureato ho svolto il mio praticantato nello studio di un collega più anziano, primo incarico: progetto di una nuova chiesa e delle relative opere parrocchiali. Vi lascio immaginare il mio stato d’animo: panico per diversi giorni, foglio bianco sul quale non sono in grado e non oso tracciare alcun segno. Non so niente, non ricordo più niente dell’argomento, è da bambino, dalla prima media in un istituto di gesuiti, che non ho contatti seri con la chiesa. Lascio il foglio bianco sul tavolo da disegno e comincio col visitare intanto le chiese di Cagliari e così di qualsiasi altra città nelle quali mi capita di andare, assisto alle funzioni religiose, mi informo, leggo e rileggo testi ai quali non avevo dato importanza a suo tempo, partecipo a diversi convegni sul tema che si svolgono in Italia e solo dopo, avendo acquisito almeno i contenuti funzionali, riesco a dare inizio al mio progetto, a tracciare i primi segni su quel foglio bianco per fissare i bozzetti delle idee che mi vengono in mente. Dopo vari tentativi, analisi, verifiche, mi pare di aver trovato una soluzione accettabile, che almeno rispetta le direttive emanate dal Vaticano. È un edificio a pianta centrale con un’unica ampia sala. La copertura è sorretta da 12 pilastri circolari disposti in modo da non impedire la visuale dei fedeli verso l’altare e creare una sorta di deambulatorio con le pareti perimetrali dell’edificio. L’interno è costituito da un’unica ampia aula che raccoglie i fedeli intorno all’altare.
Concludo completando il racconto con cui ho iniziato. Ricordate il parroco Gesuino Prost non ha una chiesa, la comunità religiosa di Is Bingias a Pirri si riunisce nella casa di un parrocchiano per tutte le funzioni religiose. Io non sono un parrocchiano, ma amico di Don Gesuino e del proprietario della casa. Il locale è al piano scantinato, vi si accede da una rampa carrabile e si apre nel sottostante giardino. Qui il parroco svolge tutte le funzioni religiose per alcuni anni. Finalmente l’Amministrazione comunale di Cagliari, non so se in conseguenza delle insistenze di Don Gesuino o del proprietario della casa che forse non ne può più, offre un capannone prefabbricato 12 metri di larghezza per 25 metri di lunghezza, oppure l’equivalente in danaro per la realizzazione di qualcosa di simile: 100 milioni di lire. Siamo nel 1977, non è una grande cifra, ma il parroco è felice, «va bene anche il capannone» mi dice guardandomi, e capisco che cosa vuol dire: c’è il terreno e la Provvidenza. Questa si materializza ben presto con il mio progetto e l’opera, anch’essa assolutamente gratuita, di un amico imprenditore, molto religioso: si devono acquistare solo i materiali e per questo la somma messa a disposizione dal Comune è appena sufficiente: il capannone assume l’aspetto di un complesso parrocchiale, molto semplice, ma completo anche delle opere annesse. Nel 1978 Don Gesuino Prost, parroco di Is Bingias ha la sua chiesa che viene inaugurata dal vescovo Monsignor Bonfiglioli, con una solenne funzione religiosa, molto suggestiva e commovente. Quest’articolo è la sintesi della conversazione che ho tenuto a Cagliari il dieci marzo scorso per i “Convegni di Cultura Maria Cristina di Savoia – Diocesi di Cagliari” su cortese e gradito invito della Presidente Maria Rosaria Giua Corona, che ringrazio sentitamente per averne autorizzato la pubblicazione nella nostra rivista. ■
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Cliccando su internet
Scopri il Rotary e gli strumenti informatici Michele Rossetti l Rotary International, forse per la sua origine statunitense, ha sempre avuto una grande attenzione per l’utilizzo dell’informatica, allo scopo di migliorare l’efficienza dei Club e della propria organizzazione. Il sito www.rotary.org, attivo dagli anni ’90, è stato ed è sempre più uno strumento di grande utilità per la vita del Rotary, con una duplice funzione: da un lato fornire tutte le informazioni necessarie e utili, sia ai Club, sia ai singoli rotariani, dall’altro essere un mezzo di comunicazione efficace verso il mondo esterno, per diffondere la propria attività e promuoverne la conoscenza. Un altro esempio di attenzione del R.I. nei confronti degli strumenti informatici è stato, in passato, l’acquisto e la messa a disposizione dei Club del programma “Clubmate”, un applicativo per la gestione informatizzata dei Club, oggi non più supportato. È poi da sottolineare la creazione sperimentale, fin dal 2004, degli “e-club”, Rotary Club basati sul web, i cui soci si “riuniscono” settimanalmente via Internet, potendo così partecipare indipendentemente dalla presenza fisica in sede e consentendo una più vasta partecipazione di “rotariani in visita”. Oggi il Rotary International è dotato di un proprio canale su YouTube, ed è presente sui social network quali Facebook, Twitter e Linkedin, per una comunicazione sempre più efficace. Anche il nostro Club, nel suo piccolo, non è stato da meno e, fin dal 1999, è presente in Internet all’indirizzo www.rotarycagliari.org. Il sito web, voluto dal PDG Lucio Artizzu nel suo anno di presidenza del Club, è stato, dopo dieci anni di attività, totalmente rinnovato, sì da essere uno strumento ancor più valido ed al passo coi tempi.
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Il sito è basato su un CMS, sistema per la gestione dei contenuti, appositamente realizzato per il Club. Questo consente un facile e veloce aggiornamento dei contenuti, permettendo la pubblicazione di notizie, comunicati e informazioni da parte di una pluralità di soggetti, anche privi di particolari conoscenze informatiche. Www.rotarycagliari.org può quindi integrarsi con la rivista anche sul piano della qualità dei contenuti. Il primo infatti consente una frequenza ed una velocità di pubblicazione impossibili per la seconda, richiedendo come contropartita dei contenuti più asciutti e stringati, a differenza della rivista, più consona all’approfondimento. In questo senso è fondamentale la disponibilità dei soci a contribuire all’arricchimento del sito web, con notizie e brevi pezzi. Il sito è poi sempre più strutturato per facilitare la gestione del Club. Nell’area riservata al segretario è possibile non solo inviare automaticamente le email a tutti i soci, ma anche avere a disposizione in tempo reale tutti i dati e le statistiche relativi ai soci del Club, in particolare quelli richiesti dal R.I. e dal Distretto. Da ultimo, per le persone mosse da curiosità intellettuale, quali sono i rotariani, la Rete può rivelarsi una miniera di stimoli e di idee, utili per arricchire il proprio impegno a favore del Rotary. È facile trovare infatti, navigando, oltre a siti di club in grado di suggerire nuove iniziative ed attività, veri e propri network rotariani dedicati ad esempio alle fellowship, o ad attività di rilevanza sociale. La parola d’ordine è quindi: esplorare. ■
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Ugo Carcassi parla del prof. Aresu
Una serata da fuoriclasse Maria Grazia Vescuso a serata si preannunciava interessante: il prof Carcassi avrebbe parlato di uno dei soci fondatori del club Cagliari, il prof. Aresu. L’indicazione di mio marito, che caldeggiava la mia partecipazione, poteva sembrare generica, ma era stata sufficiente per far scattare in me la curiosità di ascoltare le vicende di questo illustre personaggio e soprattutto di sapere in che modo fosse stata ideata una costruzione come la clinica Aresu, che ai miei occhi era sempre sembrata sproporzionata rispetto al luogo dove sorgeva e per questo di difficile attuazione per l’imponenza della mole. Inoltre il conferenziere era tra i più qualificati tra quelli che avevo ascoltato, quindi alle ore 20,00 ero pronta per la serata. Tutto nella sala del Mediterraneo si svolgeva con la prassi consolidata della serata rotariana: garbata presentazione della Presidente, che con la sua femminilità aggiunge un tocco di grazia ai nostri incontri, saluti, auguri,ed altre cose piacevoli che rafforzano i legami di amicizia. Solo che, forse, per la quantità di annunci e presentazioni varie l’introduzione è andata alquanto per le lunghe: ma è utile anche questo per un club che ha all’attivo tante importanti attività. Tutto ciò, comunque, invece che innervosire il conferenziere o renderlo al contrario “sonnacchioso”, ha fatto sì che mettes-
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se in luce tutte le sue notevoli energie: con grande autorevolezza ha parlato della figura dell’uomo Aresu, ma anche del cattedratico dotato di una grande passione per la professione, del suo impegno nel volere una nuova clinica medica, vicino all’Università, in un luogo ove tanti architetti lo sconsigliavano, infine della sua militanza nel Rotary, è stato infatti uno dei soci fondatori del club Cagliari. Con pochi, incisivi e chiari concetti ha fatto risaltare la grande tenacia, insomma, del prof. Aresu nel convincere e trascinare fortemente gli altri in ciò che credeva giusto. Solo alla fine ha commentato le diapositive che aveva preparato, rendendo più snella quindi la narrazione con le immagini che confermavano e testimoniavano ciò che aveva velocemente ma esaurientemente esposto. Tutto questo sostenuto dall’ardore di un trentenne, parlando a braccio con una lucidità emozionante tale che tutti noi l’abbiamo ascoltato in silenzio, affascinati dalla sua puntuale e precisa memoria, cui non sono serviti piccolissimi e ordinati foglietti, che sempre porta con sé nelle conferenze ma che ha bellamente trascurato: quegli esigui rettangolini di carta, infatti, ben poco possono aggiungere agli innumerevoli dati che egli ha già fissato e lucidamente stratificato nella mente. OK prof. Carcassi, è sempre un piacere ascoltarla! ■
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Riflessione sui nonni del Club
La stelletta della vita Paolo Ritossa l nostro è considerato uno dei club dall’età media più alta, fatto che, peraltro, è garanzia di grandi tradizioni. Per tale motivo l’essere nonno è un evento frequente che non viene mai considerato con indifferenza ma sempre segnalato e dovutamente festeggiato. Io sono nonno per la prima volta da poco più di un anno e Lui si chiama Paolo Ritossa. Avevo sempre considerato con ironia i racconti dei nonni che riferivano delle emozioni provate all’arrivo di un nipote, talmente intense da cambiare radicalmente la loro vita. Ero convinto che avrei vissuto l’evento con la giusta emozione ma in grado di poter controllare la nuova situazione. Mi sbagliavo, e mi sbagliavo di molto. Tutto cominciò poco più di un anno fa quando, per la prima volta, ho potuto scorgere, attraverso un vetro cosparso di baci e di sospiri, il mio piccolo, dolce, tenero nipote. Il viso sereno, seppure ancora attonito in quella improvvisa irruzione nel mondo, sembrava ti cercasse con gli occhi socchiusi mentre io tentavo, completamente estraneo alla confusione che mi circondava, di proiettarmi nella sua dimensione per capire i suoi pensieri, per rassicurarlo sul suo futuro.
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Da quel momento quella piccola creatura allo stesso tempo fragile e forte, semplice e complessa, indifesa e protetta diventava per me il centro della vita. Quando sembrava naturale che fosse Lui, nel venire al mondo, a mettersi nelle mani sicure dei suoi cari, in realtà ero io a rendermi conto di mettere il mio futuro nelle sue piccole mani. Un profondo cambiamento avveniva in me, da sempre scettico sugli sconvolgimenti radicali nella vita dei nonni all’arrivo del primo nipote. Riflettevo sul fatto che la nascita di un figlio rappresenta il momento più felice e importante nella vita di un genitore. La creatura che hai contribuito a mettere al mondo è profondamente parte di te, ha la tua forte impronta genetica, seguirai la sua crescita, lo formerai, sarai il suo primo fondamentale riferimento. Allo stesso tempo il figlio arriva in una fase della vita in cui ti senti forte, tetragono al trasporto sentimentale. Sei giovane, pieno di interessi, hai una famiglia in formazione e devi impegnarti al massimo nel lavoro perché ad essa niente possa mancare. Forse ci sono dei momenti in cui l’impegno e il senso di responsabilità superano il bisogno di dare o ricevere tenerezza. Quante volte ci è capitato di sentir dire: quanto poco mi sono goduto i miei bambini.
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E ti accorgi di questa mancanza quando arriva il primo nipote e percepisci quanto amore avevi dentro di te che non hai saputo dare. La vita in questo è buona, consentendo di assaporare più in là nel tempo, le gioie che non abbiamo saputo cogliere al momento giusto. In questo sei facilitato dal fatto che il nipote arriva in una fase della tua vita in cui generalmente sei più portato a lasciarti coinvolgere dai sentimenti. Sei obiettivamente più debole, hai più tempo e trovi in un nipote stimoli nuovi in una fase calante della tua vita. Ma sei anche tanto saggio da capire che lasciarsi andare alle emozioni, ai sentimenti, al dare e ricevere amore sono occasioni di valore incommensurabile. Se poi il nipotino prende anche il tuo nome, altre emozioni si aggiungono alle precedenti, un grande orgoglio e l’illusione che per lungo tempo potrai essere ricordato al solo pronunciarne il suo nome: Ah… ho conosciuto suo nonno… un bravo ingegnere… che bella copia… era un rotariano come il mio… è stato mio professore… Da questo punto di vista la nascita di un nipote, per di più col tuo nome, segna il passaggio del testimone nella staffetta della vita, molto più di quanto lo abbia segnato la nascita del primo figlio. Ora che la vita è cambiata, ogni momento della giornata può liberarsi per andare a trovarlo, per godere di un sorriso, di un abbraccio, delle sue braccia tese mentre, traballando, corre verso di te. I momenti più belli sono senz’altro quelli in cui sei solo con Lui, momenti nei quali senti di poter stabilire con Lui un rapporto unico e profondo, in cui una reciproca trasfusione d’amore ci pervade di una dolcissima serenità. Allo stesso tempo devi combattere perché il tuo amore non diventi invadente, non dimenticando mai l’affettuoso rispetto che devi ai genitori in una fase importante della loro vita che appartiene loro totalmente e che non dovremo mai turbare. Altre volte le tue riflessioni sono più tristi.
Mi vengono in mente le “Memorie di Adriano” nei passi in cui l’imperatore, nel prendere coscienza dell’età avanzata, confida al suo medico personale le certezze che il futuro gli riserva: non potranno più esserci cavalcate, né amori sfrenati, né lunghe campagne militari. Arriva infatti per tutti un’età nella quale alle certezze del passato si aggiungono anche le certezze sul futuro. E quindi rifletto sul fatto che, sulla base delle comuni aspettative di vita, forse accompagnerò il mio nipotino alle scuole elementari, lo vedrò difficilmente al Liceo, certamente non riuscirò a vederlo all’Università. Queste considerazioni ti danno dapprima una forma di rabbia interiore, hai la sensazione di una profonda ingiustizia ma poi rifletti, ti rassegni alle leggi della vita e consideri quanto e quali doni meravigliosi hai già ricevuto. E quindi, alla fine, cerchi di godere, ora, quanto più è possibile della splendida situazione di essere nonno. Considero tra i momenti più belli quelli del suo risveglio, quando un po’ imbronciato, si leva in piedi, ti vede e ti sorride e quando capita, purtroppo raramente, di poterlo addormentare. Quante strane e belle ninna nanne ti inventi tenendolo stretto al petto, dondolando lentamente mentre i suoi occhi piano piano si chiudono. Possono ricreare quell’atmosfera pochi versi di una delle poesie che mi accompagna da tempo: “Din... Don... E mi dicono, Dormi! mi cantano, Dormi! sussurrano, Dormi! bisbigliano, Dormi! là, voci di tenebra azzurra... Mi sembrano canti di culla, che fanno ch’io torni com’era... sentivo mia madre... poi nulla... sul far della sera” Buona notte, nipotino. ■
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Benvenuto ai nuovi soci
Gustavo Cicconardi
Paola Dessì
Michele Francesco Fiorentino
Paola Piras
Il colonnello pilota Gustavo Cicconardi è nato a Napoli, dove ha frequentato la celebre Scuola militare della Nunziatella conseguendo la maturità scientifica, e successivamente l’Accademia Aeronautica fino al raggiungimento della laurea in Scienze aeronautiche. Pilota militare ha percorso i vari gradi della carriera perfezionando il proprio addestramento fino a conseguire il livello addestrativo “Package Commander” e “Chase”. Oltre ad aver assunto Comandi di squadriglie e Gruppi di volo, Cicconardi ha ricoperto numerosi incarichi presso lo Stato maggiore dell’Aeronautica. Ha conseguito la laurea in Scienze internazionali e diplomatiche presso l’Università di Trieste e ha diretto l’Ufficio di progetto per la standardizzazione e normalizzazione informatica delle banche dati ordinative. Ha partecipato a diverse operazioni aeree per il mantenimento della pace nei Balcani nonché alle azioni belliche in Kossovo. Ha “indossato” il grado di colonnello nel 2002 e dal settembre 2008 è comandante del reparto sperimentale e di standardizzazione al tiro aereo “Air Weapon Training Installation”. È cavaliere al merito della Repubblica ed è insignito di numerose decorazioni, fra le quali la medaglia d’oro di lunga navigazione aerea: ha infatti effettuato oltre 3250 ore di volo, di cui circa 1700 su aviogetti. Gustavo Cicconardi è sposato da 24 anni con la signora Maria Teresa ed ha due figli: Gianmarco, di 18 anni (allievo della Scuola militare Douhet) e Andrea, di 15 anni.
La vita professionale della dottoressa Paola Dessì si è svolta interamente – dopo il conseguimento della laurea in Giurisprudenza con il massimo dei voti – presso l’Amministrazione Civile dell’Interno, dove è entrata per concorso il 1° settembre 1985. Ha prestato servizio, oltre che nella sede di Cagliari, anche nelle Prefettura di Sassari e Oristano, nonché presso la Rappresentanza del Governo per la Regione Sardegna. Nominata Vice Prefetto nel 2002, attualmente dirige l’Area Ordine e sicurezza pubblica della Prefettura di Cagliari, con competenze in materia di pianificazione, coordinamento e impiego delle Forze di Polizia, Comitato provinciale Ordine e Sicurezza pubblica, Conferenza regionale delle autorità di Pubblica Sicurezza e Ufficio antimafia. Nell’ambito dell’attività professionale ha svolto numerosi incarichi esterni, fra cui quello di Commissario prefettizio in numerosi e importanti Comuni della Provincia e, nel biennio 1995/96 l’incarico di Assessore al Bilancio e Finanze della Provincia di Cagliari. Paola Dessì è impegnata da moltissimi anni nello Scoutismo e nel volontariato cattolico. È stata per molti anni presidente del Comitato di quartiere di Su Planu, avviando e mantenendo il confronto fra gli abitanti (circa 7000) e l’Amministrazione comunale allo scopo di rappresentare delle esigenze e proporre possibili soluzioni.
È il secondo Sacerdote che entra a far parte del nostro Club, dopo il compianto monsignor Gesuino Prost. E anche lui, per una fortuita coincidenza, proviene dal Tribunale ecclesiastico. Nato a Sassari trentasette anni fa, è stato ordinato Sacerdote per la Diocesi di Alghero-Bosa nel luglio 1998. Ha compiuto i suoi studi in Vaticano: fino alla maturità classica al Preseminario San Pio X; ha poi conseguito all’Almo Collegio Capranica il baccalaureato in filosofia; alla Pontificia Università Gregoriana il baccalaureato in teologia e alla Pontificia Università Lateranense il dottorato in diritto canonico. Ha infine frequentato lo Studium Romanae Rotae e nel 2002 è diventato avvocato rotale. Da allora è giudice del Tribunale Ecclesiastico Regionale Sardo, del quale nel 2007 è divenuto Vicario Giudiziale. Quanto alla sua attività pastorale, dopo un biennio trascorso a Roma come Cappellano del Collegio San Giuseppe De Merode, dal 2000 ha svolto funzioni di Parroco a Bosa, Magomadas e Flussio. Dal 2008 è amministratore parrocchiale di Flussio.
Paola Piras è nata Cagliari dove vive con i suoi tre figli, Massimo di 30 anni, Marco di 28 e Francesca di 21 anni. È professore di Diritto amministrativo e Preside della facoltà di Scienze politiche dell’Università di Cagliari e socia delle Associazioni italiana e Italia-Spagna dei professori di Diritto amministrativo. È avvocato; ricopre la carica di consigliere di amministrazione della Banca di Sassari. Nella sua Università fa parte dei gruppi di lavoro sull’Health Technology Assessment e del Comitato tecnico di Ateneo per la valutazione della congruità degli obiettivi della dirigenza. Numerose le pubblicazioni scientifiche e le consulenze a livello istituzionale: con la Regione per la elaborazione di numerose leggi in materia di programmi integrati d’area, di allocazione delle funzioni dalla Regione agli Enti locali, beni culturali e museali, istruzione e formazione professionale e promozione della ricerca scientifica e della innovazione tecnologica in Sardegna; con la Amministrazione provinciale di Cagliari per la stesura del Piano strategico provinciale. La sua attività di ricerca è infatti orientata principalmente sui servizi pubblici e sul rapporto pubblico-privato nell’ambito dei nuovi principi sull’attività amministrativa con attenzione all’innovazione tecnologica.
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Amici rotariani a Cagliari
In visita al nostro Club il RC “Moscou Pokrovka” Giovanni Barrocu l nostro RC ha avuto il grande piacere di conoscere Raikhana Dairbekova del Rotary Club Moscow International, alla fine dell’aprile 2008, quando venne in Sardegna come team leader del GSE del RD 2220 di Mosca, composto da Elena Ananeva, Evgeny Dudkin, Anna Kozlitina e Alexander Anatolievich Kozlov, ospite del nostro RD 2080. Il GSE fu ospitato dai RC Cagliari, Cagliari Est e Quartu S.E. dal 28 aprile al mattino del 2 maggio, prima di essere ospitato per due giorni dal RC Iglesias, due giorni dal RC dell’Ogliastra e ancora per due giorni del COIN di Cagliari. Raykhana, docente di Storia Moderna all’Università di Mosca, aveva trascorso due anni a Padova, per un programma di ricerca svolto in collaborazione con quell’Università, dove aveva imparato bene l’italiano, con una leggera ma chiara inflessione patavina. È certo anche per questa sua conoscenza che era stata scelta come team leader, ma anche per la sua grande capacità di comunicare soprattutto ascoltando ed osservando, con vivo interesse per tutti gli aspetti della vita rotariana. Il Rotary in Russia è stato introdotto per iniziativa di rotariani svedesi solo pochi anni fa e il Rotary Club “Moscou Pokrovka”, del quale Raykhana è socio fondatore, è stato istituito solo tre anni fa, ma è già molto attivo per le sue molte iniziative culturali e umanitarie. Ne fanno parte diplomatici, imprenditori e imprenditrici e russi e di altri paesi, tanto che è il primo RC internazionale di Mosca dove la prima lingua è il francese accanto all’inglese, all’italiano e al russo. Uno dei massimi impegni de club è l’organizzazione di un concorso per giovani musicisti che si tiene ogni anno a maggio con grande numero
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di partecipanti e successo di pubblico. Il premio per i vincitori è una borsa per corsi di perfezionamento presso i massimi esperti. Nel 2008 Raykhana rimase in Sardegna solo dieci giorni ma fu subito colpita dal mal di Sardegna, una malattia dalla quale non si guarisce. Figlia delle steppe siberiane, era rimasta naturalmente attratta dal bel clima, tanto diverso da quello del suo paese, dallo splendore per lei inusuale del mare e dei paesaggi dell’interno nel pieno fulgore della primavera. A Cagliari fu sorpresa dall’atmosfera di attesa per la festa di S. Efisio, avvertita nei preparativi della vestizione dei partecipanti del gruppo di Ghilarza nei camerini dell’anfiteatro romano, invitata da Gerhard Seeberger, rotariano di Cagliari Est e ghilarzese di elezione, tanto che per l’occasione non manca di sfilare in costume con i suoi “compaesani”, e fu colpita dalla fantasmagoria di colori dei costumi e dalla religiosità dei partecipanti della processione osservata in una tribuna d’onore di fronte al municipio. Le vidi i lucciconi agli occhi quando poco prima del passaggio del santo in un silenzio improvvisamente interrotto da canti religiosi di cori sardi vide ricoprire l’asfalto di via Roma di petali di rose varicolori, e poi l’arrivo del cocchio di S. Efisio che si fermò di fronte a noi per il saluto benedicente dell’arcivescovo di Cagliari. In fine la sorpresa del lauto pranzo al sacco, ospite dei nuovi amici ghilarzesi sullo spiazzo del viale di Buoncammino soprastante l’anfiteatro di fronte allo scenario luminoso dello stagno di Santa Gilla, aperto sullo sfondo del mare, dei monti di Capoterra e del Campidano. Ci lasciammo con la promessa di rincontrarci quanto prima, a Cagliari e a Mosca, e
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lei ha già mantenuto la sua promessa. È ritornata lo scorso 28 aprile con 17 rotariani e rotariane del suo RC, ai quali aveva magnificato le attrattive di Cagliari e il calore dell’ospitalità con la quale era stata accolta dai RC sardi. Fra di essi il presidente francese del suo club, Alain Fournier Sicre, suo marito, e l’italiano Marco Tagliaferri con la moglie russa Olga e il figlio Matteo. Con Marco abbiamo familiarizzato subito, anche perché abbiamo scoperto di avere comuni conoscenze padovane. I nostri amici sono arrivati col preavviso di poche settimane, accompagnati da due giovani concertisti vincitori di due recenti versioni dei concorsi musicali organizzati dal RC “Moscou Pokrovka”, il giovane pianista Georgy Krizhnenko (13 anni), accompagnato dalla madre, e la soprano leggero Nafset Chenib (22 anni), accompagnata dalla sorella. Georgy ha iniziato a studiare il piano a Omsk, la sua città, all’età di 4 anni e Nafset studia canto all’accademia musicale di Mosca, dove ha imparato anche l’italiano e l’inglese. Raykhana è la vicepresidente del suo club ed è stata di recente nominata presidente della Commissione Interpaese Russia – Italia del RI. Come ha saputo che la nostra presidente Marinella Ferrai Cocco Ortu con un bel gruppo di rotariani e amici del nostro club sarebbe andata in visita a Pietroburgo e Mosca, prima di partire aveva organizzato in loro onore per la serata del 27 maggio un interclub con tre RC moscoviti al quale interverrà anche il governatore del RD 2220. Il nostro club ha accolto gli amici russi nella serata conviviale del 29 aprile, la prima par-
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Da sinistra: Marinella Ferrai Cocco Ortu e Lino Cudoni, presidente e segretario del RC Cagliari, e Alain Fournier Sicre, presidente del RC Moscou Pokrovka.
Da sinistra: il giovane pianista Georgy Krizhnenko, Luciano Airoldi, RC Cagliari Est, la giovane soprano Nafset Chenib, il Cap. di Fregata Tedeschini, comandante del brigantino “Nave Italia”, e Olga Tagliaferri, RC Moscou Pokrovka.
te della quale era dedicata alla conferenza del Capitano di Fregata Giovanni Tedeschini, comandante del brigantino “Nave Italia”, il quale ci illustrò il progetto “Eolo: diventiamo cittadini del mare”, a favore di giovani disabili, organizzato per iniziativa di Vela Solidarietà Sardegna in collaborazione con il nostro RC. Dopo la cena i giovani musicisti russi ci hanno dato un mirabile saggio della loro grande bravura. Nafset accompagnandosi al piano ci ha cantato l’aria di Gilda di Verdi, il valzer Musette e l’aria di Lauretta di Puccini, Martha di Rimskij-Korsakov, l’Ave Maria di G. Caccini, lullaby di J. Brahms e poi Santa Lucia e O’ sole mio. Una serata indimenticabile. Con i nostri amici ci siamo lasciati con il fermo intendimento di stringere migliori rapporti fra i nostri due club. ■
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Dal passato future risorse per la sua Terra
Ricordo di Giovanni Pusceddu Marcello Marchi l nostro socio onorario Giovanni PUSCEDDU, dal 5 dicembre scorso, non è più tra noi e questa rivista, che ha ospitato diversi saggi sulla sua persona e sulle sue opere, anche a sua firma, vuole dedicargli un ricordo rinnovando quello proposto alla presenza dei suoi cari nella riunione del 18 marzo. Giovanni Pusceddu era nato nel 1928, a Villanovaforru, un piccolo paese della Marmilla, di circa mille abitanti, in cui la coltivazione dei cereali costituiva l’attività principale; in una intervista dell’agosto del 2000, pubblicata sulla nostra rivista numero 1 del 2000/2001, così diceva: «I terreni, tranne più vaste estensioni di qualche famiglia agiata, erano molto frazionati e posseduti da una grande quantità di “messaius” piccoli coltivatori in proprio che con uno o più gioghi di buoi e con il cavallo riuscivano a seminare anche zone collinari». Riferiva che, dopo la guerra, l’avvento della meccanizzazione in agricoltura determinò l’abbandono dei terreni collinari perché impossibile o non redditizia la coltivazione e la macchina, sostituendo l’attività di più uomini, comportò un notevole calo della manodopera per cui vi fu un’enorme fuga di persone, emigrate in cerca di lavoro. «Fu allora – diceva sempre Giovanni – che l’archeologia, quasi per disperazione, rappresentò l’unica via d’uscita da questa situazione di crisi». Aveva frequentato il Liceo Classico, ma, prima della maturità, per la necessità di tro-
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vare subito un lavoro, passò, superato l’esame d’integrazione, alla Scuola Magistrale, conseguendo il diploma di maestro ed esercitando l’insegnamento, per il quale aveva una particolare propensione, per 35 anni. Anche Angela SCHIRRU insegnava e la scuola fu il luogo del loro incontro e della loro unione protrattasi con tanta felicità sino al suo ultimo istante. Era perfetta la loro sintonia spirituale; cristiani entrambi, intensamente credenti, avevano improntato l’esistenza seguendo il principio del SERVIRE che Cristo, come riportano i Vangeli, aveva proclamato: «il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire…» (Marco 10/45). Giovanni, e con lui sua moglie, si sono sempre prodigati per gli altri senza che in alcun modo venisse perseguito o curato il proprio interesse, anzi, più volte, con pregiudizio di esso. Ecco perché in uno spirito in cui vi era questa impostazione di fondo, l’ideale rotariano del servizio ha trovato tanto favorevole seguito. Il nostro Club prendendo atto di ciò con grande compiacimento, lo ha voluto socio e lo ha onorato con il Paul Harris. Giovanni poi, proseguendo questo cammino, è stato promotore e fondatore del Club Sanluri Medio Campidano, diventandone il primo Presidente ed appartenendovi sino alla morte. Le grandi passioni che lo animavano, come egli stesso ha riferito, erano l’agricoltura sperimentale e l’archeologia.
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Per la prima risulta essenziale ricordare che promosse ed attuò uno straordinario piano di forestazione. Sin da ragazzo aveva una viva attrazione per i resti che affioravano a Genna Maria. Molti anni dopo poté osservare il sito da fotografie eseguite da un elicottero, condotto dal Tenente dei Carabinieri Bruno Brancato (sarà poi Vice Comandante Generale dell’Arma) anch’egli appassionato archeologo; entrambi allievi e collaboratori di Enrico Atzeni in altre campagne di scavo. Le foto, come una radiografia, mostravano i segni delle costruzioni coperte da uno strato di terra. Il professor Barreca, nel 1969, diede il via ai lavori di scavo, diretti da Enrico Atzeni. Fu così che venne alla luce il grande complesso nuragico per il quale è sufficiente ora far cenno soltanto alla scoperta di una fonderia volta a produrre strumenti metallici destinati al commercio. Trovava, così, logica spiegazione il detto, tramandatosi per ben tremila anni “Genna Maria fumada ma no’ coi pani” (Genna Maria emana fumo ma non cuoce pane), detto che indicava chiaramente l’attività che i nuragici vi svolgevano, come essa fosse nota e come rimase fissata nel ricordo: chiaro segno del valore che la tradizione orale può assumere nella storia. I continui successi degli scavi ed il relativo rilievo della stampa, (oltre gli interventi di Barreca ed Atzeni, vi furono quelli di Gianni Filippini – che, da ragazzo, aveva partecipato con Giovanni, di qualche anno maggiore di lui, ma ragazzo anch’egli, alle scorribande a Genna Maria – fecero mutare opinione anche ai più scettici e nel 1975 Giovanni Pusceddu si presentò come Sindaco con una lista di quanti erano convinti come lui che la cultura portasse benessere economico e venne eletto, ricoprendo poi tale ufficio, con continue conferme elettorali, per sei legislature per complessivi 30 anni. La pubblica funzione gli consentì di realizzare anche progetti talmente proiettati nel futuro da poter apparire folli.
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Naturalmente tutte queste attività crearono posti di lavoro e indussero la iniziativa privata a credere nel nuovo corso e ad aprire strutture di accoglienza (bar, due ristoranti ed un albergo). Giovanni però avvertì che le iniziative di un singolo paese non erano sufficienti e lanciò l’idea di un Consorzio che riunisse le risorse che gli altri paesi della zona con le loro peculiarità erano in grado di offrire. Oggi, nessuno potrebbe dubitare della bontà del suo progetto e della adesione ad esso che si imponeva ai Comuni interessati per trovare nella unione, assolutamente necessaria, la forza per uno sviluppo integrato del territorio. Ma chi è avanti negli anni e, soprattutto, chi ha avuto esperienze di vita nei centri agricoli dell’interno, o, comunque, conoscenza di esse, comprende bene le difficoltà di promuovere ed attuare, in quei tempi, una riunione per perseguire una idea comune. Così ha creato il Consorzio “Sa Corona Arrubia”, di cui è stato Presidente per 22 anni, che ha finito per comprendere oltre 20 Comuni. In questa stringata sintesi di quanto Giovanni Pusceddu è riuscito ad ottenere non può mancare il riferimento alla prima esposizione nel nuovo Museo che oggi ne porta il nome: la Mostra dei dinosauri che ha raggiunto risultati sorprendenti. Giovanni Pusceddu i cui meriti, come spesso accade, saranno via via sempre più apprezzati dopo la sua morte, ha avuto anche in vita riconoscimenti per il suo operare. Nominato Commendatore, ha poi ottenuto il premio Vanoni per la Sezione Economia; un attestato di benemerenza del Presidente Pertini e, nel 2008, è stato insignito del prestigioso titolo di Professionista del Turismo dall’Associazione Internazionale Skal, la più vasta organizzazione internazionale in questo campo. Si può concludere con quanto egli stesso ha scritto: «Le difficoltà, i sacrifici sono stati infinitamente grandi, ma sono stati già dimenticati perché la palpabile soddisfazione di avere reso un utile servizio alla collettività è stata ancora più grande». ■
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Ricordo di un caro amico scomparso
Luigi Cimino, grande ingegnere e vero rotariano Giovanni Barrocu ino Cimino è stato un grande ingegnere e per i princìpi che sempre hanno informato le sue azioni un vero rotariano, prima ancora di diventarlo ufficialmente. La sua carriera è stata molto rapida e piena di soddisfazioni, certamente non solo per merito della fortuna. Nato a Napoli il 10 agosto 1926, si laureò il 23.12.48 a 22 anni in ingegneria industriale sottosezione meccanica, un fatto eccezionale a quell’età, anche per le difficoltà in cui venne a trovarsi la sua famiglia di genitori e quattro figli negli anni della guerra. Egli era infatti riuscito a prendere la maturità classica a 17 anni avendo saltato la prima elementare perché, sapendo già leggere e scrivere correntemente, fu rifiutato dalla maestra e non potendo passare alla classe superiore della scuola pubblica per via dell’età, i genitori lo iscrissero alla seconda di una scuola privata. Nel 1942, subito dopo l’occupazione di Napoli da parte degli alleati, il padre, ufficiale di marina, fu messo in pensione senza assegni e per la famiglia di Gino, fino allora vissuta nell’agiatezza, fu un momento molto difficile. Egli era appena stato promosso alla terza liceale, e per il timore di non poter continuare a frequentarla e ansioso di pesare il meno possibile sulla famiglia, decise di presentarsi come privatista all’esame di maturità nella sessione autunnale di quello
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stesso anno. Si immerse nello studio per tutta l’estate e presentatosi agli esami riuscì a superarli e a prendere la licenza. Per cercare di alleviare i sacrifici dei genitori, che dovevano mantenere agli studi anche gli altri tre fratelli, si era pagato gli studi universitari con le lezioni private. Non si era certo scelto una via facile per avviarsi al lavoro. Ai pesanti esami del suo curriculum ne aveva aggiunto uno fondamentale di ingegneria civile e quello particolarmente difficile di Impianti industriali chimici del corso di ingegneria chimica, che ben pochi studenti di altri indirizzi sceglievano come complementari. Il professore di questa disciplina rimase impressionato da Gino, che dopo la laurea in attesa di un lavoro frequentava la facoltà come assistente volontario, e incontratolo di fronte ad un’aula gli chiese se se gli avrebbe fatto piacere che il suo nominativo venisse segnalato alla società Mobil Oil. Gino assentì e dopo un periodo di prova di tre mesi, accettò la proposta di assunzione. Fu subito assegnato al Servizio Studi di quell’industria, dove ebbe la possibilità di imparare i processi chimici e di seguire l’andamento di un gruppo impianti, distinguendosi. Dopo un anno fu trasferito al Servizio Impianti dove in pochi mesi, a 26 anni, divenne capo reparto, raggiungendo la 1a categoria A, la più alta per gli impiegati dell’industria chimica.
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Ebbe così modo di mettere in pratica le sue conoscenze teoriche, scoprirsi grandi doti di capacità creativa e di governo del personale, del quale seppe accattivarsi la simpatia e la piena collaborazione, sempre in prima linea con i suoi collaboratori nell’affrontare situazioni critiche e per prevenire incidenti sul lavoro. Sapeva conoscere gli uomini, dote che affinò nel tempo osservando e ascoltando, il che lo aiutò ad affrontare i problemi sotto tutti gli aspetti per trovarne le soluzioni migliori. Questa capacità gli sarebbe stata utile anche negli altri ambienti, in Italia e all’estero, dove ebbe l’occasione di farsi valere e ad essa egli attribuiva la sua rapida ascesa. Poco dopo fu distaccato alle dipendenze di un ingegnere americano inviato alla Mobil di Napoli per dirigere i lavori di costruzione di due grandi impianti ad alta tecnologia per la trasformazione dell’olio combustibile in prodotti pregiati, impianti che egli a lavori finti avrebbe preso in consegna come capo reparto. Fu in quel periodo inviato in Inghilterra per assistere alla messa in marcia di un simile impianto che era stato messo in manutenzione. Era il suo primo viaggio all’estero e fu l’occasione per iniziare a fare pratica di lingua inglese, che presto sarebbe diventata suo indispensabile strumento di lavoro. Al ritorno, il 5 dicembre del 1954, si sposò con Lia con la quale si era fidanzato all’inizio dell’anno. A 28 anni era il più giovane caporeparto della raffineria. Nel 1955 nasceva il figlio Giancarlo e nel 1960 la figlia Simonetta. Nel 1961 fu promosso capo servizio e trasferito alla Mobil Chimica in un nuovo impianto adiacente alla raffineria, nel quale avrebbe assunto la posizione di capo servizio alle dirette dipendenze del direttore, con l’incarico di studiare i processi di lavorazione, reclutare il personale e preparare i manuali operativi, coadiuvato da un gruppo di ingegneri e tecnici trasferiti dalla raffineria. Fu un periodo di grande impegno con lunghi soggiorni in simili impianti negli USA e in Francia. Nell’ottobre del 1966 gli si propose di passare alla SARAS di Milano, che cercava
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un capo servizio impianti per la raffineria di Sarroch, allora in costruzione, con la prospettiva di diventarne vicedirettore entro pochi mesi. Il 1° novembre del 1966 Gino prendeva servizio alla raffineria della SARAS e due mesi dopo veniva raggiunto da Lia e i due figlioli, che furono subito iscritti alle scuole di Cagliari, dove la famiglia stabilì la residenza. Egli rimase alla SARAS 10 anni, tutti di intenso lavoro e grandi soddisfazioni. Imparò a conoscere la Sardegna e il suo mare. Il suo svago e la grande passione era la pesca. Nel 1971 Angelo Moratti lo volle direttore, posizione che tenne per 5 anni. Nel 1972 fu invitato a far parte nel nostro RC dove trovò tanti amici e Lia entrò nell’Inner Wheel. Come ha lasciato scritto nel suo diario, Gino nel nostro club si sentiva parte di una grande famiglia e si sentiva sempre più legato alla Sardegna. Comprò casa e si costruì una villetta a Porto Columbu, con un giardino che egli curò da professionista finché ne ebbe le forze. Nel 1975 i Moratti decisero di trasferirlo a Milano con l’incarico di Sovrintendere alla programmazione della produzione. Gino non gradì la promozione, essendo più interessato alla progettazione e conduzione degli impianti e gli riusciva difficile staccarsi dal nostro ambiente nel quale si sentiva pienamente inserito. In aggiunta alle sue mansioni trovò il modo di seguire una piccola raffineria del gruppo a Fornovo Taro come consigliere del direttore e così per diversi mesi fece il pendolare fra Milano, Parma e Cagliari. Dopo qualche mese Lia con la figlia si trasferì a Milano mentre Giancarlo volle restare a Cagliari dove aveva iniziato a frequentare la facoltà di Medicina. Nel maggio 1976 la SARAS prospettò a Gino la possibilità di mettersi in aspettativa e stipulare un contratto di consulenza con l’INGECO, una società costituita con l’ENI per assistere la Petromin, la società petrolifera di stato dell’Arabia Saudita, nelle fasi di progettazione e costruzione di due grandi raffinerie. La progettazione era americana e la costruzione era affidata a una società giapponese. Nel settembre il
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gruppo offrì a Gino la posizione di trasferirsi a Tokio con l’incarico di revisionare come resident engineer a tempo indeterminato le attività della società americana UCP (Universal Oil Petroleum), che doveva progettare e realizzare gli impianti. La famiglia rimase in Italia ma Gino poteva godere di 7 giorni di ferie ogni 3 mesi con viaggi pagati per il nostro paese e Lia lo raggiungeva spesso, intrattenendosi prima in Arabia e poi in Giappone anche per alcuni mesi. Gino continuò frequentare il Rotary con assiduità anche all’estero. A Tokio partecipava regolarmente alle riunioni del più antico e prestigioso RC del Giappone, che si tengono ogni mercoledì dalle 12,30 alle 13,30 all’Imperial Hotel, di fronte al palazzo imperiale. Poiché questo RC è frequentato da molti stranieri, le conferenze, strettamente contenute in 30’ dopo 10’ di comunicazioni e 20’ per il lunch, sono tradotte in simultanea in inglese. Gino ricordava spesso questa usanza, specie in occasione di nostre riunioni prolungate ben oltre i tempi previsti. I giapponesi sono molto disciplinati e formali ma, come ho potuto constatare anche personalmente, sanno essere molto affabili, e Gino si fece molti amici, con i quali si intratteneva nel tempo libero. Con essi condivise il piacere della pesca ed ebbe modo di visitare i luoghi più interessanti della regione di Tokio e di altre parti del Giappone. Nel luglio del 1979 fu chiamato a Riyadh ad assumere la nomina prestigiosa di Project Director del Riyadh Refinery Expansion Project, in sostituzione di un ingegnere americano rientrato in patria. I giapponesi accolsero la sua partenza con grande dispiacere e vollero salutarlo con una grande festa di commiato, e non solo perché nel suo nuovo incarico avrebbe avuto la supervisione dei lavori da loro condotti sia in Giappone sia in Arabia. Con molti di essi, con i quali si era particolarmente affiatato, mantenne continui rapporti epistolari fino all’ultimo. A Riyadh coordinava uno stuolo di ingegneri e tecnici arabi, europei e americani. Nel febbraio del 1981, ormai avviati alla fine i lavori di costruzione della raffineria, passò
a dirigere quelli di Jeddah, sul Mar Rosso, a capo di un gruppo di addetti italiani, inglesi ed arabi che dovevano supervisionare la progettazione, la costruzione e la contabilità della raffineria. Il suo tempo libero era dedicato alle immersioni nelle barriere coralline, delle quali imparò a conoscere la flora e la fauna subacquea da vero esperto. Iniziò anche a mettere insieme una preziosa raccolta malacologica, con rari esemplari di conchiglie del Mar Rosso, poi arricchita con altri trovati in Italia, nelle Filippine e nei Caraibi, tutte classificate e catalogate con rigorosa descrizione scientifica e conservate in bell’ordine, ma era nel suo stile di portare a termine ciò che faceva con grande precisione. Nel 1982, dopo cinque anni di lavoro all’estero, il richiamo forte della famiglia lo indusse a presentare le dimissioni, accettate con grande dispiacere dalla Petromin. Per conto di questa società era stato direttore progetto per la costruzione di due raffinerie, di un impianto di stabilizzazione del petrolio grezzo e di un impianto di trattamento delle acque, per un valore complessivo dell’ordine di 2.000 miliardi di lire di allora. Rientrato in Italia assunse a Roma un lavoro di consulenza per una società dell’ENI, per la quale ebbe modo di seguire vari lavori negli Emirati e infine a Trinidad, nei Caraibi, il suo ultimo lavoro. Alle riunioni del RC locale che si tengono a mezzogiorno, il presidente usava mettere all’asta una bottiglia di vino partendo da un dollaro, e la somma così ricavata era a favore della RF. Da Presidente avrebbe voluto introdurre anche nel nostro club una simile usanza. Il 29 settembre del 1986, Gino smise di lavorare e rientrò definitivamente a Cagliari. Il suo interesse, accanto a quello per la famiglia e i suoi hobby, fu per il Rotary e in particolare per il nostro club, del quale fu segretario dal 1° luglio 1988 fino al 1991 e presidente nel 1996-97. Poco dopo il mio ingresso nel nostro club, avvenuto nel 1988 con la presidenza di Salvatore Campus, ebbi modo di notarlo in occasione di una sua conferenza sul regolamento e le classifiche rotariane che egli aveva con grande pazienza e precisione riordi-
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nato per incarico del presidente. Un lavoro fondamentale e scrupoloso il suo, come potei constatare qualche anno dopo quando toccò a me di presiedere la commissione che doveva aggiornare le classifiche secondo le ultime modifiche del regolamento del RF Imparammo a conoscerci meglio e divenimmo subito grandi amici nel 1990, quando entrai a far parte della sottocommissione distrettuale della RF per il GSE, presieduta da Eugenio Lazzari. Gino ne era il segretario, incarico che si offrì di tenere anche dopo che nel 1993 toccò a me di presiederla dopo che Eugenio dovette lasciarla per assumere la presidenza del nostro club. Fra i tanti grandi rotariani di Roma e del Lazio che collaboravano fattivamente con me, ebbi la fortuna di avere al mio fianco Gino, il più prezioso e non solo perché il più vicino. Avevamo come responsabile della RF del Distretto il nostro PG Angelino Cherchi conoscitore come pochi del regolamento, che Gino ed io, anche per non sfigurare, scherzando ce lo eravamo letto attentamente insieme con il manuale della RF, soprattutto per le procedure da seguire nei rapporti con l’ufficio GSE della RF di Evanston. Come riferimento avevamo trovato che era meglio attenersi alla versione inglese originale, dopo che avevamo rilevato come la traduzione italiana non fosse sempre chiara e precisa. Gino era di carattere riservato ma fra noi non ci furono barriere di diffidenza e nei frequenti viaggi a Roma per le riunioni della commissione e in occasione delle nostre frequenti riunioni a Cagliari e durante l’estate, da lui, a Porto Columbu, o da me a Pula, mi mise a parte dei suoi tanti ricordi che ho ritrovato descritti con la stessa precisione e bell’ordine nel diario che Lia e Giancarlo mi hanno voluto gentilmente far leggere. Sulle questioni rotariane e sul modo per risolverle ci si intendeva in fretta e si preferiva impiegare il tempo restante nel conversare dei nostri interessi. Qualche anno fa mi disse di aver ritrovato fra le carte di famiglia il diario che il padre, giovane marinaio macchinista in una grande nave da guerra, aveva scritto dal primo imbarco nel 1909 fino al termine della guerra di Libia del 1911-12. Mi
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fece capire che avrebbe avuto piacere che io lo leggessi e lo lessi di getto, avvinto dai fatti e dalle impressioni del giovane, descritte con eccezionale chiarezza e bella calligrafia. Un documento di grande interesse storico e con Gino convenimmo che esso avrebbe potuto ben figurare fra le testimonianze del museo della Marina Militare a Roma. Poco dopo mi disse di averne contattato il direttore, un alto ufficiale che si dichiarò subito entusiasta di averlo almeno in copia. Gino fu segretario del nostro club per un triennio, dal 1990-91 al 1992-93, con le presidenze di Marcello Marchi e poi di Franco Spina e Angelo Berio. Di grande efficacia fu il suo apporto per l’organizzazione degli Archeotour al fianco di Salvatore Campus, Antonio Cocco, Marcello Marchi, Beppe Casciu e poi mio. Di lui ha lasciato ampie testimonianze il nostro Achille Sirchia, nel volume per il 45° del nostro RC, dedicato a “Una storia dentro la città”: «Del ruolo di segretario diede subito un’interpretazione manageriale. E non poteva essere altrimenti visti i suoi precedenti professionali quale direttore della Raffineria SARAS e successivamente di esperto a livello internazionale di Tecnologie e organizzazione aziendale nel settore petrolifero. Ma a queste sue doti aveva aggiunto un tocco di classe dovuto anche al suo spirito partenopeo: di quella Napoli sana, ricca di cultura, d’inventiva, di simpatia, da tuffi apprezzata». Io aggiungerei sempre attento alle grandi tradizioni del nostro RC ma anche aperto alle novità e pronto alle innovazioni. Nell’anno della sua presidenza, nel 1997-98, si attivò come pochi per la raccolta di fondi per la RF, e delle tante iniziative ricordo quella del progetto per l’Istituto “Pertini”, che continuò con la piena disponibilità e fattiva collaborazione dell’allora preside Maria Luigia Muroni, poi divenuta nostra valida socia. Toccò quell’anno al nostro club l’assegnazione del XV premio La Marmora, che per sua proposta fu conferito all’Associazione Nazionale Alpini, Sezione di Trento, «per aver recuperato con le loro forze e il loro lavoro la casa di accoglienza delle suore evaristiane di Putzu Idu, presso Oristano».
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Egli ci tenne particolarmente a mantenere la bella abitudine di tenere sedute periodiche riservate ai soli soci perché potessero comunicare e discutere liberamente dei problemi del club, esponendo liberamente e francamente opinioni e proposte. Un’abitudine questa che tutti apprezzavano è che sicuramente ha contribuito allo sviluppo del nostro club, secondo una tradizione non scritta che purtroppo si è persa nel tempo, con rammarico di molti di noi.
Di Gino, per le sue doti di equilibrio e di buon senso ma anche per il suo umorismo e non solo per i tanti episodi e avvenimenti vissuti insieme, ho e mi rimarrà un ricordo vivo insieme con quello di tanti amici cari perduti; un ricordo sereno anche se velato di malinconia, e questo sento che è il mio modo migliore di ricordarlo. ■
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COMMISSIONI ANNO 2010-2011 EFFETTIVO Presidente coordinatore: Michele PINTUS A. 070 403277 – U. 070 403277 – F. 070 402131 – C. 335 1255480 – E-mail:
[email protected] • AMMISSIONI Presidente: Ettore ATZORI A. 070 663601 – U. 070 495019 – F. 070 495019 C. 328 6553019 – E-mail:
[email protected] Componenti: Ezio Castagna, Salvatore Ferro, Salvatore Fozzi, Guido Maxia, Roberto Nati • CLASSIFICHE E SVILUPPO DELL’EFFETTIVO Presidente: Paolo RITOSSA A. 070 490866 – U. 070 400176 – F. 070 400176 C. 335 5470545 – E-mail:
[email protected] Componenti: Alberto CoccoOrtu, Massimo Frongia, Cecilia Onnis, Michele Rossetti • INFORMAZIONE E FORMAZIONE ROTARIANA Presidente: Angelo CHERCHI A. 070 280329 – U. 070 666142 – C. 349 5643436 E-mail:
[email protected] Componenti: Lucio Artizzu, Salvatore Ferro, Salvatore Fozzi, Marcello Marchi, Paolo Piccaluga
PROGETTI DI SERVIZIO Presidente coordinatore: Carlo CARCASSI A. 070 307897 – U. 070 6093172 – F. 070 6092936 C. 368 3076564 – E-mail:
[email protected] • SVILUPPO COMUNITARIO – ASPETTI SOCIALI – “COMBATTIAMO LE DROGHE” Presidente: Maria Pia LAI GUAITA A. 070 303739 – U. 070 6757280 – C. 333 4730483 E-mail:
[email protected] Componenti: Francesco Birocchi, Paola Dessì, Giuseppe Fois, Antonio Lenza, Cecilia Onnis, Giampaolo Piras • SVILUPPO COMUNITARIO – ASPETTI SANITARI “VELA SOLIDALE” Presidente: Giuseppe MASNATA A. 070 670902 – U. 070 539424 – F. 070 70539570 C. 348 3359200 E-mail:
[email protected] Componenti: Paolo Ciani, Vincenzo Cincotta, Stefano Liguori, Marcello Marchi, Paolo Ritossa • SVILUPPO COMUNITARIO – ASPETTI SOCIALI “OASI DI SAN VINCENZO” Presidente: Gaetano GIUA MARASSI A. 070 303897 – U. 070 487987 – F. 070 453858 C. 333 2227752 – E-mail:
[email protected] Componenti: Paolo Ciani, Angelo Deplano, Maria Pia Lai Guaita, Marcello Marchi, Mauro Rosella • SVILUPPO COMUNITARIO – ASPETTI SOCIALI “IL DONO DEL SANGUE” Presidente: Michele BAJOREK A. 070 805308 – U. 070 543102 – C. 338 6110189 E-mail:
[email protected] Componenti: Efisio Bayre, Vittorio Giua Marassi, Giorgio La Nasa • SVILUPPO COMUNITARIO – ASPETTI SOCIALI “PER UNA NUOVA VITA” Presidente: Stefano LIGUORI A. 070 291494– U. 070 71191 – F. 070 71773 C. 335 6285574 – E-mail:
[email protected] Componenti: Berto Balduzzi, Giuseppe Casciu, Mario Figus, Carlo Andrea Lecca, Paolo Piccaluga
• SVILUPPO COMUNITARIO – ASPETTI SOCIALI “NON BUTTIAMO VIA IL CIBO” Presidente: Marco RODRIGUEZ A. 070 291912 – U. 070 22109 – F. 070 22334 C. 348 6026851 – E-mail:
[email protected] Componenti: Guido Chessa Miglior, Vittorio Giua Marassi, Paola Giuntelli, Guido Maxia, Giampaolo Piras • SVILUPPO COMUNITARIO – ASPETTI SANITARI “PREVENZIONE MALFORMAZIONI” Presidente: Giuseppe MASNATA A. 070 670902 – U. 070 539424 – F. 070 70539570 C. 348 3359200 – E-mail:
[email protected] Componenti: Efisio Bayre, Ulisse Figus, Giorgio La Nasa, Carlo Andrea Lecca, Stefano Oddini Carboni • ROTARY PER LA CITTÀ VALORIZZAZIONE PATRIMONIO ARTISTICO “PORTONE DI SAN LUCIFERO” – “SANTA CROCE” Presidente: Giuseppe CASCIU A. 070 480371 – U. 070 303714 – F. 070 344952 C. 348 3016784 – E-mail:
[email protected] Componenti: Giovanni Maria Campus, Ugo Carcassi, Marinella Ferrai Cocco Ortu, Salvatore Fozzi, Vittorio Pilloni • ROTARY PER LA CITTÀ “LE PIAZZE TRA PASSATO E FUTURO” Presidente: Michele PINTUS A. 070 403277 – U. 070 403277 – F. 070 402131 – C. 345 1255480 E-mail:
[email protected] Componenti: Giovanni Maria Campus, Maria Pia Lai Guaita, Franco Passamonti, Mauro Rosella, Angelo Strinna • ROTARY PER LA CITTÀ “PROTEZIONE DELL’AMBIENTE – ECOPARCO” Presidente: Mario FIGUS A. 070 488251 – U. 070 6848996 – F. 070 680481 C. 346 7102308 – E-mail:
[email protected] Componenti: Maurizio Boaretto, Giovanni Maria Campus, Mauro Manunza, Paolo Piccaluga, Antonio Scrugli • AZIONE INTERNAZIONALE “ATTREZZATURE SANITARIE” Presidente: Giuseppe MASNATA A. 070 670902 – U. 070 539424 – F. 070 70539570 C. 348 3359200 – E-mail:
[email protected] Componenti: Michele Bajorek, Giovanni Casciu, Salvatore Ferro, Mario Graziano Figus, Salvatore Lostia di Santa Sofia • AZIONE INTERNAZIONALE – “RISORSE IDRICHE” Presidente: Giulia VACCA A. 070 42995 – U. 070 6069078 – C. 335 220245 E-mail:
[email protected] Componenti: Angelo Aru, Giovanni Barrocu, Paolo Fadda, Eugenio Lazzari, Giorgio Sanna • AZIONE INTERNAZIONALE “COMITATO INTERPAESE” Presidente: Ugo CARCASSI A. 070 655150 – U. 070 9660090 – F. 070 9660096 C. 336 691113 – E-mail:
[email protected] Componenti: Giovanni Barrocu, Alessio Grazietti, Giorgio La Nasa, Giovanni Sanjust
GIOVANI GENERAZIONI Presidente coordinatore: Maria Luigia MURONI A. 070 490848 – C. 347 8590788 E-mail:
[email protected] • PARTNER NEL SERVIRE – ROTARACT Presidente: Paola DESSÌ A. 070 531216 – U. 070 6006405 – C. 347 4113008 E-mail:
[email protected] Componenti: Marcello Caletti, Roberto Nati, Antonio Scrugli
• RYLA Presidente: Stefano LIGUORI A. 070 291494 – U. 070 71191 – F. 070 71773 – C. 335 6285574 – E-mail:
[email protected] Componenti: Francesco Birocchi, Maurizio Boaretto, Paolo Piccaluga • SCAMBIO GIOVANI / ASSOCIAZIONE Presidente: Franco STAFFA A. 070 291494 – U. 070 71191 – F. 070 71773 – C. 335 6285574 – E-mail:
[email protected] Componenti: Ettore Atzori, Salvatore Ferro, Michele Rossetti
Amministrazione del CLUB Presidente coordinatore: Paolo PICCALUGA A. 070 486662 – F. 070 486662 – C. 335 6210120 E-mail:
[email protected] • ASSIDUITÀ Presidente: Massimo FRONGIA A. 070 345029 – U. 070 305456 - 307732 – F. 070 303006 C. 333 5778889 – E-mail:
[email protected] Componenti: Lino Cudoni, Mario Graziano Figus, Mauro Manunza, Giampaolo Piras, Margherita Mugoni • PROGRAMMI Presidente: Caterina LILLIU A. 070 42285 – U. 070 6062496 – C. 328 7762757 E-mail:
[email protected] -
[email protected] Componenti: Ercole Bartoli, Rafaele Corona, Pasquale Mistretta, Paola Piras, Michele Rossetti • RIVISTE E NOTIZIARIO DEL CLUB Presidente: Lucio ARTIZZU A. 070 273485 – F. 070 255458 – C. 339 6197991 E-mail:
[email protected] Componenti: Salvatore Fozzi, Mauro Manunza Marcello Marchi, Giovanni Sanjust • SITO WEB Presidente: Michele ROSSETTI A. 070 304038 – U. 070 400240 – F. 070 4526207 C. 335 7276641 – E-mail:
[email protected] • RAPPORTI CON LA STAMPA Presidente: Mauro MANUNZA A. 070 780056 – C. 348 5206167 E-mail:
[email protected] Componenti: Francesco Birocchi, Giovanni Sanjust
FONDAZIONE ROTARY E PUBBLICHE RELAZIONI Presidente coordinatore: Salvatore FOZZI A. 070 272471 – U. 070 2110346 – F. 070 2111165 C. 335 1230120 – E-mail:
[email protected] • RACCOLTA FONDI E POLIOPLUS Presidente: Stefano ODDINI CARBONI A. 070 654420 – U. 070 654420 – F. 070 654420 C. 336 8136967 – E-mail:
[email protected] Componenti: Francesco Argiolas, Paola Dessì, Paola Giuntelli, Marcello Marchi, Gigi Picciau • GSE / ALUMNI Presidente: Franco STAFFA A. 070 532102 – U. 070 402835 – F. 070 402966 C. 328 7299397 – E-mail:
[email protected] Componenti: Lino Cudoni, Andrea Lixi, Guido Maxia, Vittorio Pilloni • PUBBLICHE RELAZIONI Presidente: Paola DESSÌ A. 070 531216 – U. 070 6006405 – C. 347 4113008 E-mail:
[email protected] Componenti: Pasquale Mistretta, Paola Piras, Mauro Rosella
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Le riunioni del Club 3 dicembre 2009 Presiede: Marinella Ferrai Cocco Ortu Assemblea dei soci: Elezione del Presidente 2011/2012 e del Consiglio Direttivo del 2010/2011 Sono presenti I soci: Lucio Artizzu, Angelo Aru, Ettore Atzori, Efisio Baire, Michele Bajorek, Giovanni Barrocu, Antonio Cabras, Giovanni Maria Campus, Carlo Carcassi, Ugo Carcassi, Giovanni Casciu, Giuseppe Casciu, Angelo Cherchi, Guido Chessa Miglior, Paolo Ciani, Alberto CoccoOrtu, Rafaele Corona, Piergiorgio Corrias, Silvano Costa, Lino Cudoni, Marinella Ferrai Cocco Ortu, Salvatore Ferro, Mario Graziano Figus, Ulisse Figus, Giuseppe Fois, Salvatore Fozzi, Massimo Frongia, Maria Pia Lai Guaita, Mauro Manunza, Giuseppe Masnata, Margherita Mugoni, Maria Luigia Muroni, Roberto Nati, Stefano Oddini Carboni, Cecilia Onnis, Alessandro Palmieri, Paolo Piccaluga, Giampaolo Ritossa, Mauro Rosella, Michele Rossetti, Giovanni Sanjust, Angelo Strinna, Alberto Villa Santa. 10 dicembre 2009 Presiede: Marinella Ferrai Cocco Ortu “La Necropoli di Tuvixeddu: ultimi ritrovamenti archeologici” – Relatore D.ssa Donatella Salvi Sono presenti I soci: Lucio Artizzu, Angelo Aru, Francesco Birocchi, Antonio Cabras, Marcello Caletti, Flavio Carboni, Carlo Carcassi, Ugo Carcassi, Giulia Casula, Angelo Cherchi, Paolo Ciani, Rafaele Corona, Silvano Costa, Lino Cudoni, Angelo Deplano, Paola Dessì, Marinella Ferrai Cocco Ortu, Salvatore Ferro, Giuseppe Fois, Salvatore Fozzi, Giorgio La Nasa, Maria Pia Lai Guaita, Eugenio Lazzari, Antonio Lenza, Caterina Lilliu, Andrea Lixi, Marcello Marchi, Margherita Mugoni, Maria Luigia Muroni, Cecilia Onnis, Paolo Piccaluga, Michele Pintus, Giampaolo Piras, Gian Paolo Ritossa, Marco Rodriguez, Michele Rossetti, Antonio Scrugli, Pier Francesco Staffa. Ospiti del Club: D.ssa Donatella Salvi Sono presenti in sala le Signore: Maria Vittoria Carcassi, Maria Rosaria Corona, Elena Lazzari, Lia Lixi, Marina Pintus. Ospiti dei soci: di Salvatore Ferro la d.ssa Caterina Serrao. 17 dicembre 2009 Presiede: Marinella Ferrai Cocco Ortu Serata degli auguri di Natale Sono presenti I soci: Lucio Artizzu, Angelo Aru, Ettore Atzori, Efisio Baire, Michele Bajorek, Berto Balduzzi, Giovanni Barrocu, Francesco Birocchi, Maurizio Boaretto, Antonio Cabras, Marcello Caletti, Giovanni Maria Campus, Giovanni Casciu, Ezio Castagna, Angelo Cherchi, Paolo Ciani, Luigi Cimino, Vincenzo Cincotta, Rafaele Corona, Piergiorgio Corrias, Lino Cudoni, Angelo Deplano, Paola Dessì, Marinella Ferrai Cocco-Ortu, Enzo Ferraris, Salvatore Ferro, Mario Figus, Giuseppe Fois, Salvatore Fozzi, Alessio Grazietti, Maria Pia Lai Guaita, Antonio Lenza, Caterina Lilliu, Andrea Lixi, Giuseppe Loddo, Salvatore Lostia di S. Sofia, Mauro Manunza, Marcello Marchi, Giuseppe Masnata, Guido Maxia, Pasquale Mistretta, Margherita Mugoni, Maria Luigia Muroni, Cecilia Onnis, Alessandro Palmieri, Franco Passamonti, Paolo Piccaluga, Michele Pintus, Giampaolo Piras, Gian Paolo Ritossa, Mauro Rosella, Michele Rossetti,
Giovanni Sanjust di Teulada, Franco Staffa, Giulia Vacca Cau, Alberto Villa Santa. Ospiti del Club: Emma e Joseph, due ragazzi americani ospiti a Cagliari nell’ambito del programma “Scambio Giovani” I giovani del Rotaract: Bruno Gaspardini, Francesca Fiorilla, Riccardo Succu Il col. Gustavo Cicconardi e l’avv. Paola Piras entrambi nuovi soci. Rotariani in visita: Raoul Cadeddu del Rotary club di Monaco di Baviera Sono presenti in sala le Signore: Maria Artizzu, Annuska Aru, Maria Grazia Atzori, Giulia Baire, Maria Bajorek, Mariuccia Balduzzi, Marina Birocchi, Elia Maria Cabras, Maria Gabriella Caletti, Mirella Campus, Haydee Casciu, Antonella Cherchi, Franca Cincotta, Maria Rosaria Corona, Maria Corrias, Marinella Corrias, Germana Cudoni, Sandra Deriu, Maria Gabriella Ferraris, Piera Ferro, Antonella Figus, Lina Fois, Franca Fozzi, Rossana Grazietti, Maria Rosaria Lenza, Lia Lixi, Bruna Loddo, Maria Lostia di S. Sofia, Mariangela Manunza, Maria Vittoria Maxia, Mariella Mistretta, Maria Teresa Piccaluga, Marina Pintus, Loredana Piras, Giuseppina Ritossa, Maria Grazia Rosella, Maura Rossetti, Elisabetta Sanjust di Teulada, il consorte Antonello Cau. Ospiti dei soci: di Mauro Rosella il sig. Fabrizio Maltinti e la sig.ra Paola di Marcello Caletti la sig.ra Luciana Cogoni di Marinella Ferrai Cocco Ortu il figlio avv. Francesco Cocco Ortu e la nipote Claudia Ferrai di Margherita Mugoni la sig.ra Marilena Musiu, l’ing. Rafaele Lixi e la sig.ra Silvia Albiani Lixi, l’ing. Luca Boggio e la sig.ra Margherita Lixi Boggio di Paolo Piccaluga: dott. Lorenzo Pinna con la sig.ra Eloisa, ela sig.ra Rita Masala di Marcello Marchi la sorella sig.ra Cecilia di Paolo Ciani l’ing. Carlo Maccioni 7 gennaio 2010 Presiede: Marinella Ferrai Cocco Ortu Assemblea dei soci Sono presenti I soci: Lucio Artizzu, Angelo Aru, Ettore Atzori, Michele Bajorek, Antonio Cabras, Carlo Carcassi, Ugo Carcassi, Giulia Casula, Angelo Cherchi, Paolo Ciani, Rafaele Corona, Lino Cudoni, Paola Dessì, Marinella Ferrai Cocco Ortu, Salvatore Ferro, Mario Figus, Giuseppe Fois, Giuliano Frau, Maria Pia Lai Guaita, Caterina Lilliu, Mauro Manunza, Marcello Marchi, Margherita Mugoni, Paolo Piccaluga, Mauro Rosella, Michele Rossetti, Alberto Villa Santa. 14 gennaio 2010 Presiede: Marinella Ferrai Cocco Ortu “Aguglia di Goloritzé: Storie e leggende dell’ombelico più bello del Mediterraneo” – Relatore Maurizio Oviglia Sono presenti I soci: Lucio Artizzu, Angelo Aru, Giovanni Barrocu, Ercole Gabriele Bartoli, Francesco Birocchi, Antonio Cabras, Giovanni Maria Campus, Carlo Carcassi, Ugo Carcassi, Angelo Cherchi, Paolo Ciani, Rafaele Corona, Silvano Costa, Lino Cudoni, Angelo Deplano, Paola Dessì, Marinella Ferrai Cocco Ortu, Salvatore Ferro, Mario Graziano Figus, Giuseppe Fois, Salvatore Fozzi, Giuliano Frau, Massimo Frongia, Gaetano Giua Marassi, Giorgio La Nasa, Maria Pia Lai Guaita, Antonio Lenza, Stefano Liguori, Caterina Lilliu, Andrea Lixi, Mauro Manunza, Marcello Marchi, Pasquale Mistretta, Margherita Mugoni, Roberto Nati, Cecilia Onnis, Alessan-
dro Palmieri, Paolo Piccaluga, Marco Rodriguez, Mauro Rosella, Michele Rossetti, Giovanni Sanjust di Teulada, Alberto Villa Santa. Ospiti del Club: Il relatore Maurizio Oviglia e la sig.ra Cecilia Marchi Mons. Michele Fiorentino Sono presenti in sala le Signore: Maria Rosaria Corona, Paola Deplano, Maria Grazia Figus, Lina Fois, Maria Rosaria Lenza, Maria Teresa Piccaluga, Diana Rodriguez, Maria Grazia Rosella, Emilia Cimino. Ospiti dei soci: di Margherita Mugoni l’ing. Gabriele Peretti e la sig.ra d.ssa Mimma Pelagatti Peretti di Alessandro Palmieri la figlia Valentina Palmieri Cadeddu di Silvano Costa il cav. Gino Caproni di Gaetano Giua Marassi il dott. Vittorio Faticoni di Marcello Marchi la figlia Claudia Marchi e il sig. Stefano Olla, le nipoti Sara ed Elena Oviglia, il fratello Andrea Marchi e la sig.ra Nuccia, la cugina Rosita Orrù e il past governor Filippo Pirisi con la sig.ra Renata di Marinella Ferrai Cocco Ortu il figlio avv. Francesco Cocco Ortu di Paolo Piccaluga Marinella Corrias 21 Gennaio 2010 Presiede: Marinella Ferrai Cocco Ortu “Passato, presente e futuro nella lotta ai tumori” – Relatore Prof. Stefano Zurrida Sono presenti I soci: Ettore Atzori, Giovanni Barrocu, Antonio Cabras, Giovanni Maria Campus, Ugo Carcassi, Giovanni Casciu, Angelo Cherchi, Gustavo Cicconardi, Alberto Cocco-Ortu, Lino Cudoni, Angelo Deplano, Paola Dessì, Marinella Ferrai Cocco-Ortu, Salvatore Ferro, Salvatore Fozzi, Alessio Grazietti, Luigi Lepori, Caterina Lilliu, Andrea Lixi, Giuseppe Loddo, Marcello Marchi, Margherita Mugoni, Maria Luigia Muroni, Cecilia Onnis, Paolo Piccaluga, Michele Pintus, Giampaolo Piras, Paola Piras, Michele Rossetti, Giovanni Sanjust di Teulada, Franco Staffa, Alberto Villa Santa. Ospiti del Club: Il Relatore prof. Stefano Zurrida, l’on.le Antonello Liori Assessore alla sanità della Regione Autonoma Sardegna, il prof. Franco Pitzus e la signora, avv. Gabriella Greco, Alberto Loi e dott. Carlo Floris Sono presenti le Signore: Ginetta Lepori, Lia Lixi,Marina Pintus, Emilia Cimino Rotariani in visita: Antonio Garau, Antonello Melis, Antonio Tilocca del R.C. Senorbì Trexenta 28 gennaio 2010 Presiede: Marinella Ferrai Cocco Ortu “Una panchina per l’immigrato” – Relatore Mauro Manunza. Sono presenti I soci: Lucio Artizzu, Ettore Atzori, Michele Bajorek, Giovanni Barrocu, Francesco Birocchi, Antonio Cabras, Giovanni Marcello Caletti, Ugo Carcassi, Giovanni Casciu, Giuseppe Casciu, Angelo Cherchi, Gustavo Cicconardi, Rafaele Corona, Silvano Costa, Lino Cudoni, Paola Dessì, Marinella Ferrai Cocco-Ortu, Salvatore Ferro, Ulisse Figus, Michele Fiorentino, Giuseppe Fois, Salvatore Fozzi, Antonio Lenza, Caterina Lilliu, Andrea Lixi, Giuseppe Loddo, Mauro Manunza, Maria Luigia Muroni, Alessandro Palmieri, Paolo Piccaluga, Michele Pintus, Gian Paolo Ritossa, Michele Rossetti, Giovanni Sanjust di Teulada, Pier Francesco Staffa, Alberto Villa Santa.
giugno 2010 —
Ospiti del Club: Il sig. Gueyé dal Senegal e la sig.ra Daniela Rizzu Sono presenti le Signore: Maria Artizzu, Maria Gabriella Caletti, Maria Rosaria Corona, Lina Fois, Lia Lixi, Maria Teresa Piccaluga, Marina Pintus. Ospiti dei soci: di Gustavo Cicconardi il Col. Guglielmo Sibilia di Andrea Lixi il sig Gianfranco Vacca e la sig.ra Angela vacca Serra 4 febbraio 2010 Presiede: Marinella Ferrai Cocco Ortu “Siria e Giordania: fascino del Medio Oriente” – Relatore: Angelo Deplano. Sono presenti I soci: Lucio Artizzu, Angelo Aru, Ettore Atzori, Efisio Baire, Michele Bajorek, Giovanni Barrocu, Antonio Cabras, Carlo Carcassi, Mario Giovanni Carta, Giovanni Casciu, Giuseppe Casciu, Giulia Casula, Angelo Cherchi, Paolo Ciani, Rafaele Corona, Silvano Costa, Lino Cudoni, Angelo Deplano, Paola Dessì, Marinella Ferrai Cocco-Ortu, Salvatore Ferro, Giuseppe Fois, Salvatore Fozzi, Giuliano Frau, Vittorio Giua Marassi, Paola Giuntelli Pietrangeli, Maria Pia Lai Guaita, Caterina Lilliu, Mauro Manunza, Marcello Marchi, Margherita Mugoni, Maria Luigia Muroni, Cecilia Onnis, Alessandro Palmieri, Paolo Piccaluga, Paola Piras, Gian Paolo Ritossa, Michele Rossetti, Giulia Vacca Cau, Alberto Villa Santa. Ospiti del Club: L’avv. Larry Pagella, Nicola Zoccheddu Anna Puxeddu del Rotaract di Quartu S.E. Sono presenti in sala le Signore: Maria Artizzu, Maria Rosaria Corona, Paola Deplano, Maria Teresa Piccaluga, Nené Deplano Bucci, Mariolina Casardi e Emilia Cimino. Ospiti dei soci: di Maria Luigia Muroni la d.ssa Efisia Mostallino di Paolo Piccaluga, la cognata Rita Masala. 11 febbraio 2010 Presiede: Marinella Ferrai Cocco Ortu “Idee per lo sviluppo economico di Cagliari e della Sardegna nel decennio 2010/2020” – Relatore: dott. Alberto Scanu Sono presenti I soci: Lucio Artizzu, Angelo Aru, Giovanni Barrocu, Ercole Gabriele Bartoli, Maurizio Boaretto, Antonio Cabras, Marcello Caletti Carlo Carcassi, Angelo Cherchi, Guido Chessa Miglior, Paolo Ciani, Gustavo Cicconardi, Rafaele Corona, Pier Giorgio Corrias, Silvano Costa, Lino Cudoni, Paola Dessì, Marinella Ferrai Cocco-Ortu, Salvatore Ferro, Mario Graziano Figus, Giuseppe Fois, Salvatore Fozzi, Giuliano Frau, Alessio Grazietti, Maria Pia Lai Guaita, Stefano Liguori, Andrea Lixi, Mauro Manunza, Marcello Marchi, Maria Luigia Muroni, Roberto Nati, Stefano Oddini Carboni, Cecilia Onnis, Paolo Piccaluga, Michele Pintus, Giampaolo Piras, Paola Piras, Gian Paolo Ritossa, Mauro Rosella, Michele Rossetti, Giovanni sanjust di Teulada, Alberto Villa Santa. Ospiti del Club: Il governatore Luciano Di Martino Il dott. Alberto Scanu Sono presenti in sala le Signore: Maria Artizzu, Maria Rosaria Corona, Maria Grazia Figus, Marina Pintus. Ospiti dei soci: di Gustavo Cicconardi il col. A.M. Guglielmo Sibilia di Pier Giorgio Corrias il figlio avv. Massimo Corrias di guido chessa Miglior il figlio Corrado Chessa e la sig.ra Sandra Scanu.
Rotary Club Cagliari
4 marzo 2010 Presiede: Marinella Ferrai Cocco Ortu “Il paziente Inglese. Riflessioni di un chirurgo Italiano sul sistema sanitario Inglese” – Relatore Dott. Andrea Figus Sono presenti I soci: Lucio Artizzu, Efisio Baire, Ercole Gabriele Bartoli, Antonio Cabras, Giovanni Casciu, Giuseppe Casciu, Angelo Cherchi, Paolo Ciani, Rafaele Corona, Lino Cudoni, Angelo Deplano, Paola Dessì, Marinella Ferrai CoccoOrtu, Salvatore Ferro, Mario Figus, Mario Graziano Figus, Ulisse Figus, Michele Fiorentino, Giuseppe Fois, Paola Giuntelli Pietrangeli, Maria Pia Lai Guaita, Caterina Lilliu, Andrea Lixi, Salvatore Lostia di S. Sofia, Mauro Manunza, Marcello Marchi, Maria Luigia Muroni, Cecilia Onnis, Paolo Piccaluga, Michele Pintus, Giampaolo Piras, Paola Piras, Gian Paolo Ritossa, Marco Rodriguez, Mauro Rosella, Michele Rossetti, Giovanni Sanjust di Teulada, Pier Francesco Staffa, Alberto Villa Santa. Ospiti del Club: Il relatore dott. Andrea Figus e la sig.ra d.ssa Eva Giua Figus Sono presenti in sala le Signore: Maria Artizzu, Giulia Puddu Baire, Giulietta Casciu, Maria Rosaria Corona, Maria Grazia Figus, Lia Lixi, Maria Teresa Piccaluga, Marina Pintus, Diana Rodriguez, Maria Grazia Rosella. Ospiti dei soci: di Mario Graziano Figus la sig.ra Marinella Orrù Giua e l’on.le dott. Franco Meloni 11 marzo 2010 Presiede: Salvatore Fozzi “Coordinamento della sicurezza nella realtà cagliaritana” – Relatore d.ssa Paola Dessì Sono presenti i soci: Angelo Aru, Francesco Birocchi, Maurizio Boaretto, Antonio Cabras, Marcello Caletti, Giuseppe Casciu, Angelo Cherchi, Paolo Ciani, Gustavo Cicconardi, Piergiorgio Corrias, Silvano Costa, Lino Cudoni, Paola Dessì, Marinella Ferrai Cocco-Ortu, Salvatore Ferro, Mario Graziano Figus, Ulisse Figus, Giuseppe Fois,Salvatore Fozzi, Massimo Frongia, Giorgio La Nasa, Maria Pia Lai Guaita, Luigi Lepori, Caterina Lilliu, Andrea Lixi, Mauro Manunza, Marcello Marchi, Giuseppe Masnata, Maria Luigia Muroni, Cecilia Onnis, Alessandro Palmieri, Giampaolo Piras, Paola Piras, Mauro Rosella, Michele Rossetti, Giovanni Sanjust di Teulada, Pier Francesco Staffa, Alberto Villa Santa. Sono presenti le Signore: Maria Grazia Figus, Ginetta Lepori, Lia Lixi, Maria Grazia Rosella, Emilia Cimino. Sono ospiti del Club: Il prefetto dott. Giovanni Balsamo Sono ospiti dei soci: di Gustavo Cicconardi la dott.ssa Barbara Manca assessore alle politiche sociali del Comune di Decimomannu Di Silvano Costa il cav. Gino Caproni 18 marzo 2010 Presiede: Marinella Ferrai Cocco Ortu “Il fenomeno droga nei suoi vari aspetti” – Relatore Dott. Pietro Soggiu Sono presenti I soci: Lucio Artizzu, Angelo Aru, Giovanni Barrocu, Antonio Cabras, Giovanni Casciu, Giuseppe Casciu, Angelo Cherchi, Paolo Ciani, Rafaele Corona, Silvano Costa, Lino Cudoni, Paola Dessì, Marinella Ferrai CoccoOrtu, Salvatore Ferro, Giuseppe Fois, Salvatore Fozzi, Giuliano Frau, Massimo Frongia, Maria Pia Lai Guaita, Caterina Lilliu, Mauro Manunza, Marcello Marchi, Ce-
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cilia Onnis, Alessandro Palmieri, Paolo Piccaluga, Michele Rossetti, Alberto Villa Santa. Ospiti del Club: Il relatore prefetto dott. Pietro Soggiu Il prefetto di Cagliari dott. Giovanni Balsamo Il presidente del Rotary Club Sanluri Maria Giovanna Pitzus e il consorte dott. Gianni Mele Prof. Paolo Puxeddu Presenti alla commemorazione, ma non alla conviviale: Angela Schirru vedova di Giovanni Pusceddu Dott. Pier Luigi Schirru e sig.ra prof.ssa Lalla Ing. Maurizio Schirru e sig.ra Giannella Dott.Maurizio Locci e sig.ra Cristina Ammiraglio Francesco Anedda e la sig.ra Rosaria Sono presenti in sala le Signore: Maria Rosaria Corona. Ospiti dei soci: di Marcello Marchi la sorella Cecilia Marchi Masnata 25 marzo 2010 Presiede: Marinella Ferrai Cocco Ortu “La scoperta dei Tesori della Sardegna tra leggenda e storia” – Relatore Dott. Carlo Pillai Sono presenti I soci: Lucio Artizzu, Angelo Aru, Ettore Atzori, Efisio Baire, Giovanni Barrocu, Ercole Gabriele Bartoli, Francesco Birocchi, Antonio Cabras, Marcello Caletti, Flavio Carboni, Carlo Carcassi, Ugo Carcassi, Giovanni Casciu, Giuseppe Casciu, Angelo Cherchi, Paolo Ciani, Alberto Cocco-Ortu, Rafaele Corona, PierGiorgio Corrias, Paola Dessì, Marinella Ferrai Cocco Ortu, Salvatore Ferro, Mario Graziano Figus, Ulisse Figus, Michele Fiorentino, Giuseppe Fois, Salvatore Fozzi, Massimo Frongia, Maria Pia Lai Guaita, Antonio Lenza, Caterina Lilliu, Mauro Manunza, Giuseppe Masnata, Pasquale Mistretta, Maria Luigia Muroni, Stefano Oddini Carboni, Alessandro Palmieri, Paolo Piccaluga, Michele Pintus, Paola Piras, Michele Rossetti, Angelo Strinna, Alberto Villa Santa. Ospiti del Club: Il relatore dott. Carlo Pillai e la Signora L’ing. Dario Ferraro in partenza per il GSE in Oklahoma Rotariani in visita: prof. Maurizio Fanni del R.C. di Trieste Sono presenti in sala le Signore: Maria Gabriella Caletti, Lina Fois,Maria Rosaria Lenza, Mariella Mistretta, Giovanna Passamonti, Marina Pintus Ospiti dei soci: di Marinella Ferrai cocco Ortu, il figlio Avv. Francesco di Salvatore Ferro l’Amm. di Divisione Gerald Talarico Comandante di Marisardegna. 8 aprile 2010 Presiede: Marinella Ferrai Cocco Ortu “Rivista del nostro Club: la comunicazione per i soci” – Relatore Lucio Artizzu Sono presenti I soci: Lucio Artizzu, Ettore Atzori, Giovanni Barrocu, Antonio Cabras, Carlo Carcassi, Ugo Carcassi, Giuseppe Casciu, Angelo Cherchi, Paolo Ciani, Alberto Cocco Ortu, Rafaele Corona, Silvano Costa, Lino Cudoni, Paola Dessì, Marinella Ferrai Cocco Ortu, Salvatore Ferro, Mario Graziano Figus, Michele Fiorentino, Giuseppe Fois, Massimo Frongia, Maria Pia Lai Guaita, Mauro Manunza, Marcello Marchi, Giuseppe Masnata, Maria Luigia Muroni, Cecilia Onnis, Paolo Piccaluga, Giampaolo Piras, Gian Paolo Ritossa, Mauro Rosella, Michele Rossetti, Giovanni Sanjust di Teulada, Alberto Villa Santa.
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Rotary Club Cagliari — giugno 2010
Ospiti del Club: Prof. Antonio Loddo, preside del Liceo Siotto, prof. Aldo Cannas, preside del Liceo Alberti, prf.ssa Ignazia Chessa, preside del Liceo Artistico Sono presenti in sala le Signore: Maria Artizzu, Maria Rosaria Corona, Maria Grazia Rosella. Ospiti dei soci: 15 aprile 2010 Presiede: Marinella Ferrai Cocco Ortu “Il Sovrano Ordine Militare di Malta: Moderni per tradizione” – Relatore Dott. Stefano Oddini Carboni. Sono presenti I soci: Lucio Artizzu, Angelo Aru, Giovanni Barrocu, Ercole Gabriele Bartoli, Francesco Birocchi, Maurizio Boaretto, Antonio Cabras, Marcello Caletti, Giovanni Maria Campus, Carlo Carcassi, Ugo Carcassi, Paolo Ciani, Gustavo Cicconardi, Rafaele Corona, Silvano Costa, Lino Cudoni, Paola Dessì, Marinella Ferrai Cocco Ortu, Giuseppe Fois, Massimo Frongia, Gaetano Giua Marassi, Giorgio La Nasa, Antonio Lenza, Caterina Lilliu, Andrea Lixi, Salvatore Lostia di S. Sofia, Mauro Manunza, Marcello Marchi, Giuseppe Masnata, Margherita Mugoni, Maria Luigia Muroni, Stefano Oddini Carboni, Cecilia Onnis, Paolo Piccaluga, Michele Pintus, Giampaolo Piras, Gian Paolo Ritossa, Mauro Rosella, Michele Rossetti, Giovanni Sanjust di Teulada, Alberto Villa Santa. Sono presenti in sala le Signore: Maria Artizzu, Maria Gabriella Caletti, Maria Rosaria Corona, Maria Rosaria Lenza, Marina Pintus. Ospiti dei soci: di Stefano Oddini Carboni S.E. Mons. Piero Monni Protonotario Apostolico già Consigliere d’Ambasciata per l’Ambasciata d’Italia presso il Sovrano Ordine Militare di Malta e PP di Roma Sud, Generale di Brigata Stefano Baduini Comandante Regionale per la Sardegna della Guardia di Finanza e socio onorario del RC Bergamo ovest, prof.ssa Maria Vittoria Amat di San Filippo, dott. Michele Carboni, sig.ra Elisabetta Lostia di S.Sofia. di Gustavo Cicconardi il Tenente don Marco Zara Cappellano Militare di Decimomannu di Silvano Costa il cav. Gino Caproni di Giovanni Sanjust il col. Ginafranco Lussu di Michele Rossetti: Enrico Ferro 22 aprile 2010 Presiede: Marinella Ferrai Cocco Ortu “Mario Aresu, un grande rotariano per la città” – Relatore Prof. Ugo Carcassi Sono presenti I soci: Lucio Artizzu, Efisio Baire, Antonio Cabras, Giovanni Maria Campus, Carlo Carcassi, Ugo Carcassi, Mario Giovanni Carta, Giuseppe Casciu, Angelo Cherchi, Gustavo Cicconardi, Rafaele Corona, Silvano Costa, Lino Cudoni, Marinella Ferrai Cocco Ortu, Mario Figus, Mario Graziano Figus, Giuseppe Fois, Marassi, Giorgio La Nasa, Maria Pia Lai Guaita, Antonio Lenza, Caterina Lilliu, Mauro Manunza, Marcello Marchi, Giuseppe Masnata, Pasquale Mistretta, Margherita Mugoni, Maria Luigia Muroni, Cecilia Onnis, Paolo Piccaluga, Michele Pintus, Giampaolo Piras, Gian Paolo Ritossa, Mauro Rosella, Michele Rossetti, Giovanni Sanjust di Teulada, Alberto Villa Santa. Sono presenti in sala le Signore: Maria Artizzu, Giulia Puddu Baire, Giulietta Casciu, Antonella Cherchi, Maria Rosaria Corona, Maria Grazia Figus, Maria Rosaria Lenza, Maria Grazia Rosella. Ospiti dei soci:
di Ugo Carcassi il prof. Adamo e la consorte sig.ra Bruna, il dott. Patrizio Mulas Primario del Reparto di Dermatologia dell’Ospedale Oncologico ed Assessore al Patrimonio del Comune di Cagliari, dott. Matteo Carcassi. (le segretarie Francesca Trois Pisano e Tiziana Pusceddu assistono solo alla presentazione) di Carlo Carcassi il prof. Francesco Marongiu direttore del dipartimento di Scienze Mediche Interniste “Mario Aresu”. di Marinella Ferrai Cocco Ortu il prof. Tito Orrù di Maria Pia Lai Guaita la prof.ssa Nereide Rudas 29 aprile 2010 Presiede: Marinella Ferrai Cocco Ortu “I progetti della Fondazione «Nave Italia»” – Relatore Com.te Giovanni Tedeschini Sono presenti I soci: Lucio Artizzu, Giovanni Barrocu, Maurizio Boaretto, Antonio Cabras, Ugo Carcassi, Giuseppe Casciu, Angelo Cherchi, Guido Chessa Miglior, Paolo Ciani, Vincenzo Cincotta, Rafaele Corona, Lino Cudoni, Paola Dessì, Marinella Ferrai Cocco Ortu, Salvatore Ferro, Mario Graziano Figus, Ulisse Figus, Giuseppe Fois, Salvatore Fozzi, Maria Pia Lai Guaita, Luigi Lepori, Caterina Lilliu, Andrea Lixi, Giusepe Loddo, Marcello Marchi, Giuseppe Masnata, Margherita Mugoni, Maria Luigia Muroni, Paolo Piccaluga, Michele Pintus, Gian Paolo Ritossa, Michele Rossetti, Pier Francesco Staffa, Angelo Strinna, Alberto Villa Santa. Ospiti del Club: Il Com.te Giovanni Tedeschini, Comandante della Nave Italia Il dott. Carlo Croce, presidente della fondazione “Nave Italia” e la sig.ra Nicola Cossu presidente del Rotarct e Riccardo Succu, tesoriere. Gli ospiti russi del RC di Mosca Rotariani in visita: Salvatore Plaisant,presidente di cagliari est la sig.ra Mary Lia Puggioni del Rc ogliastra Gan hany el kamouny Rc heliopolis east club – Il Cairo, Egitto Sono presenti in sala le Signore: Maria Artizzu, Elia Maria Cabras, Maria Pia Ciani, Maria Rosaria Corona, Maria Grazia Figus, Ginetta Lepori, Lia Lixi, Bruna Loddo, Tiziana Masnata, Maria Teresa Piccaluga, Marina Pintus, Paola Strinna, Lia Cimino. Sono Ospiti dei Soci: di Marinella Ferrai Cocco Ortu l’ammiraglio Com.te di Marisardegna Gerard Talarico, di Marcello Marchi Antonio Garau del RC Senorbì Trexenta, direttore generale dell’Azienda ospedaliera Brotzu e la consorte. di Giovanni Barrocu Luciano Airoldi del RC Cagliari Est di Paolo Ciani l’Ing. Maccioni e la sig.ra Piera di Giuseppe Masnata il cav. G.Franco Meloni, presidente dell’associazione Marinai d’Italia sede di CA 13 maggio 2010 Presiede: Marinella Ferrai Cocco Ortu “Il Servizio Meteorologico dell’Aeronautica: Organizzazione, Strutture e Funzionamento” – Relatore Gen. Costante De Simone Sono presenti I soci: Lucio Artizzu, Giovanni Barrocu, Francesco Birocchi, Antonio Cabras, Ugo Carcassi, Giuseppe Casciu, Angelo Cherchi, Paolo Ciani, Rafaele Corona, Lino Cudoni, Marinella Ferrai Cocco Ortu, Salvatore Ferro, Mario Figus, Giuseppe Fois, Salvatore Fozzi, Massimo Frongia, Maria Pia Lai Guaita, Caterina Lilliu, Andrea
Lixi, Mauro Manunza, Marcello Marchi, Maria Luigia Muroni, Roberto Nati, Cecilia Onnis, Alessandro Palmieri, Paolo Piccaluga, Giampaolo Piras, Paola Piras, Gian Paolo Ritossa, Marco Rodriguez, Michele Rossetti, Giovanni Sanjust di Teulada, Alberto Villa Santa. Ospiti del Club: Il Relatore della serata Gen. Costante De Simone e il Magg. Marco Abruzzetti Sono presenti in sala le Signore: Maria Artizzu, Giulietta Casciu, Maria Rosaria Corona, Lia Lixi. Ospiti dei soci: di Gustavo Cicconardi il Ten. Col. Massimo Silveri, e il Ten. Cristian Pacini 20 maggio 2010 Presiede: Salvatore Fozzi “Amministrazioni, Donne, Linguaggio: il Femminile negato” – Relatore Prof.ssa Paola Piras Sono presenti I soci: Lucio Artizzu, Angelo Aru, Ettore Atzori, Giovanni Barrocu, Antonio Cabras, Carlo Carcassi, Ugo Carcassi, Giuseppe Casciu, Angelo Cherchi, Guido Chessa Miglior, Paolo Ciani, Alberto Cocco-Ortu, Rafaele Corona, Piergiorgio Corrias, Paola Dessì, Lino Cudoni, Salvatore Ferro, Salvatore Fozzi, Massimo Frongia, Maria Pia Lai Guaita, Caterina Lilliu, Pasquale Mistretta, Maria Luigia Muroni, Cecilia Onnis, Alessandro Palmieri, Michele Pintus, Paola Piras, Mauro Rosella, Michele Rossetti, Giovanni Sanjust di Teulada, Pier Francesco Staffa, Alberto Villa Santa. Ospiti del Club: Emma Lalle dello scambio giovani proveniente da Itaca nello Stato del New Jersey Sono presenti in sala le Signore: Giulietta Casciu, Maria Rosaria Corona, Maria Corrias, Marina Pintus, Maria Grazia Rosella, Elisabetta Sanjust di Teulada, Emilia Cimino. Ospiti dei soci: di Giuseppe Casciu la prof.ssa Maria Giuseppina Rolando Demurtas Rotariani in Visita: Past president di Cagliari Anfiteatro d.ssa Orsola Altea 27 maggio 2010 Presiede: Salvatore Fozzi “Cagliari sopra e sotto, passaggi segreti e laghi sotterranei, l’altro volto della città del sole, visto attraverso le immagini dei suoi tesori nascosti” – Relatore Dott. Marcello Polastri Sono presenti I soci: Lucio Artizzu, Ettore Atzori, Maurizio Boaretto, Antonio Cabras, Marcello Caletti, Giovanni Maria Campus, Carlo Carcassi, Ugo Carcassi, Giuseppe Casciu, Angelo Cherchi, Rafaele Corona, Lino Cudoni, Paola Dessì, Salvatore Ferro, Mario Figus, Salvatore Fozzi, Maria Pia Lai Guaita, Antonio Lenza, Luigi Lepori, Andrea Lixi, Mauro Manunza, Maria Luigia Muroni, Cecilia Onnis, Alessandro Palmieri, Michele Pintus Paola Piras, Michele Rossetti, Giovanni Sanjust di Teulada, Alberto Villa Santa. Ospiti del Club: dott. Marcello Polastri: relatore della serata Sono presenti in sala le Signore: Maria Artizzu, Maria Grazia Atzori, Maria Gabriella Caletti, Giulietta Casciu, Maria Rosaria Lenza, Ginetta Lepori, Lia Lixi, Marina Pintus. Ospiti dei soci: di Silvano Costa il cav. Gino Caproni
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ROTARY INTERNATIONAL – DISTRETTO 2080 ITALIA ROTARY CLUB CAGLIARI
ORGANIGRAMMA DEL CLUB Anno Rotariano 2010 / 2011 Presidente
Antonio CABRAS
A. 070 401767 – U. 070 401767 – F. 070 401767 C. 347 0780364 – E-mail:
[email protected]
Presidente uscente
Marinella FERRAI COCCO-ORTU
A. 070 284643 – U. 070 669450 – F. 070 653401 C. 338 2258309 – E-mail:
[email protected]
Presidente eletto
Michele ROSSETTI
A. 070 304038 – U. 070 400240 – F. 070 4526207 C. 335 7276641 – E-mail:
[email protected]
Vicepresidenti
Maria Luigia MURONI
A. 070 490848 – C. 347 8590788 E-mail:
[email protected]
Michele PINTUS
A. 070 403277 – U. 070 403277 – F. 070 402131 C. 335 1255480 – E-mail:
[email protected]
Segretario
Alessandro PALMIERI
A. 070 668556 – F. 070 668556 – C. 335 6547556 E-mail:
[email protected]
Tesoriere
Salvatore FERRO
A. 070 488321 – U. 070 6094345 – F. 070 4520704 C. 347 0391241 – E-mail:
[email protected]
Prefetto
Paolo CIANI
A. 070 371787 – U. 070 371913 – F. 070 371913 C. 328 9844811 – E-mail:
[email protected]
Consiglieri
Carlo CARCASSI
A. 070 307897 – U. 070 6093172 – F. 070 6092936 C. 368 3076654 – E-mail:
[email protected]
Cecilia ONNIS
A. 070 309015 – U. 070 666286 – C. 338 9535027 E-mail:
[email protected]
Paolo PICCALUGA
A. 070 486662 – F. 070 486662 – C. 335 6210120 E-mail:
[email protected]
«Tenditur in longum –Karalis» C laudiano, V sec.